I democratici hanno conquistato sia la Camera sia il Senato nelle elezioni di metà mandato del 3 novembre, togliendo a Donald Trump il controllo dell’intero Congresso. Lo spoglio non è ancora concluso, ma le principali reti americane hanno già assegnato entrambe le camere.Alla Camera i dem hanno superato la soglia dei 218 seggi, con proiezioni che parlano di 240-245 deputati su 435. Al Senato hanno cancellato la maggioranza repubblicana di 53 a 47: secondo NBC News hanno strappato sette seggi (Iowa, Kansas, Ohio, Maine, North Carolina, South Carolina e Texas) e le stime li portano a 53-54 senatori, al momento in cui scrivo.Trump ha accettato il risultato, ma non la lettura che ne danno gli avversari: senza il suo nome sulla scheda, ha detto, la vittoria sarebbe stata schiacciante. Ha anche fatto sapere che userà il potere di veto.Il voto ha avuto i tratti di un referendum sulla Casa Bianca. Una stima del New York Times dà i democratici avanti di circa 12 punti nel voto popolare per la Camera.L’anatra zoppa non è una novitàUn presidente che perde il Congresso a metà mandato è una scena già vista nella storia americana, anche se il cappotto su entrambe le camere resta raro. Negli ultimi cinquant’anni era successo solo altre due volte: nel 1994 con Bill Clinton e nel 2006 con George W. Bush, entrambi presidenti che a modo loro hanno fatto la storia d’America.Il 1994 fu la svolta dei repubblicani di Newt Gingrich, che interruppe quattro decenni di maggioranza democratica alla Camera. Più indietro, Harry Truman perse entrambe le camere nel 1946 e Dwight Eisenhower nel 1954.Poi ci sono le sconfitte parziali, che producono uno stallo molto simile. Barack Obama perse la Camera nel 2010 e il Senato nel 2014; Trump stesso perse la Camera nel 2018; Joe Biden nel 2022.La formula va usata con cautela. In senso stretto l’anatra zoppa è il presidente a fine mandato, e Trump lo è comunque, perché il ventiduesimo emendamento gli vieta un terzo mandato. Qui indica soprattutto un presidente senza maggioranza.La storia dice anche che il voto di metà mandato non decide la corsa successiva. Truman, Eisenhower, Clinton e Obama furono rieletti; Trump, dopo la Camera persa nel 2018, perse la Casa Bianca nel 2020.Il Texas e il limite del voto di protestaLa vittoria in Texas è storica. James Talarico, 37 anni, ha battuto il procuratore generale Ken Paxton ed è il primo democratico a conquistare un seggio al Senato dello Stato dal 1988. Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore Greg Abbott, e per la prima volta dal 1994 i democratici vincono una carica statewide.Sarebbe però un errore leggerla come una conversione dell’elettorato. Il Texas Tribune parla del clima più favorevole ai democratici da anni, e già dai primi dati dell’Indiana, ancora parziali, la Cnn segnalava dem più forti del 2024 anche in distretti tradizionalmente repubblicani.Pesa anche la debolezza dell’avversario. Paxton è diventato il candidato repubblicano dopo che Trump lo ha appoggiato nel ballottaggio contro il senatore uscente John Cornyn, secondo la ricostruzione di Time. Il Washington Post racconta poi di sostenitori di Talarico sia di sinistra sia di destra.È la fotografia di un voto di protesta contro il presidente più che di piena adesione al partito democratico, tranne dove i candidati hanno saputo parlare davvero all’elettorato.Democratici senza una guida, repubblicani in attesa del dopo-TrumpLa notte elettorale mostra un partito democratico vincente ma plurale. Sherrod Brown ha riconquistato l’Ohio, Roy Cooper ha vinto in North Carolina, Abdul El-Sayed, voce dell’ala sinistra, ha preso il Michigan, Adam Hamilton ha portato il Kansas ai dem dopo 94 anni. Sono profili lontani per storia e programma: li accomuna soprattutto l’avversario.Lo stesso Talarico aveva battuto Jasmine Crockett alle primarie, una sfida che molti nel partito leggevano come test sulla direzione futura. Quella domanda resta aperta. Hakeem Jeffries guida i dem alla Camera e Jon Ossoff, vincitore in Georgia tra i possibili candidati al 2028, ma nessun nome oggi sintetizza centristi, progressisti e sinistra.Sul versante opposto l’America che due anni fa portò Trump alla Casa Bianca non è scomparsa. Ha pesato nelle primarie: in Kentucky Thomas Massie, entrato in rotta di collisione con il presidente, è stato battuto da Ed Gallrein, candidato sostenuto da Trump, che poi ha vinto il seggio. Il partito repubblicano resta costruito attorno a un leader che non potrà ricandidarsi, e il vuoto lasciato da Trump è un problema che i repubblicani dovranno affrontare.La strada democratica verso la Casa Bianca resta quindi tortuosa e tutt’altro che scontata. Il divario tra le macerie che il trumpismo lascerà e la capacità dei dem di darsi una guida è ancora molto ampio.Il cantiere Trump e le promesse mancateIl costo della vita è il primo capitolo del bilancio. Secondo numerosi opinionisti, a spingere i democratici è stata la frustrazione degli elettori per l’aumento dei prezzi e per le politiche dell’amministrazione.In politica estera l’amministrazione è stata tutt’altro che isolazionista. Il senatore democratico Mark Warner, rieletto in Virginia, ha definito la guerra con l’Iran una guerra per scelta di Trump, e la crisi nello Stretto di Hormuz ha fatto salire i costi di carburanti e fertilizzanti. Una dottrina Monroe, cioè l’attenzione concentrata sull’emisfero occidentale, mal si concilia con un conflitto in Medio Oriente.Sul fronte energetico Legambiente, citando l’Agenzia internazionale dell’energia, ricorda che nel primo anno del secondo mandato il 92% degli investimenti energetici delle aziende americane è andato alle rinnovabili, l’8% al gas e lo 0% al nucleare. Il dato contrasta con la narrazione pro-fossile e pro-nucleare del presidente.Sull’immigrazione, simbolo della campagna del 2024, serviranno i dati di dettaglio sul voto per capire quanto la questione abbia pesato rispetto al costo della vita, rimane però il fatto che l’Ice ha mostrato più il suo lato brutale che utile alla comunità.Due anni di veti e di trumpismo senza freniUn Congresso diviso non paralizza il presidente, ne sposta il terreno di gioco. Ai democratici spetteranno il potere di indagine e di controllo sull’amministrazione e, con il Senato, la possibilità di bloccare le nomine di ministri e giudici. Per superare un veto, però, servono i due terzi di entrambe le camere, soglia fuori portata anche con 53-54 senatori e circa 240 deputati. Lo scenario più probabile è lo stallo legislativo.Il presidente conserva ampi margini con gli ordini esecutivi e in politica estera. Chi non può ricandidarsi e non ha più elezioni da affrontare ha meno ragioni di moderarsi: è un’ipotesi, non una certezza, ma la guerra con l’Iran, i veti annunciati e la settimana dell’anticomunismo decretata alla vigilia del voto, con gli avversari bollati come comunisti, vanno in quella direzione. Non è scontato che il partito repubblicano lo segua fino in fondo.Va considerata anche la lettura opposta. Per i democratici le vittorie in Kansas e in Texas indicano un riallineamento più profondo di uno sfogo contro il presidente, e l’idea che Trump avrebbe vinto con il suo nome in scheda non è verificabile. Sarà il biennio a dire quale delle due letture regge.