L’odore del Dragone era nell’aria da tempo. Solo che adesso si è fatto un po’ troppo acre. Era il Ferragosto del 2025 quando questo giornale raccontava dei tentativi della Cina di artigliare e catturare una delle più grandi catene di rivendita di elettronica del mondo, Media World. Si disse, ai tempi, che l’Europa non era capace di difendere i propri campione, che era vulnerabile e facile preda. Adesso è successo, per davvero, con il retrogusto della beffa: l’ammaina bandiera, bandiera europea, avviene proprio nelle settimane in cui Bruxelles ha alzato i primi veri muri contro il Dragone, dalle rinnovabili alle auto, passando per i pacchi.E così MediaWorld si avvicina al passaggio sotto il controllo cinese. La Commissione europea ha infatti autorizzato l’acquisizione di Ceconomy, il gruppo tedesco proprietario della catena italiana, da parte del gigante dell’e-commerce JD.com. Il via libera supera l’ultimo ostacolo regolatorio, ma impone alle aziende obblighi destinati a durare dieci anni. L’intesa, annunciata nell’estate del 2025, attribuisce all’intero capitale di Ceconomy un valore di circa 2,2 miliardi di euro. Nel gruppo rientrano anche MediaMarkt e Saturn: una rete di oltre mille negozi (150 i punti vendita fisici coinvolti in Italia) e circa 50mila dipendenti. Un’operazione che regala, come detto, al Dragone l’accesso a due marchi simbolo del retail tecnologico tedesco e italiano: MediaWorld e Unieuro. Con il controllo di Ceconomy, JD.com ottiene, infatti, un accesso indiretto anche a Unieuro, in quanto, la holding tedesca detiene il 23,4 % della francese Fnac Darty, che nel 2024 ha acquistato la catena italiana.Finanziamenti, magazzini e tecnologia sono i tre fronti sui quali Bruxelles ha chiesto garanzie. Le transazioni tra JD.com e Ceconomy, compresi i prestiti, dovranno, per esempio rispettare le condizioni di mercato. Il gruppo cinese dovrà inoltre offrire agli altri rivenditori i servizi logistici e di magazzino alle stesse condizioni riservate a Ceconomy. Un obbligo analogo riguarderà i servizi tecnologici. L’obiettivo è impedire che la nuova proprietà riservi alla propria rete europea vantaggi derivanti dagli aiuti pubblici ricevuti in Cina. Un soggetto indipendente controllerà infine il rispetto degli impegni sotto la supervisione della Commissione. L’indagine, condotta in base al regolamento europeo sulle sovvenzioni estere, ha infatti individuato finanziamenti agevolati, incentivi fiscali e contributi pubblici cinesi a favore di JD.com.Secondo Bruxelles, questi sostegni hanno contribuito allo sviluppo delle capacità logistiche e tecnologiche che saranno messe a disposizione della società acquisita. Il rischio riguarda la possibilità di finanziare più facilmente le attività europee e sostenere politiche di prezzo aggressive, penalizzando i concorrenti. Libero mercato? Insomma. L’economista e fondatore di T-Commodity, Gianclaudio Torlizzi, qualche dubbio ce l’ha. E lo rappresenta a Formiche.net. “Prima si comprano i marchi. Poi si comprano i negozi dove quei marchi vengono venduti. Con il 60% di MediaWorld, JD.com non entra soltanto nella distribuzione italiana: entra nel punto in cui si decide quali prodotti arrivano al consumatore, quanto spazio occupano e a quali condizioni vengono venduti. La verità è che se oltre ai prodotti elettronici, i cinesi controllano anche i canali di distribuzione, hanno fatto bingo. La domanda, quindi, è semplice: sugli scaffali troveremo più prodotti cinesi? E i marchi europei avranno ancora lo stesso spazio? La partita non si gioca solo su chi produce. Si gioca su chi controlla il canale attraverso cui si vende”.