Martedì 3 novembre i servizi di sicurezza siriani hanno annunciato di aver sventato un attentato contro la raffineria di Homs, attribuito a una cellula «affiliata» a Hezbollah, il movimento armato sciita libanese. Secondo il comunicato diffuso dall’intelligence generale insieme alle forze di sicurezza interna, sono stati arrestati due uomini, indicati con le iniziali M.S. e B.Sh., e sequestrati ordigni esplosivi destinati all’impianto. Nello stesso giorno Hezbollah ha respinto ogni accusa, sostenendo di non avere «alcuna presenza sul territorio siriano» e di non essere coinvolto in attività che minaccino la sicurezza e la stabilità della Siria, e ha invitato Damasco a guardarsi da chi vuole «seminare discordia» tra i due Paesi.Il piano sventato era stato reso noto domenica 1° novembre, senza indicare i responsabili. L’attribuzione a Hezbollah è arrivata il 3, il giorno dopo la visita a Damasco di una delegazione del governo libanese guidata dal vicepremier Tarek Mitri, ricevuta il 2 novembre dal ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani. Letta in questa sequenza, l’accusa appare come un modo per legare la protezione degli impianti energetici siriani, colpiti da più sabotaggi nelle ultime settimane, alla trattativa con lo Stato libanese sul controllo della frontiera: Damasco chiede di fatto a Beirut di rispondere anche di ciò che fa una forza armata che il governo libanese non controlla.La raffineria di Homs, tra le più antiche del Paese, rifornisce il mercato interno di gasolio, olio combustibile e cherosene. Secondo Asharq Al-Awsat è oggi l’unica raffineria siriana in funzione, perché quella di Baniyas è in manutenzione; altre testate, tra cui Al Jazeera, la presentano come uno dei due impianti principali. In entrambi i casi un attacco riuscito avrebbe colpito l’approvvigionamento di carburante di un Paese che ricostruisce la propria economia dopo la caduta di Bashar al-Assad, nel dicembre 2024.L’episodio si inserisce in una sequenza di attacchi contro la rete energetica. Il 30 settembre l’esplosione di una condotta del gas presso la stazione di Tishreen ha messo fuori servizio le centrali di Deir Ali, Nasiriya e Tishreen. Il 15 ottobre è stato segnalato un danno all’oleodotto Baniyas–Homs vicino al villaggio di Hadida, che i media statali avevano inizialmente collegato a un tentativo di furto di carburante e che resoconti successivi descrivono come sabotaggio; lo stesso giorno è stato colpito anche un gasdotto nella provincia di Hasakah. Nessuno di questi attacchi è stato rivendicato.Non è la prima accusa a Hezbollah. A fine settembre, secondo l’agenzia ufficiale Sana citata da The National, Damasco aveva annunciato l’arresto di tre membri di una cellula legata al movimento e il sequestro di lanciarazzi nell’area del fiume Yarmuk, nel sud del Paese. Altre accuse avevano riguardato piani di omicidio e traffico di armi; Hezbollah le ha sempre respinte. Il quotidiano libanese Al-Modon, che cita una fonte della sicurezza non identificata, sostiene secondo proprie informazioni che gli arrestati siano in gran parte ex membri degli apparati del vecchio regime che avevano già collaborato con il movimento. Il comunicato ufficiale parla di due arresti senza indicarne i trascorsi, e le prove raccolte non sono state rese pubbliche.Il nesso con Beirut emerge dall’agenda dell’incontro del 2 novembre. Secondo il comunicato del ministero degli Esteri siriano, le parti hanno discusso di come rafforzare le relazioni e sviluppare il coordinamento «soprattutto nella cooperazione per la sicurezza e nel controllo delle frontiere», oltre che di istruzione, lavoro e affari sociali, con commissioni tecniche congiunte. Fonti citate da Asharq Al-Awsat indicano che per la parte siriana frontiera, contrabbando e infiltrazioni erano in cima all’agenda, mentre quella libanese ha messo al centro i profughi siriani in Libano. Il 2 luglio, a Beirut, le due parti avevano avviato un comitato superiore congiunto.Beirut punta ad avviare il rientro dei profughi; Damasco vuole che il confine smetta di essere un canale per armi e uomini ostili al nuovo potere. Hezbollah, che ha combattuto in Siria a fianco di Assad e mantiene radicamento nella valle della Bekaa, a ridosso della frontiera, è il punto in cui le due agende si toccano. Se la lettura negoziale è corretta, indicando Hezbollah subito dopo il vertice Damasco chiede al governo di Beirut di dimostrare che il controllo dei confini spetta allo Stato libanese. Fino al 5 novembre il governo libanese non risultava aver commentato pubblicamente l’accusa.Una serie di sabotaggi non rivendicati contro oleodotti e centrali rischia di indebolire l’immagine di un governo che chiede investimenti e si propone come corridoio di transito. Attribuirne almeno uno a un nemico esterno riconoscibile consente alle autorità di dare un volto alla minaccia. Questa lettura di politica interna non esclude quella negoziale, ma invita a prudenza finché Damasco non renderà note prove verificabili.Il 28 ottobre il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, a Damasco, ha discusso con il presidente Ahmed al-Sharaa l’esportazione di petrolio iracheno attraverso Baniyas, con una capacità dichiarata fino a due milioni di barili al giorno, in alternativa allo Stretto di Hormuz. Il progetto, oggetto di un memorandum firmato a luglio per riattivare l’oleodotto Haditha–Baniyas, non ha ancora un calendario, ma presuppone che la rete tra il confine iracheno e la costa siriana, Homs compresa, sia difendibile.Il primo riscontro verrà dalle prossime riunioni delle commissioni tecniche congiunte siro-libanesi: se Beirut accetterà meccanismi concreti di controllo congiunto della frontiera, la lettura negoziale dell’annuncio di Homs ne uscirà rafforzata; se il negoziato resterà fermo ai profughi, Damasco potrebbe continuare a rendere pubblici i casi attribuiti al movimento, alzando la tensione lungo un confine dove lo Stato libanese ha margini limitati.