Corea del Nord, la sorella di Kim respinge i colloqui con gli Usa: Pyongyang lancia un missile

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SEUL — Per Pyongyang il furto di criptovalute più grande della storia non è un’accusa da respingere: è una prova dell’ostilità americana. Lo ha scritto Kim Yo Jong, sorella del leader nordcoreano Kim Jong Un e dirigente del Partito del lavoro, in una dichiarazione diffusa mercoledì 4 novembre dall’agenzia di Stato KCNA. Il caso Binance, dice, non è «un episodio accidentale» ma «un’estensione della politica ostile immutabile di Washington». Nello stesso testo chiude la porta a Donald Trump: «Al momento non vediamo necessità di colloqui».Poche ore dopo la Corea del Nord ha lanciato un proiettile non identificato verso il mare, al largo della costa orientale. Lo ha reso noto lo stato maggiore congiunto sudcoreano, senza indicare il tipo di arma. Il lancio arriva mentre il presidente americano ripete di essere disponibile a un incontro con Kim Jong Un, il primo dal giugno 2019, e a due settimane dal suo viaggio in Cina per il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico.Kim Yo Jong tiene insieme le due cose. Il dialogo, scrive, resta una via verso la pace, ma l’abbandono americano della «politica ostile» verso la Repubblica Popolare Democratica di Corea, il nome ufficiale del Nord, è «la premessa fondamentale e la chiave per risolvere tutti i problemi». Da qui la conclusione: «Non abbiamo alcun bisogno di sederci faccia a faccia con persone così inaffidabili e ostili che rifiutano di abbandonare la loro politica di confronto».L’elenco delle ostilità è lungo. Le esercitazioni congiunte di Stati Uniti e Corea del Sud, la denuclearizzazione ribadita dai capi della diplomazia di Washington, Seul e Tokyo, un rapporto del Dipartimento di Stato sulla tratta di esseri umani che cita anche la Corea del Nord. E ora Binance. «Ai segnali ostili che gli Stati Uniti inviano continuamente, non sappiamo come rispondere altrimenti», scrive Kim Yo Jong, e avverte che ai «nuovi record» della politica americana corrisponderanno «nuovi record» nella risposta nordcoreana, senza dire quali.I 6,3 miliardi di BinanceIl caso che Pyongyang chiama provocazione è una rapina informatica. Sabato 31 ottobre l’Fbi ha attribuito alla Corea del Nord il furto di 6,3 miliardi di dollari in criptoattività dalla piattaforma Binance, il maggiore mercato di criptovalute al mondo, indicando il gruppo TraderTraitor, già accusato del colpo da 1,5 miliardi alla piattaforma Bybit nel febbraio 2025. I fondi, secondo l’Fbi, venivano riciclati convertendoli in Ethereum.Binance ha sospeso i prelievi, li ha riaperti domenica e ha coperto con fondi propri il 90 per cento delle somme sottratte. Il co-amministratore delegato Richard Teng ha parlato di un «attacco complesso», partito da un computer portatile compromesso e da un software che cancellava le tracce. Pyongyang ha risposto in tre giorni con tre smentite: «retorica assurda», «una trita provocazione», infine «una grave provocazione politica».Il lancio di mercoledì chiude una settimana di test. Lunedì i media di Stato avevano annunciato la prova di missili da crociera strategici con una nuova testata a submunizioni; nelle settimane precedenti droni d’attacco, un siluro a guida di precisione e un missile ipersonico a raggio intermedio. Alla vigilia la stampa nordcoreana aveva mostrato Kim Jong Un in un cantiere navale militare dove si costruisce un cacciatorpediniere. Secondo l’Associated Press, Pyongyang moltiplica i test per aumentare la propria leva negoziale in vista di un eventuale incontro con Trump.Washington non ha commentato la dichiarazione. Il segretario di Stato Marco Rubio, il 31 ottobre ad Atlanta, ha detto che «il presidente è aperto a un incontro con Kim se Kim è pronto a discutere», ma che nessuna data è fissata. Trump stesso, il 19 ottobre, aveva frenato: «Non sono sicuro che qualcuno stia chiedendo un incontro, ma il mio rapporto con Kim Jong Un è molto buono».A Seul la dichiarazione si legge come un prezzo messo sul tavolo prima ancora che il tavolo esista. Lim Eul-chul, professore all’Istituto di studi sull’Estremo Oriente dell’Università Kyungnam, dice a Reuters che Kim Yo Jong ha fissato la fine della «politica ostile» come precondizione e «ha chiarito che, nella situazione attuale, non vi è alcun motivo per sedersi al tavolo con gli Stati Uniti». Un alto funzionario sudcoreano aveva detto ai giornalisti la settimana scorsa che Seul vede poche probabilità di un vertice, per ora. L’ultima stretta di mano fra Trump e Kim risale al giugno 2019, nella zona demilitarizzata fra le due Coree.