Gli attacchi con droni contro le infrastrutture elettriche del Sudan stanno aggravando una crisi già devastante, compromettendo la distribuzione dell’acqua, la produzione agricola, le attività industriali e il funzionamento dei servizi essenziali. Il 2 novembre sono stati segnalati bombardamenti contro le sottostazioni di New Halfa e Aroma, nello Stato orientale di Kassala, che avrebbero provocato incendi e interruzioni diffuse dell’energia. Altre segnalazioni riguardano il Sudan settentrionale. Le autorità di Khartoum attribuiscono gli attacchi alle Forze di supporto rapido (RSF), impegnate dall’aprile 2023 in una guerra contro l’esercito regolare, e hanno accusato anche l’Etiopia di un coinvolgimento nella campagna.Le ricostruzioni disponibili non coincidono completamente sul numero degli impianti colpiti e sull’entità dei danni. Anche l’attribuzione dei singoli attacchi richiede verifiche indipendenti. È tuttavia evidente la gravità delle conseguenze che la distruzione delle infrastrutture energetiche può produrre su un Paese nel quale il conflitto ha già compromesso buona parte delle capacità economiche e amministrative.La guerra sudanese mostra come il controllo militare del territorio non coincida necessariamente con la possibilità di garantirne il funzionamento.Un esercito può mantenere il possesso di una città, ma se vengono interrotti i collegamenti elettrici, la popolazione rischia di perdere contemporaneamente accesso all’acqua, assistenza sanitaria e attività produttive.Le reti energetiche rappresentano infatti un sistema interdipendente. Una centrale può continuare a produrre elettricità, ma l’energia diventa inutilizzabile per determinate aree quando vengono danneggiate le sottostazioni o le linee necessarie alla distribuzione.La distruzione di un singolo impianto può quindi provocare conseguenze molto più estese rispetto al danno materiale immediato.Dal punto di vista militare, la dispersione geografica delle infrastrutture rende particolarmente complessa la loro protezione.Difendere ogni sottostazione richiede sistemi di sorveglianza, capacità di individuare e contrastare i droni, personale specializzato e risorse finanziarie.In un Paese impegnato in una guerra prolungata, destinare uomini e mezzi alla protezione delle infrastrutture può comportare la riduzione delle capacità disponibili per altri compiti.Questo non consente di stabilire con certezza gli obiettivi operativi degli autori degli attacchi, ma permette di comprenderne le conseguenze strategiche.La necessità di proteggere numerosi impianti obbliga infatti le forze governative a distribuire le proprie risorse su un territorio molto ampio, mentre la riparazione continua dei danni assorbe materiali, personale tecnico e finanziamenti.La pressione sulle infrastrutture elettriche diventa così un fattore di logoramento che si aggiunge ai combattimenti.Le conseguenze economiche sono particolarmente gravi perché l’elettricità sostiene attività fra loro strettamente collegate.L’agricoltura dipende dal funzionamento degli impianti di irrigazione, la conservazione degli alimenti richiede energia, le officine necessitano di macchinari operativi e le strutture sanitarie devono poter contare su forniture continue.Quando viene meno l’alimentazione elettrica, le difficoltà si trasferiscono rapidamente da un settore all’altro.Secondo le informazioni raccolte dall’Associated Press, gli attacchi hanno compromesso anche i sistemi di irrigazione, mentre la scarsità di gasolio limita la possibilità di utilizzare pompe e generatori di emergenza.La stessa ricostruzione indica che la produzione elettrica sudanese sarebbe diminuita da circa 4.400 megawatt prima della guerra a circa 1.100 megawatt, con una dipendenza particolarmente elevata dalla diga di Merowe.Si tratta di stime riferite a un sistema energetico in rapido deterioramento, non di una misurazione definitiva della capacità effettivamente disponibile.La riduzione della produzione e i danni alle reti di distribuzione costituiscono comunque due problemi distinti che possono aggravarsi reciprocamente.Anche quando l’energia viene prodotta, infatti, non è necessariamente possibile trasferirla alle aree che ne hanno bisogno.La situazione diventa particolarmente delicata per il settore agricolo.All’inizio della stagione di coltivazione, l’interruzione delle pompe può impedire l’irrigazione dei terreni e compromettere raccolti che dovrebbero essere disponibili nei mesi successivi.Il danno non si limita quindi alla perdita immediata di produzione, ma può estendersi alla disponibilità futura di alimenti.Una riduzione dei raccolti rischia di aumentare la pressione sui prezzi e il fabbisogno di importazioni, proprio mentre le famiglie e le istituzioni dispongono di risorse sempre più limitate.Si crea così un meccanismo economico difficile da interrompere.La mancanza di elettricità riduce la produzione agricola e industriale. La diminuzione della produzione indebolisce i redditi e le entrate disponibili. La scarsità di risorse rende più difficile acquistare combustibili, ricambi e attrezzature necessari al ripristino delle infrastrutture.Anche la riparazione di una sottostazione può produrre benefici limitati se altri collegamenti rimangono danneggiati oppure se nuovi attacchi distruggono gli impianti appena ripristinati.La crisi energetica contribuisce inoltre ad accentuare le disuguaglianze.Le famiglie e le imprese che dispongono di risorse economiche possono tentare di acquistare generatori, combustibili o sistemi autonomi di produzione.Queste soluzioni richiedono però investimenti, manutenzione e componenti che non sono facilmente disponibili in un’economia devastata dalla guerra.Chi non dispone di mezzi sufficienti rimane maggiormente esposto alle interruzioni dei servizi.La distruzione delle infrastrutture elettriche assume quindi anche una dimensione umanitaria, perché incide sulla possibilità di garantire acqua potabile, cure mediche e conservazione degli alimenti.Alla crisi interna si aggiunge ora una controversia diplomatica con l’Etiopia.Secondo quanto riferito dall’agenzia Anadolu, il governo sudanese ha dichiarato di aver presentato denunce al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e al Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione Africana, accusando Addis Abeba di coinvolgimento negli attacchi.Al momento della pubblicazione della ricostruzione dell’agenzia non risultava una risposta immediata delle autorità etiopi.La presentazione di una denuncia costituisce un fatto diplomatico, ma non dimostra automaticamente la fondatezza delle accuse.Per attribuire responsabilità a uno Stato vicino sarebbero necessari elementi verificabili sulla provenienza degli attacchi, sull’eventuale utilizzo del suo territorio e sul coinvolgimento delle autorità.La distinzione è essenziale perché un’eventuale partecipazione di attori statali esterni modificherebbe sensibilmente la dimensione regionale del conflitto.Se venisse dimostrato che il territorio etiope è stato utilizzato per condurre operazioni militari contro il Sudan con il coinvolgimento delle autorità, si aprirebbero questioni rilevanti sul piano diplomatico e del diritto internazionale.In assenza di riscontri conclusivi, presentare questa responsabilità come accertata rischierebbe invece di alimentare ulteriormente le tensioni fra i due Paesi.Anche le testimonianze di eventuali disertori devono essere valutate con attenzione.Le informazioni provenienti da persone che abbandonano una formazione armata possono contribuire alla ricostruzione degli avvenimenti, ma richiedono verifiche e confronti con altre fonti.In un conflitto, le notizie sulle defezioni possono inoltre essere utilizzate per rappresentare l’avversario come indebolito e sostenere la propria posizione politica.La vulnerabilità del Sudan orientale presenta implicazioni che vanno oltre il sistema elettrico.Questa parte del Paese è importante per i collegamenti commerciali e logistici con il Mar Rosso, attraverso i quali transitano rifornimenti e aiuti destinati a una popolazione colpita da una grave emergenza umanitaria.Un’analisi di rischio di ACAPS aveva già richiamato l’attenzione sulla vulnerabilità del corridoio orientale e sulle possibili conseguenze per il commercio e la distribuzione degli aiuti.L’indebolimento delle infrastrutture energetiche e logistiche in quest’area potrebbe quindi compromettere contemporaneamente la capacità di sostenere le operazioni militari e quella di assistere la popolazione civile.La situazione apre diversi possibili sviluppi.Una tregua che comprenda la protezione delle infrastrutture essenziali potrebbe consentire l’accesso dei tecnici, la riparazione degli impianti e un recupero almeno parziale dei servizi.La prosecuzione degli attacchi rischierebbe invece di assorbire progressivamente le capacità di manutenzione, rendendo sempre più difficile riportare la rete a condizioni di funzionamento accettabili.Un’eventuale estensione regionale delle ostilità aggraverebbe ulteriormente i problemi di sicurezza, approvvigionamento e ricostruzione.La risposta alla crisi richiede quindi interventi su più livelli.La protezione delle infrastrutture deve essere accompagnata dalla disponibilità di ricambi, dall’accesso sicuro del personale tecnico e dalla possibilità di rifornire gli impianti essenziali.Occorre inoltre garantire la continuità dei servizi indispensabili alla popolazione, in particolare quelli sanitari, idrici e agricoli.Le soluzioni temporanee possono attenuare alcune emergenze, ma non sostituiscono il ripristino di un sistema energetico funzionante.La ricostruzione rimane tuttavia estremamente fragile quando gli impianti riparati continuano a essere esposti a nuovi attacchi.Per questo la protezione delle infrastrutture civili rappresenta anche una questione diplomatica e umanitaria, non soltanto tecnica o militare.Il Sudan si trova di fronte a una crisi nella quale la distruzione materiale produce conseguenze destinate a protrarsi oltre la durata dei singoli combattimenti.La perdita di capacità elettrica compromette l’agricoltura, indebolisce l’economia, riduce l’accesso ai servizi e rende più costosa ogni futura ricostruzione.Il problema non riguarda quindi soltanto quanti megawatt il Paese sia ancora in grado di produrre, ma quanta parte della vita civile possa essere sostenuta dalle infrastrutture rimaste operative.Quando una guerra interrompe contemporaneamente l’accesso all’acqua, alle cure e alla produzione alimentare, il suo costo continua ad aumentare anche lontano dalle linee del fronte.E ogni nuovo attacco alla rete elettrica rischia di lasciare conseguenze che il Sudan dovrà affrontare molto tempo dopo la fine delle ostilità.