WASHINGTON — JD Vance ha scelto un post su X, a urne appena chiuse, per scrivere quello che alla Casa Bianca nessuno aveva ancora messo nero su bianco: «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra. Lo ha detto lo stesso presidente ieri sera». Il vicepresidente degli Stati Uniti lo ha pubblicato in mattinata (nel pomeriggio in Italia), primo intervento dopo le elezioni di medio termine che hanno consegnato Camera e Senato ai democratici, e ha aggiunto una sfida ai colleghi di partito: «Se volete sostenere che ne valeva la pena, che perdere il Senato per i prossimi sei anni ne valeva la pena, fatelo pure. Ma tutti sanno perché abbiamo perso».Il conflitto con l’Iran, aperto il 28 febbraio con i raid congiunti di Stati Uniti e Israele e ormai al nono mese, finisce così in cima alla lista delle cause della sconfitta. Vance elenca quattro richieste degli elettori, attribuendole a un sondaggista che non nomina, «una delle persone più intelligenti che conosco in politica»: chiudere la guerra, il costo della vita, «America first» e «cambiare il nostro rapporto con Israele», riferisce NBC News. Nelle ore successive al post il prezzo del petrolio è sceso con forza.Il vicepresidente non parla da estraneo. In primavera aveva guidato lui i negoziati con Teheran, poi crollati, e all’inizio della guerra era stato descritto come contrario ai raid. Oggi definisce «sensato» l’appello a una «soluzione diplomatica» lanciato da una conduttrice di Fox News. Donald Trump Jr., il figlio del presidente, ha rilanciato il post con un commento: «Ogni parola è vera al cento per cento».Donald Trump, che nella notte elettorale aveva concesso che «l’Iran è stato una parte» del risultato, ai cronisti ha dato ragione al suo vice solo a metà. «Penso sia in gran parte vero, perché ha fatto salire un po’ la benzina nel breve periodo», ha detto, «ma se dovessi rifarlo, dovrei rifarlo. Non si può permettere all’Iran di avere un’arma nucleare». Il presidente ha escluso di voler sostituire il segretario alla Difesa Pete Hegseth.La risposta di TeheranDall’altra parte del fronte le parole di Vance sono state accolte come una conferma. «Coscienza o costo della vita, gli americani hanno detto no alla guerra, e noi facciamo nostro questo messaggio», ha scritto su X Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento e capo negoziatore iraniano, aggiungendo che il «no» di Teheran «arriva con un incubo». Il vicepresidente dell’assemblea Ali Nikzad ha parlato ai deputati di «scosse di assestamento» della sconfitta di Trump davanti all’Iran e ha sostenuto che le sanzioni non hanno piegato l’economia.Mohsen Rezaei, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha elencato «una sconfitta strategica sul campo di battaglia e a Hormuz, e una sconfitta politica a Washington». La Guida suprema Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico dall’inizio della guerra, ha fatto sapere che chi spera in un cambio di ostilità americana con il cambio di partito «si sbaglia gravemente»; il suo account ufficiale in inglese ha aggiunto che «il processo di collasso degli Stati Uniti ha accelerato».Due voci che si rispondono a distanza e che pesano sulle trattative in corso per evitare la ripresa dei combattimenti: nello stesso giorno in cui il vicepresidente americano chiede una via diplomatica, il Wall Street Journal e il New York Times hanno riferito di preparativi del Pentagono per possibili nuovi attacchi dopo il voto, con gli alleati regionali contrari a nuove operazioni su vasta scala e Benjamin Netanyahu che avrebbe spinto per altri raid. Il traffico nello Stretto di Hormuz, la via d’uscita del petrolio del Golfo, resta bloccato e i carburanti restano alti.Il nuovo Congresso si insedia il 3 gennaio. Chuck Schumer, capo dei democratici al Senato, ha detto in conferenza stampa che «questa guerra deve finire» e che il controllo della spesa è «uno dei modi per dissuadere un presidente che fa la guerra senza il consenso del popolo americano». A settembre una risoluzione sui poteri di guerra si era fermata al Senato per un solo voto, 49 a 50, con quattro repubblicani a favore. Secondo gli exit poll, il 62 per cento degli elettori giudica la guerra un errore e il 74 per cento la indica come un fattore importante nella propria scelta.