Repubblica Ceca, sciopero di tv e radio pubbliche contro l’abolizione del canone: la riforma di Babiš e i vincoli del regolamento europeo sui media

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Martedì 3 novembre, dalla mezzanotte, Česká televize e Český rozhlas, la televisione e la radio pubbliche ceche, hanno scioperato per ventiquattro ore. Sul canale all news ČT24 i conduttori, vestiti di nero, hanno letto brevi notiziari nella redazione oscurata; il resto del palinsesto è stato coperto con programmi d’archivio, mentre Radiožurnál ha mantenuto solo i bollettini di cinque minuti e le informazioni sul traffico. Lo sciopero, proclamato dall’iniziativa dei dipendenti Veřejnoprávně con l’appoggio dei sindacati, contesta il disegno di legge del governo di Andrej Babiš che abolisce il canone e finanzia le due emittenti dal bilancio dello Stato. Nel pomeriggio migliaia di persone, tra cui studenti e artisti, hanno sfilato a Praga dalla sede della televisione fino a piazza Venceslao; manifestazioni si sono tenute anche a Brno e a Ostrava.Il giorno dopo Babiš ha preso atto della protesta, ma ha fatto sapere che la coalizione non cambia i suoi piani. Il progetto sostituisce un’entrata propria delle emittenti con un trasferimento statale che il governo promette di garantire per legge, ma che parte da un taglio del 15 per cento e resta nelle mani della maggioranza che lo approva. Sull’entità delle risorse, e in parte sulla loro protezione dalle maggioranze successive, il testo appare oggi difficile da conciliare con il regolamento europeo sulla libertà dei media, che chiede un finanziamento del servizio pubblico adeguato, sostenibile e prevedibile.Il testo cancella il canone di 205 corone al mese, circa 8 euro, che oggi pagano le famiglie. Al suo posto la televisione riceverebbe dal bilancio 5,74 miliardi di corone l’anno e la radio 2,065 miliardi: complessivamente circa 1,4 miliardi in meno rispetto agli incassi attesi dal canone nel 2026, una riduzione di circa il 15 per cento. Secondo i calcoli riportati da Reuters, il bilancio nominale della televisione tornerebbe al livello del 2008 e quello della radio al 2005. Le emittenti hanno definito il taglio insostenibile.Il disegno di legge ha superato la prima lettura alla Camera dei deputati alle 4.36 di sabato 24 ottobre, con 96 voti contro 81, dopo che la maggioranza formata da ANO, il partito di Babiš, dall’estrema destra di SPD e dagli euroscettici di Motoristé lo aveva messo all’ordine del giorno senza preavviso il giorno prima, limitando il dibattito.Il governo difende la misura come un alleggerimento per le famiglie promesso in campagna elettorale e sostiene che riduce, anziché aumentare, il peso della politica. «Oggi i politici possono decidere l’importo del canone. Il nuovo modello che proponiamo limiterà la loro influenza diretta», ha detto Babiš il 26 ottobre, ribadendo che il finanziamento sarà garantito dalla legge come spesa obbligatoria e legato all’inflazione. Lunedì 2 novembre ha aggiunto: «Non c’è nessuna battaglia sulla democrazia. Nessuno vuole impadronirsi dei media pubblici o metterli sotto il controllo dello Stato». Il 31 ottobre aveva anche prospettato un canone volontario e un finanziamento garantito «non direttamente dal bilancio», senza spiegare come funzionerebbe; secondo la stampa ceca, la riforma non dovrebbe più entrare in vigore a gennaio 2027.I dipendenti contestano il punto di partenza della riforma e la tenuta della garanzia nel tempo. Un importo fissato per legge può essere cambiato da una legge successiva, e con il canone abolito le emittenti non avrebbero più un’entrata propria da opporre. «Se approvata, questa proposta darà alla coalizione di governo gli strumenti per influenzare politicamente i contenuti di entrambi i media pubblici», ha detto a Reuters Jan Molaček, giornalista della televisione e membro del comitato di sciopero. L’opposizione paragona la riforma a quanto fatto in Ungheria dall’ex premier Viktor Orbán, alleato di Babiš, che nei suoi sedici anni di governo ha costruito una rete di media vicini all’esecutivo.Il regolamento sulla libertà dei media (European Media Freedom Act, regolamento Ue 2024/1083), applicabile dall’8 agosto 2025, stabilisce all’articolo 5 che le procedure di finanziamento del servizio pubblico si basino su criteri trasparenti e obiettivi fissati in anticipo e garantiscano risorse «adeguate, sostenibili e prevedibili», tali da salvaguardare l’indipendenza editoriale. Il 2 novembre la Federazione europea e la Federazione internazionale dei giornalisti hanno diffuso una dichiarazione di sostegno allo sciopero, firmata da oltre trenta organizzazioni tra cui Reporter senza frontiere e l’Unione europea di radiodiffusione, che richiama proprio questo obbligo.Il regolamento non vieta il finanziamento dal bilancio, che esiste in diversi Paesi europei, e un importo fissato per legge e indicizzato risponde in parte al criterio della prevedibilità. Il punto debole del testo è l’adeguatezza: una riduzione del 15 per cento decisa insieme all’abolizione del canone è difficile da presentare come risorsa commisurata alla missione delle emittenti. La garanzia «non direttamente dal bilancio» evocata da Babiš potrebbe diventare la via per conciliare la promessa elettorale con la norma europea; finché non esiste un testo, resta un’indicazione politica.L’esame riprenderà nella commissione per i media della Camera, che prevede di tornare sul disegno di legge il 10 dicembre, mentre la seconda lettura è attesa tra la fine di dicembre e gennaio. La mobilitazione intanto continua: gli studenti universitari hanno annunciato una protesta per il 10 novembre e l’associazione Milion chvilek pro demokracii (Un milione di momenti per la democrazia) ha convocato una manifestazione nel parco di Letná per il 15 novembre, a due giorni dall’anniversario del 17 novembre 1989. Un sondaggio Stem/Mark citato da Deník N indica che il 68 per cento dei cechi vuole i media pubblici lontani sia dal controllo dello Stato sia dalla proprietà privata.Fino alla seconda lettura, la variabile da seguire sono gli emendamenti che la maggioranza presenterà in commissione: se recupereranno almeno in parte il taglio e proteggeranno gli importi da modifiche annuali, la riforma avrà argomenti davanti alla Commissione; se il testo resterà quello approvato in prima lettura, Praga rischia un confronto con Bruxelles sull’applicazione del regolamento.