Non diteci che non vi informiamo per davvero, sulle cose gravi e su quelle fatue, non diteci che non lo facciamo a rischio di strali e in tempi, come si dice, non sospetti. Questa è una cosa fatua, vaporosa, ma torna come la profezia che a suo tempo azzardammo: arieccoli i Maneskin, i bamboccetti con le chitarrine, ormai meno bamboccetti – il tempo non aspetta nessuno. Vanno a Sanremo in reunion, come si dice, riunione parendo un po’ condominiale, indegno di manichini spericolata, ospiti di una sera, per ricostruire una carriera finita in coriandoli.Se ne sta occupando il loro manager Fabrizio Ferraguzzo che insieme al nuovo nominato Stefano De Martino sta mettendo su il prossimo festival, risvolto sul quale la sinistra volendo potrebbe obiettare al conflitto d’interessi in TeleMeloni, due grandi classici in uno ma non lo farà perché i Maneskin erano, sono quanto di più fuffesco a sinistra si possa concepire: vuoti a perdere di talento, gonfi di spocchia più di Ranucci, inconsistenti ma noleggati, ricordate, dalla Baronessa Ursula per faccende propagandistiche della Ue prima, per la vaccinazione di massa e coattiva e cattiva dopo, “voi novax, a ripijateve”, così i virologi in erba, bistrati, fra un capriccio e una linguetta.Gioisci, popolo, se ti riesce: rivedrai insperatamente “le lesbotettine”, pure questo ci toccò sentire, della Victoria con la C, le giarrettiere del Damiano che berciava “ambeeeghin” come se un compagno all’asilo gli avesse rubato il leccalecca. Questo di tanta speme (che si levassero dai coglioni) oggi ci resta. La bolla gassosa che fa i capricci. Lo dicevamo o no? Sapevamo come sarebbe andata a finire: di tanta speme, degli investimenti faraonici, Iggy Pop e i Rolling Stones, che manco sapevano chi fossero), i superproduttori alla Nile Rodgers, i battage colossali che nella musica di zucchero filato di oggi sono tutto, i due dischetti uno pompatissimo l’altro già ammosciato a nascere, la spinta sul glamour in mancanza di musica, pensa, che novità!, gli altri due anche più dispersi e sì che gli danno delle rockstar internazionali per fargli fare roba.Ma le carriere soliste di tutti, inzuppate nel gossip più stupidino, non decollano per non dire che sono un fiascone, dischi evitabili per esiti ridicoli. E, sapete, giocare alle popstar costa, girare il mondo, sposarsi a Los Angeles o i Caraibi non è roba da poco, ti può riuscire un anno ma dopo i soldi finiscono e bisogna inventarsi qualcosa, bisogna reinventarsi. Lo dicevamo o no? Che alla fine della fuffa dovevano ricoagularsi, come pesci lessi che finiscono in zuppa e provano a tornare pescetti? La strategia, anche questo, se avete tempo da perdere, andatevelo a ritrovare nelle passate cronache, è la seguente: ospitata a Sanremo, da cui ripartire, nuovo disco inutile, nuovo tour, col sussunto: siamo tornati, ma siamo più grandi, più consapevoli, siamo cresciuti insieme alla nostra musica, che è la formula che farà più ridere: non c’è la musica e non ci sono i musicanti.E non funzionerà perché nel tempo liquido dei Maneskin e dei manikin tutto dura il tempo di una illusione: altri pupazzi, altra plastica, altri vuoti a perdere sottovuotospinto: chi ha sentito nostalgia di questi ectoplasmi, con tutta l’offerta gassosa che c’è? Il treno è passato, la grande truffa del rock and roll è riuscita ancora una volta, con tutto che questi non erano i Sex Pistols ma quattro viziatelli di facoltosa famiglia borghese, infilati ad X Factor, costruiti da quell’affarista del Manuel Agnelli e dopo spinti, raccomandati ovunque come ambasciatori del woke alla vaccinara, diciamo alle vongole che oggi è di moda, la quintessenza del conformismo di sinistra: manovrabili dall’egemonia di sinistra, europeisti, vaccinaristi, genderizzati, presuntuosi, le lesbotettine, le espressioni sempre vagamente stonate, quel cantante che se la giocava con l’altro, l’Achille Lauro, quanto a immagine da palestrato.Due anni son durati, il tempo limite di una carriera elaborata con gli algoritmi. Nessuna canzoncina davvero lasciata, soltanto tante immagini, provocazioni al latte, vanità delle vanità, coppie che scoppiano con attiviste influencer anche più fatue, sparite nelle loro lagne autoreferenziali, nelle loro velleità polimorfe, “modella, scrittrice, influencer, attivista, fidanzata”, nei loro poliamori polimorfi perversi, come ironizzava Renato Zero, uno che ha inventato tutto, saccheggiato da tutti, che sarebbe trovarsene sempre uno per un’altra copertina. Il mondo Maneskin è il mondo troppo pieno di vuoto, dove il rumore di fondo è tutto, altro che musica.E vanno a Sanremo come divinità precocemente appassite, ci vanno a rilanciare una carriera da falene, nel rigoroso rispetto della tabella di marcia che ormai è per tutti: elaborazione a tavolino, budget promozionale, esplosione, deflagrazione, fallimento, ritorno. Non Tosca, “vissi d’arte”, ma Bob Arum, quel manager di pugilato: “Non è mai per soldi, è sempre per soldi”. L’esito, se volete un’altra profezia da buttar via, sarà l’effimero dell’insuccesso, con buona pace di chi ci vedeva sostanza, capacità, “sono loro il rock all’italiana”. Sì, così come noi italiani abbiamo strutture di difesa, di sicurezza nazionali, un sistema industriale, una rete energetica autonoma.Ma che italiani saremmo senza essere fregnacciari, col geometra Calboni come santo patrono, “trì scotces”, senza vantarci di ciò che mai siamo stati, “Siamo una grande nazione”, senza dipendere sempre in tutto e per tutto dai salvatori sui quali sputiamo, “fri fri palestai” o “ambeghiiin”. Il woke manda un curioso odore, i Maneskin pure, ma abbiate pazienza, sopportate pure questo tragico secondo avvento, e poi li lasceremo come pippon a bere tisane all’Ariston, ad annaspare nella loro polvere di stelle.Max Del Papa, 2 settembre 2026L'articolo Ariecco i Maneskin, la reunion a Sanremo è solo per interesse proviene da Nicolaporro.it.