America first o America e basta?

Wait 5 sec.

L’udienza privata di ieri in Vaticano tra Leone XIV e Bob Dylan è arrivata in una data fatale per il futuro politico degli Stati Uniti, anche se ovviamente l’appuntamento tra i due eminenti uomini americani, che non è irragionevole definire progressisti, era stato fissato molto prima che si potesse conoscere con certezza l’esito del voto fallimentare per Trump alle midterm.Tuttavia, l’incontro tra Prevost e Dylan assume un forte significato emblematico essendo avvenuto proprio il 4 novembre, da quando in tutto il mondo si sta cercando di capire come farà l’America a ricostruire il suo profilo di democrazia liberale, rappresentativa e costituzionale, mentre per altri due anni l’anatra zoppa farà di tutto, con i suoi ampi poteri presidenziali di veto, per imperdirglielo.  L’udienza, di breve durata, per chi era presente ha avuto un carattere «essenziale». Dylan, 85 anni, è in Italia per il suo Rough and Rowdy Ways Tour. Ha donato al Papa una copia della propria autobiografia, Chronicles – Volume One, ricevendo dal Pontefice un rosario. Qualche frammento in più su questa visita lo raccontano le immagini diffuse dai media vaticani. Il gesuita Antonio Spadaro, che ha accompagnato Dylan insieme ad Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, ha descritto sui social l’emozione di un incontro dal «sapore della storia».Il filo rosso per ricercare anche un significato politico va rintracciato in un precedente, quando nel luglio 2026 Leone XIV citò alcuni versi di Dylan nella prefazione al volume della Libreria Editrice Vaticana dal titolo “Disarmata e disarmante. La pace è un dono”, a cura del giornalista Alessandro Banfi e dedicato agli interventi del Pontefice sulla pace dall’inizio del suo pontificato. Le frasi riprese dai discorsi del Papa provengono da “Go Away You Bomb” (Vattene via, bomba), una composizione antimilitarista scritta da Dylan nel 1963, in piena guerra fredda. «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia»: un attacco alla bomba atomica che mette in discussione non soltanto la tecnologia della distruzione, ma soprattutto la responsabilità umana e politica di chi costruisce, possiede e utilizza strumenti capaci di annientare l’umanità.Ma bisogna sapere che “Go Away You Bomb” di Dylan non è mai stata pubblicata in un album, né incisa in versione discografica. Il manoscritto originale, appartenuto a Israel «Izzy» Young, fondatore del Folklore Center di New York (che era un negozio di musica e cultura folk situato al 110 di MacDougal Street, nel Greenwich Village di New York) è riemerso nel 2013 ed è stato successivamente battuto all’asta da Christie’s.Nell’introduzione al volume il Pontefice aveva scritto che, soprattutto nell’era atomica, occorre riaffermare una verità fondamentale: «Non sono le armi atomiche che generano la pace, ma il disarmo». Il Papa, nei suoi interventi pubblici, ha inoltre richiamato il rischio di una nuova corsa agli armamenti, osservando come una verità che sembrava ormai acquisita nei decenni successivi alla guerra fredda sia stata progressivamente offuscata. È proprio qui che la citazione di Dylan assume un significato che supera la dimensione letteraria: la pace non può essere affidata esclusivamente agli equilibri militari e alla minaccia di una reciproca distruzione totale. Dylan, insignito del Nobel per la Letteratura nel 2016, ma notoriamente schivo e assai poco presenzialista, non si recò alla cerimonia ufficiale di Stoccolma, ma ritirò la medaglia e il diploma alcuni mesi più tardi in forma privata.Specialmente quest’anno, Leone XIV ha assunto posizioni sempre più esplicite contro la guerra in Iran e contro l’utilizzo del linguaggio religioso per legittimare le operazioni militari. Da qui le tensioni tra il Vaticano e l’amministrazione Trump che conosciamo. Uno degli episodi più significativi è avvenuto nella domenica delle Palme, quando il Pontefice ha pronunciato parole destinate ad avere una forte risonanza internazionale: «Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, ma le respinge». Il riferimento era alla contraddizione tra il messaggio evangelico e il tentativo di presentare le operazioni belliche come una missione benedetta dalla volontà divina. Il monito aveva anche una precisa collocazione politica. Negli stessi giorni, il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, aveva invocato la protezione divina per i militari americani impegnati nel conflitto.La Casa Bianca, attraverso la portavoce Karoline Leavitt, aveva risposto alle parole del Papa sottolineando che anche i soldati statunitensi apprezzano le preghiere e il sostegno spirituale.Il 3 aprile scorso il Washington Post ha ricostruito questa divergenza, descrivendo il confronto tra la concezione della guerra sostenuta da alcuni esponenti della dottrina Maga e la visione di Leone XIV, che rifiuta l’idea di un Dio schierato con una parte combattente.Un altro momento significativo è arrivato con le dichiarazioni del vicepresidente J.D. Vance, cattolico convertito, che ha cercato d’inquadrare il conflitto attraverso il tema della “guerra giusta”. Vance ha sostenuto che gli Stati Uniti dovessero agire per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, pur precisando di non poter stabilire se le operazioni militari rispecchiassero effettivamente la volontà divina.La questione della “guerra giusta” secondo molti teologi cattolici è assai delicata, perché il principio non costituisce un’autorizzazione tout court all’uso della forza: la dottrina della Chiesa stabilisce infatti delle condizioni, tra cui la necessità, la proporzionalità e l’esistenza di concrete possibilità di successo, mentre considera la guerra preventiva e la distruzione indiscriminata incompatibili con il rispetto della vita umana. Leone XIV ha così riportato il dibattito su un terreno che non riguarda soltanto le scelte strategiche di Washington, mettendo in luce anche la responsabilità morale delle leadership politiche e militari. Cosa che ha fatto infuriare l’attuale inquilino della Casa Bianca.Dal canto suo Bob Dylan è portatore di una storia che lo rende uno degli interpreti più importanti della protesta americana pacifista degli anni Sessanta. Brani come “Blowin’ in the Wind” e soprattutto “Masters of War” sono entrati nella memoria collettiva come espressioni della contestazione contro la guerra, il militarismo e il potere delle industrie belliche. In “Masters of War”, pubblicata nel 1963 nell’album “The Freewheelin’ Bob Dylan”, il cantautore attaccava direttamente coloro che costruiscono e alimentano i conflitti senza pagarne personalmente le conseguenze. Non era soltanto una canzone contro la guerra: era una critica verso gli interessi economici e politici che permettono alla guerra di diventare un sistema di affari miliardari. Anche “Blowin’ in the Wind”, del 1962, si è trasformata in un inno universale alla ricerca della pace e della dignità umana.C’è infine un altro precedente storico che merita di essere ricordato. Dylan aveva già incontrato un Pontefice nel 1997, quando partecipò al Congresso eucaristico nazionale di Bologna, esibendosi davanti a Giovanni Paolo II e a 300mila giovani. In quell’occasione, Dylan aveva interpretato tre brani, tra cui “Knockin’ on Heaven’s Door”. Nel suo intervento, Giovanni Paolo II aveva citato proprio “Blowin’ in the Wind”, utilizzandone le domande sulla condizione umana per sviluppare una riflessione sul cammino dell’uomo verso Cristo.Quasi trent’anni dopo, il nuovo incontro di Dylan con un Papa assume una dimensione diversa, anche perché è avvenuto in una dimensione privata, non durante un evento pubblico, ma c’è un filo rosso che collega i due incontri: lo straordinario potere della musica di entrare in dialogo con la dimensione spirituale e con le grandi questioni etiche e morali del nostro tempo.