HONG KONG — Joshua Wong si era dichiarato colpevole il 2 settembre per ottenere lo sconto di un terzo che la legge riserva a chi confessa. Giovedì mattina (la notte in Italia) l’Alta Corte di Hong Kong lo ha condannato a 10 anni per «cospirazione per collusione con forze straniere o esterne», e dello sconto non è rimasto nulla: il giudice William Tam ha classificato il caso come «grave», categoria che fissa il minimo a 10 anni, e la riduzione per la confessione non può scendere sotto quel minimo.Il volto delle proteste di Hong Kong, 30 anni compiuti il mese scorso in cella, doveva uscire nel gennaio 2027. Uscirà invece verso la fine del 2036, a 40 anni, salvo remissioni che per i detenuti di sicurezza nazionale sono più difficili da ottenere. Soltanto due mesi e due giorni della nuova pena correranno insieme al residuo della condanna che sta già scontando.Il reato contestato riguarda i mesi tra il 1° luglio e il 23 novembre 2020, i primi dopo l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Secondo l’accusa, Wong, insieme all’attivista oggi in esilio Nathan Law e ad altre persone non identificate, chiese a governi stranieri sanzioni, blocchi o «altre azioni ostili» contro Hong Kong e la Cina. Le pene vanno da 3 a 10 anni nei casi ordinari e da 10 anni all’ergastolo in quelli gravi, riferisce Reuters.«La pena deve essere proporzionata alla gravità del reato», ha detto Tam in un’aula gremita, aggiungendo che la Corte doveva «esprimere l’orrore della comunità» per il piano dell’imputato. Dopo la legge, ha sostenuto il giudice, Wong e i coimputati «hanno continuato a promuovere tali appelli non solo attraverso i propri account social, ma anche tramite importanti media occidentali». La legge non è retroattiva, ma gli incontri degli anni precedenti con politici americani ed europei, tra cui l’allora speaker della Camera Nancy Pelosi e l’allora senatore Marco Rubio, oggi segretario di Stato, sono per Tam «contesto importante».Wong, camicia azzurra e occhiali scuri, tre guardie accanto, ha fatto cenni del capo al pubblico. Nella memoria difensiva aveva scritto: «Non ho mai sostenuto l’indipendenza di Hong Kong, né ho mai promosso il “collasso della Cina” o un cambio di regime», e «non ho mai ricevuto finanziamenti stranieri». Il suo avvocato aveva chiesto «una pena che lasci al mio cliente una speranza», spiegando che Wong vuole occuparsi dei genitori.Due volte sotto la stessa leggeWong è in carcere dal novembre 2020. Nel 2024 è stato condannato a 4 anni e 8 mesi nel processo ai cosiddetti «Hong Kong 47», gli organizzatori delle primarie non ufficiali dell’opposizione: 45 condannati e 2 assolti. Nel giugno 2025, mentre era nel carcere di Stanley, è stato arrestato di nuovo. È l’unico di quel gruppo a essere stato incriminato due volte con la legge sulla sicurezza. Aveva 8 mesi quando Hong Kong tornò alla Cina nel 1997 ed è finito in cella per la prima volta a 23 anni.Pechino lo definisce una «mano nera» delle forze straniere. I governi di Hong Kong e della Cina sostengono che la legge ha riportato la stabilità dopo le proteste del 2019 e che le forze dell’ordine agiscono «sulla base delle prove». Nelle prime ore dopo la sentenza né il governo di Hong Kong né il ministero degli Esteri cinese hanno commentato; nessuna reazione finora da Washington, Londra o Bruxelles.Human Rights Watch parla di una condanna «crudele e ingiusta» su «accuse infondate», chiede il rilascio immediato e sanzioni mirate contro i responsabili, e accosta il caso a quelli di Jimmy Lai, fondatore del quotidiano Apple Daily, e degli ex deputati dell’opposizione Lee Cheuk-yan e Albert Ho. Per Amnesty International l’incriminazione «mette in luce la paura delle autorità verso i dissidenti noti e fin dove sono disposte a spingersi per tenerli dietro le sbarre il più a lungo possibile».Un amico, Louis Lee, ha raccontato all’AFP un detenuto «energico» ma a tratti «preoccupato e nervoso», che sospira durante le visite, legge, si allena, studia chitarra e segue corsi universitari.Per il sinologo Steve Tsang, della Soas di Londra, la pena mostra che Pechino «tiene saldamente le redini su Hong Kong e non c’è spazio per tornare ai giorni più rilassati di prima del 2019».