MANAMA — Il voto americano è chiuso da poche ore e a Juffair, il quartiere della capitale del Bahrein che ospita la Quinta Flotta degli Stati Uniti, il paesaggio è ancora quello del primo round: a pochi metri dalle case un magazzino squarciato e annerito dal fuoco, un radar puntato verso l’Iran a cui manca un terzo della parabola. Sono i segni dell’operazione Usa-israeliana «Epic Fury», cominciata il 28 febbraio. Qui, al Manama Dialogue, la conferenza annuale sulla sicurezza organizzata dall’Istituto internazionale di studi strategici di Londra, ministri e generali hanno parlato quasi soltanto del secondo.Donald Trump ha detto di voler lanciare «un’altra piccola operazione Epic Fury» dopo le elezioni di martedì. Quella scadenza è passata questa notte e, secondo quattro funzionari europei sentiti da Reuters, le forze americane ammassate nella regione bastano per attaccare con breve preavviso, «forse già questa settimana». Un quinto, in contatto con i leader del Golfo, ha riassunto l’umore così: «La guerra sta arrivando. Nessuno è favorevole a questa guerra».Interpellata, la Casa Bianca ha risposto che «tutte le opzioni» restano sul tavolo, che l’Iran ha davanti «la via facile o la via dura» e che «il presidente Trump ha in mano tutte le carte». Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto sabato che il presidente non ha ancora deciso se colpire e preferisce la strada diplomatica.Un assaggio c’è già stato. Lunedì sera, riferisce CBS News citando più funzionari americani, forze Usa hanno condotto «attacchi difensivi limitati» contro obiettivi iraniani sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato martedì che Teheran «conserva il diritto alla legittima difesa». I Pasdaran, in un comunicato, hanno detto di aver ricevuto gli ordini del leader e di volerli applicare «con tutta la forza», senza annunciare una ritorsione.Gli ordini di KhameneiQuegli ordini risalgono a sabato. Mojtaba Khamenei, la guida suprema subentrata al padre Ali, ucciso durante la guerra, ha ricevuto il capo di stato maggiore, il comandante dell’esercito e quello dei Pasdaran nella prima riunione resa pubblica dall’inizio del conflitto. Il mandato, secondo il comunicato del suo ufficio: ogni attacco va incontrato con «una risposta immediata ed efficace, senza limiti geografici», in nome della «massima deterrenza». Khamenei non appare in pubblico da marzo.Il portavoce dell’esercito ha avvertito che, se Trump riprende, «il fuoco della guerra» investirà un’area più ampia, con tattiche di «guerra asimmetrica». Funzionari iraniani hanno spiegato alla stessa agenzia che le liste di obiettivi sono pronte: cavi sottomarini di comunicazione e basi militari, alcune delle quali coperte.Emile Hokayem, direttore per la sicurezza regionale dell’istituto che organizza la conferenza, legge così la strategia di Teheran: «Ciò che davvero interessa agli iraniani è la partenza delle forze americane dalla regione». Il messaggio ai Paesi del Golfo, dice, è che dopo quarant’anni di investimenti «quelle basi non vi hanno protetto, vi hanno esposto»; la campagna iraniana «serve a sfiancare gli americani, non a vincere».La diplomazia non si è fermata. Mediatori del Qatar erano martedì a Teheran dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi; il portavoce del ministero degli Esteri di Doha ha detto che entrambe le parti «restano impegnate nel negoziato», stanno esaminando le proposte scambiate «in tempo reale» e che l’obiettivo è «un accordo provvisorio». Araghchi ha parlato di consultazioni «molto intense», ma senza «una conclusione definitiva». Il vicepresidente del Parlamento iraniano ha invece dichiarato che la finestra «è chiusa, perché non hanno nulla di nuovo da offrire».Il calendario della crisi lo ha dettato finora il voto americano più dei negoziati, e i Paesi del Golfo si sono regolati di conseguenza. Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha avvertito a Manama che un nuovo round sarebbe più distruttivo del primo e «non porterà da nessuna parte». Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, ha detto di sperare in «una svolta diplomatica», ma che il suo Paese è «preparato al peggio». Un funzionario del Golfo: «In fondo, decide una persona sola».Nelle monarchie la ricostruzione del primo round non è finita: impianti energetici e radar sono ancora in riparazione, mentre gli intercettori antimissile scarseggiano in tutto il mondo. L’Arabia Saudita, che il mese scorso ha mandato i suoi inviati a Teheran insieme a Turchia e Pakistan, si prepara anche a un altro fronte: dallo Yemen gli Houthi lanciano quasi ogni giorno missili e droni su aeroporti e impianti petroliferi del regno.