La sovranità di uno Stato non si misura solo sui confini o sugli indicatori macroeconomici, ma passa – anche e soprattutto – dalla capacità di presidiare il proprio immaginario.Ernst Jünger, nell’Operaio, leggeva le forme come l’impronta visibile di una forza che organizza la realtà. Le narrazioni collettive sono questo: l’infrastruttura invisibile su cui si fondano i valori e l’identità di un popolo e si proietta la reputazione culturale di una Nazione. Per troppo tempo l’intervento pubblico sul cinema e sull’audiovisivo ha faticato a pensarsi in questi termini: sostegni frammentati, risultati poco misurabili, una politica industriale che non si dichiarava tale.Con il via libera definitivo del Senato al testo unificato di riforma del cinema, il ddl n. 2035, il percorso parlamentare si chiude e la riforma diventa norma dello Stato. Non parliamo di manutenzione contabile e di pura cosmesi normativa. Si tratta di un cambio di paradigma radicale, una certezza strutturale e una competitività che un settore vitale come questo non aveva mai avuto.Il segnale politico è altrettanto chiaro. Per mesi il dibattito sul sostegno alla cultura è rimasto fermo sul tragico “caso Kaufmann”, tra scaramucce strumentali e contrapposizioni ideologiche. La narrazione si è ribaltata. Il lavoro del relatore alla Camera, Gimmi Cangiano, e il disegno del Ministro Alessandro Giuli e del Sottosegretario Lucia Borgonzoni hanno ricomposto la frattura e riportato il confronto sul merito.Il risultato appartiene anche a chi ha lavorato sui meccanismi. Ylenja Lucaselli per Fratelli d’Italia e Cecilia Guerra per il Partito Democratico hanno tenuto insieme i passaggi più complessi della trattativa. Hanno pesato l’analisi di Maurizio Roi e Rita Borioni sulla filiera e il presidio tecnico degli uffici delle Commissioni Cultura e Bilancio dei due rami del Parlamento. Così come quello degli uffici del Ministero della Cultura, con il direttore generale Giorgio Carlo Brugnoni.Le proposte di partenza venivano da sensibilità diverse: Schlein e Orfini (2360), Mollicone, Amorese e Cangiano (2578), Amato (2731), Grippo (2794), Latini (2969). Sono state unificate alla Camera, nella Commissione Cultura presieduta da Federico Mollicone, tra i primi firmatari, e su quel testo si è formata una convergenza trasversale. E la commissione del Senato, con la presidenza di Roberto Marti, ne ha accelerato i tempi.La tenuta finanziaria è stata presidiata dalla Ragioneria generale dello Stato. L’azione di Daria Perrotta, ragioniere generale dello Stato e cinefila di spiccata sensibilità, ha consentito di blindare le coperture e di inserire nel testo strumenti stringenti di monitoraggio della spesa. Il dato empirico ha smesso di essere un corredo statistico per addetti ai lavori ma è diventato una condizione imprescindibile di efficacia della norma.Entrando nel merito della norma, sul piano della prevedibilità, l’articolo 4 delinea una programmazione triennale, con revisione annuale da parte del Ministero. Con l’approvazione definitiva, gli stanziamenti sono certi per ogni linea d’intervento. Le finestre d’accesso sono definite. I procedimenti amministrativi e la liquidazione delle risorse hanno termini certi. Sono indirizzi che rispondono alla domanda di stabilità degli operatori e delineano un sistema continuo di monitoraggio degli oneri che riuscirà a prevenire scostamenti e splafonamenti di spesa.Le evidenze storiche, poi, mostravano una concentrazione dei contributi sui grandi gruppi. La riforma modula l’intensità del sostegno in base alla dimensione aziendale e introduce limiti ai contributi selettivi per le opere con un budget superiore ai 5 milioni di euro. L’obiettivo è riorientare le risorse verso opere prime e seconde, giovani talenti e coproduzioni internazionali, con premialità e quote di riserva per la produzione indipendente. Cambia anche la trasparenza dei costi. La congruità dei budget diventa la base per il tax credit: verifica formale dei costi ammissibili sui parametri di mercato, tutele anti-elusive, un responsabile per contributi e incentivi.Sul piano della governance nasce l’Agenzia per il cinema e l’audiovisivo, operativa dal 1° gennaio 2028. È un ente pubblico non economico. Svolge un ruolo di coordinamento, sintesi e trasmissione dei flussi informativi verso la Ragioneria generale dello Stato, in attuazione del Piano strutturale di bilancio 2025-2029. Intorno all’Agenzia si dispone l’ecosistema pubblico del cinema e dell’audiovisivo: Cinecittà, rilanciata dall’amministratore delegato Manuela Cacciamani; la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, presieduta da Gabriella Buontempo; il servizio pubblico, diretto da Giampaolo Rossi, con Rai Cinema (Paolo Del Brocco e Nicola Claudio) e Rai Fiction (Maria Pia Ammirati); le Film commission.Il Forum del cinema e dell’audiovisivo diventa organo permanente di consultazione della filiera. Per la prima volta entrano nel sistema le piattaforme e i videogiochi. Le opere per i contributi selettivi sono valutate da una Commissione di venti esperti indipendenti, scelti con procedure trasparenti – così come per i contributi alla promozione cinematografica.Secondo le rilevazioni ANICA e i dati APA, la sala resta l’innesco economico primario: oltre il 90% dei film italiani fruiti in streaming ha avuto un passaggio in sala. Per questo la legge finanzia un Piano nazionale per la rigenerazione e la riapertura delle sale, sostiene i circoli storici e d’essai, protegge la proprietà intellettuale, inasprisce la lotta alla pirateria ed estende le misure al comparto dei videogiochi.Un capitolo a parte è poi dedicato all’intelligenza artificiale. Gli articoli 1 e 2, su finalità e funzioni dello Stato, indicano l’obiettivo di governare l’impatto degli algoritmi a tutela del lavoro artistico e dell’ingegno umano. Al Forum è affidato un presidio permanente di analisi a cui si affiancherà la delega sulle tutele sociali e sull’indennità di discontinuità per i lavoratori dello spettacolo.Con il voto del Senato la fase legislativa, dunque, si chiude. Resta l’interrogativo che Lenin formulava nel “Che fare?”: il momento in cui la teoria (politica) deve farsi prassi, organizzazione, architettura operativa.Il testo, di per sé, è già una mappa degli adempimenti.Le deleghe legislative sono due. L’articolo 4 riguarda la riforma, il coordinamento e il riordino della disciplina del cinema e dell’audiovisivo. L’articolo 6 riguarda l’indennità di discontinuità, gli ammortizzatori sociali e il sostegno ai lavoratori dello spettacolo più fragili. Ciascuna abilita il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi entro ventiquattro mesi. Dentro le deleghe ci sono quarantasette criteri direttivi: trentaquattro nell’articolo 4, tredici nell’articolo 6. È lì che si deciderà quanto selettivo, misurabile e tutelante sarà il sistema che succede alla legge 220.Poi ci sono gli adempimenti che non richiedono delega e dipendono solo dall’amministrazione: sei atti attuativi. Due decreti del Ministro della cultura, da adottare entro trenta giorni, per rendere operativi il Forum e la Commissione di valutazione delle opere. Tre decreti interministeriali Cultura-Economia, per i compensi degli organi dell’Agenzia, per il suo statuto e per l’approvazione dei regolamenti di organizzazione e di contabilità. Un decreto del Presidente del Consiglio, o del Ministro per la pubblica amministrazione, per la dotazione organica: al massimo centonovantasette unità, di cui sette dirigenti di livello non generale. Per organico e statuto il termine è di centottanta giorni. Altri centottanta, dall’approvazione dello statuto, per i regolamenti. Il 1° gennaio 2028 l’Agenzia entrerà in funzione.È qui che l’aritmetica diventa politica. Quattro atti su sei richiedono il concerto del Ministero dell’economia, che siede anche nel consiglio di amministrazione e designa il presidente dei revisori. Sono disposizioni che testimoniano che il rigore non sarà solo un semplice slogan ma una scelta chiara di architettura politica e istituzionale.Heidegger avvertiva che «l’essenza della tecnica non è niente di tecnico»: è il modo in cui l’uomo decide di disvelare e abitare il proprio tempo. Vale anche per l’audiovisivo. L’Italia ha scelto di superare il finanziamento a pioggia e di costruire un’infrastruttura fondata su trasparenza, misurazione e certezza delle regole. È una linea di demarcazione netta: finisce, una volta per tutte, la resa assistenziale e inizia una nuova era di politica industriale consapevole, che permetterà alla filiera di competere sui mercati globali da protagonista e restituire alla Nazione il presidio del proprio immaginario.