Ci sono legami che proteggono e altri che, proprio nel tentativo di proteggere, finiscono per trattenere. Demetra in esilio, il film di Maria Giovanna Cicciari presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 nella sezione Biennale College Cinema, parte da uno dei racconti più antichi della mitologia per parlare di qualcosa di estremamente contemporaneo: il momento in cui una figlia comprende che, per diventare davvero adulta, deve riuscire a separarsi da sua madre.La storia è ambientata durante un’estate milanese immobile e soffocante. Daria e Lia sono madre e figlia e abitano insieme in un appartamento che sembra progressivamente essersi isolato dal resto della città. Daria non esce più di casa. Al suo interno ha costruito una sorta di ecosistema privato, riempiendo gli ambienti di piante che cura quasi ossessivamente. Lia, invece, mantiene ancora un contatto con l’esterno: esce per fare la spesa e soprattutto per portare avanti un progetto artistico dedicato al mito di Demetra e Persefone.È proprio dentro questo confine, tra una casa che trattiene e una città che continua a esistere fuori, che Cicciari costruisce il conflitto del film.Foto: presskit – La Biennale di VeneziaDemetra e Persefone diventano Daria e LiaPer comprendere fino in fondo Demetra in esilio bisogna inevitabilmente tornare al mito al quale il film si ispira. Persefone, figlia di Demetra, viene rapita da Ade e condotta nel regno dei morti. Il dolore della madre è tale da rendere sterile la terra, fino al compromesso che permetterà alla giovane di trascorrere una parte dell’anno con lei e un’altra negli Inferi. Il ritorno della figlia coincide così con il risveglio della natura, mentre la sua assenza porta con sé la stagione fredda.Maria Giovanna Cicciari prende questa struttura e la trasporta nella contemporaneità, senza cercare una semplice riscrittura letterale. Daria e Lia diventano piuttosto due nuove incarnazioni di Demetra e Persefone, attraverso le quali il mito viene utilizzato per osservare maternità, corpo, sessualità, dipendenza, desiderio, indipendenza e soprattutto separazione.Al centro non c’è quindi soltanto l’amore tra una madre e una figlia. C’è la domanda più difficile: quanto può diventare pesante sentirsi responsabili della felicità di qualcuno che amiamo?Daria appare profondamente dipendente dalla presenza della figlia. Lia lo percepisce e proprio per questo il suo desiderio di andarsene non può essere vissuto semplicemente come un atto di libertà. Porta con sé il senso di colpa. Volere una propria vita significa inevitabilmente lasciare qualcuno indietro.Foto: PressKit – La Biennale di VeneziaGeorge Clooney al Festival di Venezia 2026: il Leone d’Oro e l’attacco a TrumpUna Milano afosa e un appartamento che diventa una prigioneIl mito, questa volta, non ha bisogno degli Inferi. Gli basta Milano in estate. La città appare silenziosa, quasi svuotata, mentre l’appartamento di Daria e Lia diventa progressivamente un universo autonomo. È uno spazio scarno e allo stesso tempo invaso dalle piante, elemento che assume un significato sempre più evidente se ricondotto alla figura mitologica di Demetra, dea della terra e della fertilità.La natura che Daria porta dentro casa sembra quasi il tentativo di ricreare un mondo nel quale nulla debba cambiare. Ma proprio lì dentro cresce Lia, e con lei cresce il desiderio di uscire. Il contrasto tra interno ed esterno diventa così uno dei motori del racconto. Fuori esistono il lavoro artistico, le immagini, il corpo, il desiderio e una possibilità di vita differente. Dentro ci sono la ripetizione, la cura, la madre e un legame che continua a riportare Lia al punto di partenza.La regista costruisce questa tensione senza affidarsi a grandi esplosioni emotive. Al contrario, sono gli oggetti di scena, le piante, i silenzi, le azioni domestiche e i pochi scambi di battute a raccontare ciò che accade tra le protagoniste.Foto: PressKit – La Biennale di VeneziaI Flintstones tornano con Ryan Gosling: Hollywood ha davvero finito le idee?La macchina da presa immobile osserva il distaccoAnche formalmente Demetra in esilio sceglie di non accompagnare continuamente i suoi personaggi. La macchina da presa rimane spesso ferma, mentre sono gli attori a muoversi all’interno dell’inquadratura.Una scelta che contribuisce alla drammaticità del racconto proprio perché impedisce allo spettatore di trovare una via di fuga. L’inquadratura diventa uno spazio chiuso da osservare, quasi fosse una stanza nella quale i personaggi sono costretti a ripetere gli stessi movimenti.La quotidianità procede così attraverso piccoli rituali e variazioni minime. È una struttura coerente con l’idea dichiarata dalla stessa Cicciari di trasformare la ciclicità del mito in un loop cinematografico, nel quale le giornate di Lia sembrano ripetersi mentre, quasi impercettibilmente, qualcosa comincia a rompersi.La pellicola di Maria Giovanna Cicciari evita volontariamente di spiegare continuamente allo spettatore ciò che sta succedendo, gli chiede semplicemente di osservare.Venezia 2026, George Clooney apre la Mostra: tutte le star atteseCorpo, sessualità e desiderio di indipendenzaNel percorso di Lia, la separazione dalla madre non è soltanto fisica. È anche la scoperta di un’identità che non può più esistere esclusivamente all’interno del rapporto materno.Il film attraversa così l’universo femminile attraverso la maternità, il corpo e la sessualità, facendo emergere la contraddizione tra il bisogno di appartenere e quello altrettanto potente di sottrarsi. Lia ama sua madre, ma desidera qualcosa che esista al di fuori di lei. Daria ama sua figlia, ma sembra incapace di immaginare pienamente una vita che non dipenda dalla sua presenza. Non c’è bisogno di trasformare questo conflitto in una lunga spiegazione psicologica. Cicciari preferisce lasciarlo depositare nelle immagini. Lo spettatore raccoglie indizi, riconosce simboli e lentamente comprende che il destino delle due donne sembra essere stato suggerito fin dall’inizio.Un racconto circolare verso un finale già scrittoConoscere il mito di Demetra e Persefone significa, inevitabilmente, intuire che prima o poi qualcosa dovrà spezzare l’immobilità. È proprio questa consapevolezza a rendere interessante la costruzione del film. Il finale non arriva come una deviazione improvvisa, ma come il compimento di un movimento iniziato molto prima. La struttura circolare dissemina immagini e segnali che acquistano progressivamente significato e conducono verso un esito che sembra quasi inevitabile.Demetra in esilio racconta allora una fuga che è anche una trasformazione. Per Lia andare via significa accettare di ferire, almeno in parte, la persona dalla quale proviene. Per Daria significa confrontarsi con ciò che ogni madre, prima o poi, è costretta ad affrontare: l’impossibilità di trattenere per sempre ciò che ha generato. Ed è qui che l’antico mito torna a essere sorprendentemente attuale. Le stagioni cambiano perché Persefone se ne va e poi ritorna. La natura può rinascere proprio perché esiste una separazione.Maria Giovanna Cicciari costruisce tutto questo attraverso 79 minuti volutamente dilatati, fatti di silenzi, immobilità, ripetizioni e dettagli, chiedendo allo spettatore di adeguarsi ai tempi del film invece di piegare il film ai tempi dello spettatore. Una scelta che può risultare radicale, ma che appartiene fino in fondo alla natura dell’opera.E forse Demetra in esilio lascia soprattutto questa impressione: la dimostrazione che il cinema italiano ha ancora qualcosa da dire quando accetta di farlo con una propria voce, con un proprio linguaggio e, soprattutto, con i propri tempi narrativi.Foto: PressKit – La Biennale di Venezia| Da Rumors.it