Ue. C’è chi dice no. Gli islandesi bocciano la riapertura dei negoziati per l’adesione

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di Alessio Cuel51,89% contro 52,8%: una percentuale leggermente più alta di cittadini rispetto a quella che, il 23 giugno 2016, votò contro la permanenza del Regno Unito nell’UE, si è espressa lo scorso sabato 29 agosto, in Islanda, contro la riapertura dei negoziati di adesione all’Unione. Si tratta, ovviamente, di contesti profondamente diversi. Nel caso di Londra, si trattava di un paese già membro dell’Unione, i cui cittadini votanti scelsero, in leggera maggioranza, di intraprendere una strada nuova. In Islanda, invece, si sceglie di proseguire sulla stessa via perseguita fino ad oggi. Non si è trattato di una consultazione sull’ingresso nell’UE, ma sulla riapertura, o meno, dei negoziati con Bruxelles, interrotti definitivamente nel 2015. I negoziati non riprenderanno, e così il dibattito sull’adesione dell’Islanda all’Unione Europea viene archiviato fino a data da destinarsi.Per comprendere le ragioni di questo voto, estremamente partecipato, con un’affluenza superiore all’80%, la parola chiave da utilizzare è “protezione”. Nel 2016, nel Regno Unito, insieme al “no” vinse la promessa di interrompere la libera circolazione delle persone nell’UE, l’aspettativa di riprendere totalmente il controllo dei confini nazionali. Oggi, in Islanda, la paura è economica e, apparentemente, è un timore più forte delle possibili pressioni geopolitiche di Putin e Trump. Il dibattito islandese si è concentrato sulla protezione dell’industria della pesca, che pesa per circa il 40% dell’export e che costituisce tra il 6 e l’8% del prodotto interno lordo. Per molti islandesi riaprire i negoziati interrotti undici anni fa avrebbe significato mettere a repentaglio questo settore economico così strategico. Si sarebbe potuto assistere, secondo alcuni, all’imposizione di limiti alla pesca da Bruxelles, nonché all’apertura dei mari islandesi alle imbarcazioni di altri paesi membri. Un pericolo che, per oltre metà degli islandesi, andava scongiurato a ogni costo. Se avesse vinto il “sì”, i negoziati tra Reykjavík e Bruxelles sarebbero ripresi ed eventualmente ci sarebbe stato un secondo referendum per decidere se entrare definitivamente nell’UE o meno. Tuttavia, per la maggioranza degli islandesi non era evidentemente opportuno ricominciare a trattare.Eccoci qui, dunque, con un nuovo “no” al progetto europeo. Nonostante le mire russe sull’Artico, e nonostante Trump, che più volte ha confuso la Groenlandia con l’Islanda, proiettando, almeno nella percezione di molti, anche qui le sue mire espansionistiche, Reykjavík preferisce far da sé. Al voto nella capitale islandese, favorevole alla riapertura dei negoziati e determinato dalle considerazioni geopolitiche, si è contrapposto quello nelle altre aree del paese, vincolato da preoccupazioni di carattere economico.“Non vedo il voto come una battuta d’arresto, ma come una vittoria per la democrazia”, sono state le parole della prima ministra islandese Kristrún Frostadóttir. Se gli islandesi hanno offerto la propria risposta, nettissima fuori dalla capitale, alcuni interrogativi rimangono aperti e riguardano l’Unione Europea e il suo futuro. Qual è il destino di un’organizzazione internazionale, che per oltre metà della popolazione islandese non è in grado di offrire garanzie di protezione rispetto alle sfide economiche? Qual è il futuro di un’Europa incapace di agire da scudo, per la piccola isola dell’Artico, contro le possibili minacce russe e americane? Pur essendo membro della NATO, l’Islanda è un Paese sprovvisto di esercito. Ma, al di là della clausola di mutua assistenza prevista dai trattati, lo è, nei fatti, anche l’Unione Europea, priva di una vera difesa comune. E infine: allargamento a tutti i costi, eventualmente concedendo eccezioni e deroghe, nel caso anche sui diritti di pesca, o perseguimento di una maggiore integrazione tra un numero più ristretto di Paesi con l’obiettivo, ambizioso, di affrontare seriamente materie come la difesa e il superamento del diritto di veto?Tutte questioni aperte. Per l’Europa, non per l’Islanda, però. La premier islandese ha già annunciato che la questione Europa rimarrà congelata per tutta la durata della legislatura. E vedremo, di qui al 2028, che cosa accadrà.