Paul Schrader a Venezia racconta The Basics of Philosophy: «Il cinema non deve offrire risposte assolute»

Wait 5 sec.

Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 il regista torna sui temi che hanno attraversato tutta la sua carriera: colpa, redenzione, identità e il difficile rapporto tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di mostrare agli altri.Paul Schrader non ha mai raccontato personaggi alla ricerca di una facile assoluzione. Dal Travis Bickle di Taxi Driver fino ai protagonisti delle sue opere più recenti, il suo cinema ha sempre abitato uno spazio inquieto: quello degli uomini isolati, divisi tra il desiderio di cambiare e l’impossibilità di liberarsi completamente dal proprio passato.Con The Basics of Philosophy, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 nella sezione Venice Open – Fuori Concorso, il regista torna ancora una volta dentro i territori più complessi della coscienza umana, costruendo una riflessione su colpa, responsabilità e possibilità di redenzione.Durante la conferenza stampa veneziana, Schrader ha raccontato il processo creativo che lo ha portato alla nascita di John Jorissen, il protagonista interpretato da Jack Huston. Il suo metodo di scrittura, ha spiegato, parte spesso dalla professione del personaggio: chiedersi cosa si nasconda dietro un ruolo sociale, quali contraddizioni possano convivere dietro un’identità apparentemente definita.Dopo il tassista di Taxi Driver, questa volta la domanda è stata: quali segreti potrebbe nascondere un professore di filosofia? Nasce così John Jorissen, un uomo colto, razionale e controllato, ma attraversato da un conflitto interiore impossibile da ignorare. La colpa e la redenzione: il filo rosso del cinema di Paul SchraderIl senso di colpa è uno dei temi centrali del cinema di Schrader. Un elemento che affonda le sue radici anche nella sua formazione cattolica. «Come avrei potuto non scrivere di colpa, redenzione e predestinazione?», ha raccontato il regista, spiegando quanto queste idee abbiano influenzato il suo modo di osservare l’essere umano.Nei suoi film la colpa non è mai soltanto una questione morale, ma diventa una condizione esistenziale. Non interessa soltanto ciò che un individuo ha fatto, ma soprattutto ciò che accade dopo: la possibilità, o l’impossibilità, di convivere con quella parte di sé.Anche in The Basics of Philosophy il vero conflitto nasce proprio da questa frattura. John ha costruito per anni una versione di sé capace di andare avanti, ma la morte del padre rompe quell’equilibrio. Una figura complessa, quella paterna: un uomo che esercitava controllo, ma che allo stesso tempo rappresentava una guida. Conosceva i segreti del figlio, conosceva una parte della sua natura.Quando viene meno quel punto di riferimento, John rimane davanti alla domanda più difficile: chi sono davvero?Jack Huston: «Credo nella possibilità della redenzione»Anche Jack Huston ha raccontato il suo rapporto con John Jorissen, un personaggio costruito su una profonda contraddizione interiore. L’attore ha spiegato di essere stato conquistato dalla forza della sceneggiatura di Schrader, così brillante da rendere impossibile rifiutare un ruolo capace di mettere continuamente in discussione chi lo interpreta.Per prepararsi al personaggio, Huston si è confrontato soprattutto con la sua dicotomia: un uomo costretto a guardare sé stesso, a interrogarsi sulla possibilità reale del cambiamento e sulla capacità di liberarsi dal peso delle proprie colpe.L’attore ha spiegato di credere nella redenzione, nell’idea che una persona possa trasformarsi anche quando non potrà mai ottenere il perdono da tutti. Perché, alla fine, siamo noi stessi gli unici che possono davvero affrontare e superare il peso della nostra coscienza.Proprio questa riflessione è stata al centro della prima conversazione tra Huston e Schrader sul personaggio. L’idea iniziale era che il finale dovesse lasciare il pubblico con una domanda destinata a continuare anche dopo l’uscita dalla sala: John Jorissen si è davvero pentito? Ha trovato una forma di redenzione oppure sta semplicemente cercando un modo per convivere con ciò che è stato?Ed è proprio questa ambiguità, secondo Huston, a rendere il finale così potente: non una conclusione chiusa, ma un momento che sembra collocarsi oltre il film stesso, affidando allo spettatore il compito di decidere cosa credere.Foto: Presskit – La Biennale di VeneziaRebecca e il peso della fiducia: quanto possiamo conoscere davvero gli altri?Durante la conferenza stampa si è parlato anche di Rebecca, un personaggio fondamentale per affrontare uno dei temi più delicati del film: la fiducia nell’altro.Rebecca è la figura attraverso cui Schrader porta lo spettatore davanti a una domanda scomoda: cosa accade quando conoscere davvero il nucleo delle cose non è possibile? Noi, come pubblico, possediamo alcune informazioni che lei non ha, ma proprio questa distanza ci mette nella condizione di interrogarci sulla nostra posizione. Quanto siamo capaci di giudicare una persona quando la verità completa ci sfugge?Il conflitto di Rebecca non nasce soltanto dal rapporto con John, ma anche dal peso delle aspettative sociali che ha interiorizzato. È una donna che teme di non avere più un posto nel mondo dopo il divorzio dal primo marito e con un figlio a carico. Nella sua immaginazione il futuro rischia di trasformarsi in una condanna: diventare una madre single, una professoressa sola, una donna definita dalle proprie mancanze. Un pensiero che, come è stato sottolineato durante l’incontro, diventa quasi insopportabile.Rebecca desidera stabilità, vuole recuperare un’identità che sente di aver perso. Ma il film apre una domanda ancora più profonda: quella identità la vuole davvero per sé stessa o per tornare ad aderire all’immagine che gli altri si aspettano da lei? È proprio qui che il personaggio acquista complessità. Rebecca non è una figura fragile, ma una persona intrappolata nel bisogno umano di sentirsi riconosciuta e accettata.Attraverso di lei, Schrader sposta ancora una volta il discorso dalla colpa individuale a una riflessione più ampia: quanto delle nostre scelte nasce realmente da ciò che desideriamo e quanto, invece, dal bisogno di essere visti in un certo modo dagli altri?The Basics of Philosophy, la recensione: Paul Schrader porta a Venezia i labirinti della coscienzaSpinoza e il rifiuto delle risposte definitiveLa filosofia di Spinoza attraversa tutto il film e non rappresenta soltanto l’oggetto degli studi di John Jorissen. Diventa lo strumento attraverso cui Schrader osserva il rapporto tra l’uomo, la coscienza e la possibilità del cambiamento.Da sempre la filosofia nasce dal tentativo di confrontarsi con le domande fondamentali dell’esistenza: perché esiste il mondo? Perché esiste l’uomo? Quale senso può avere la vita? Interrogativi ai quali non è possibile offrire una risposta definitiva, ma proprio questa impossibilità rappresenta il suo valore più profondo. La filosofia non nasce per chiudere le domande, ma per creare uno spazio in cui continuare a cercare.Nel film questo spazio diventa il territorio della coscienza di John. Il pensiero di Spinoza, con la sua difesa della razionalità come strumento di comprensione e liberazione, entra in aperto contrasto con il caos delle passioni, del senso di colpa e della paura. Per il filosofo, l’uomo può raggiungere una forma di libertà soltanto attraverso la conoscenza di ciò che lo determina; al contrario, lasciarsi dominare dagli impulsi significa rischiare di rimanere prigionieri di sé stessi.Ma cosa accade quando anche la ragione non è sufficiente a governare il peso della propria coscienza? È questa la contraddizione che Schrader mette al centro del film. John è un professore di filosofia, un uomo abituato a riflettere, analizzare e cercare risposte, ma si trova davanti al limite più difficile da superare: quello rappresentato da sé stesso.Il tema della negazione diventa quindi fondamentale. Se una persona rifiuta di confrontarsi realmente con ciò che è accaduto, può davvero cambiare? Può esistere una trasformazione autentica senza prima attraversare il dolore della consapevolezza?È una domanda che riguarda John, ma che inevitabilmente si estende a ogni individuo. Tutti, in modi diversi, siamo costretti a confrontarci con la distanza tra l’immagine che abbiamo di noi stessi e ciò che siamo realmente. Ed è proprio qui che emerge una delle idee più profonde del cinema di Schrader: non offrire risposte assolute, ma lasciare allo spettatore il compito di confrontarsi con le proprie domande.I suoi film non indicano una strada unica verso la verità o la redenzione. Preferiscono lasciare aperta la complessità, permettendo a chi guarda di scegliere cosa credere, cosa mettere in discussione e, soprattutto, cosa resta ancora da comprendere.Il compito della filosofia, così come quello del cinema di Schrader, non è eliminare l’incertezza. È insegnarci a convivere con le domande che continuano ad accompagnarci.Foto: Presskit – La Biennale di VeneziaDemetra in esilio, recensione: madri, figlie e il difficile diritto di andare viaUn cinema che cambia: nuove tecnologie e nuove possibilità produttiveDurante la conferenza si è parlato anche dell’evoluzione dell’industria cinematografica. Schrader ha sottolineato come le nuove tecnologie abbiano modificato profondamente i tempi di produzione, rendendo possibile realizzare progetti che in passato sarebbero stati più difficili da concretizzare.Anche la scelta della location segue questa filosofia: il college del Midwest americano non è un luogo iconico del cinema, ma uno spazio coerente con il protagonista e con la dimensione intima della storia. Il Missouri, inoltre, offre importanti incentivi alla produzione cinematografica.Con The Basics of Philosophy, Paul Schrader continua il suo viaggio dentro le zone più oscure dell’animo umano. Un cinema che non offre soluzioni rassicuranti, ma lascia aperte le domande fondamentali: possiamo davvero cambiare? Possiamo perdonarci? Quanto della persona che mostriamo al mondo coincide con ciò che siamo realmente?Il compito del cinema, secondo Schrader, non è risolvere questi dilemmi, ma lasciarci abbastanza spazio per continuare a interrogarci.Venezia 83, le pagelle dei look: Malkovich 9,5, Vittoria Ceretti 7, Kendall 6| Da Rumors.it