Caldo in Italia, estate 2026 nella storia: impatti su salute e lavoro

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Sono ormai lontani i tempi in cui credevamo di poter fare a meno dell’aria condizionata. L’Italia si prepara a fare i conti, nel primo fine settimana di settembre, con la sesta ondata di caldo estremo. “L’estate 2026 rappresenta un passaggio significativo nella storia recente delle ondate di calore in Italia e in Europa. Non tanto perché ogni singolo record del passato sia stato superato sull’intero territorio nazionale, quanto per la persistenza e la reiterazione dell’esposizione: dalla seconda metà di maggio si sono succedute diverse fasi di caldo intenso e l’inizio di settembre non farà eccezione”. Parola di Alessandro Miani, presidente Sima (Società italiana di medicina ambientale), che analizza con LaSalute di LaPresse l’impatto di questa estate record sulla salute e non solo.L’Europa nella morsa del caldo e il caso del PiemonteI dati climatici aiutano a comprendere l’eccezionalità del quadro. “Secondo Copernicus giugno 2026 è stato il più caldo mai registrato nell’Europa occidentale e, considerando insieme giugno e luglio, il 2026 ha segnato il bimestre giugno-luglio più caldo della serie ERA5 per questa regione, con una temperatura media di 2,79°C superiore al riferimento 1991-2020. In Piemonte l’estate meteorologica 2026 è risultata addirittura la più calda della serie regionale iniziata nel 1958, superando di circa mezzo grado il precedente record del 2003. Soltanto otto dei 92 giorni dell’estate piemontese hanno registrato temperature inferiori alla norma climatica. Dal punto di vista sanitario, tuttavia, non conta soltanto il valore massimo raggiunto dal termometro”, riflette l’esperto. A fare la differenza è infatti “la durata dell’esposizione e la possibilità dell’organismo di recuperare. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che periodi prolungati caratterizzati da alte temperature sia diurne sia notturne producono uno stress cumulativo sul corpo umano, aumentando il rischio di malattia e mortalità. Quando le temperature rimangono elevate durante la notte, una parte importante della finestra fisiologica di recupero viene meno”, nota Miani.Le insidie in città e gli ‘antidoti’“Ed è proprio nelle città che questo fenomeno assume particolare rilevanza. L’isola di calore urbana può determinare temperature significativamente superiori rispetto alle aree rurali circostanti, a causa dell’accumulo di calore da parte di asfalto, cemento ed edifici, della scarsità di vegetazione e ombreggiamento e, in determinati tessuti urbani, della ridotta dispersione del calore. L’Oms – ricorda l’esperto – segnala che le temperature dei centri urbani possono essere mediamente diversi gradi superiori rispetto alle aree circostanti e che il divario può accentuarsi nelle ore notturne. Parlare di ‘temperatura percepita’, tuttavia, richiede prudenza, perché questa dipende anche da umidità, vento, radiazione solare e caratteristiche individuali: il dato scientificamente certo è che la morfologia urbana può aumentare in maniera sostanziale l’esposizione termica della popolazione”.Questo significa che vivere in un quartiere ricco di alberi, ombra e superfici permeabili non equivale, dal punto di vista dell’esposizione al caldo, a vivere in un quartiere densamente costruito, poco alberato e scarsamente ventilato. “La distribuzione del verde e delle infrastrutture di raffrescamento urbano diventa quindi anche una questione di equità sanitaria”, spiega Miani.L’esperto parla di cooling poverty, o povertà energetica estiva: “L’incapacità economica o strutturale di mantenere la propria abitazione a una temperatura sufficientemente confortevole e sicura durante i periodi caldi. Il tema non è marginale. Un rapporto pubblicato nel 2026 dall’Energy Poverty Advisory Hub della Commissione europea indica che il 26% delle famiglie non riusciva a mantenere l’abitazione confortevolmente fresca durante l’estate considerata dall’indagine, percentuale che saliva a quasi il 35% tra le fasce di reddito più basse”. Caldo e salute: una questione anche economicaNon tutte le famiglie dispongono di climatizzazione o possono permettersi di utilizzarlo sempre. “Proteggersi dal caldo dipende anche dal reddito, dalla qualità dell’abitazione e dal quartiere nel quale si vive. Per questo motivo l’efficientamento del patrimonio edilizio non può più essere pensato esclusivamente in termini di risparmio energetico invernale. L’adattamento climatico richiede edifici capaci anche di proteggere dal caldo”, insiste il presidente Sima, sottolineando tra le strategie più efficaci la combinazione di isolamento adeguato, schermature solari, possibilità di ventilazione naturale e raffrescamento notturno. “A queste – elenca – si aggiungono tetti e facciate verdi, materiali ad elevata riflettanza e sistemi di ombreggiamento esterno, anche dinamici e automatizzati, capaci di limitare l’ingresso della radiazione solare prima che raggiunga le superfici vetrate”. L’aria condizionata? Rimane indispensabile in molte condizioni, soprattutto per le persone più fragili, “ma non può rappresentare l’unica strategia di adattamento”, chiarisce.L’impatto in termini di mortalità da caldo“Al momento non esiste ancora una stima definitiva della mortalità attribuibile al caldo per l’intera stagione italiana. Sappiamo però quale può essere l’ordine di grandezza del fenomeno nelle estati più severe. Uno studio pubblicato su Nature Medicine ha stimato per l’estate 2022 circa 61.700 decessi correlati al caldo in Europa, dei quali circa 18.000 in Italia, il numero più elevato tra i Paesi analizzati. Il caldo può favorire disidratazione e squilibri elettrolitici, aumentare il rischio di patologie da calore e aggravare condizioni cardiovascolari, respiratorie, renali e metaboliche”, aggiunge. Esiste poi un effetto meno evidente, ma importante. “Lo stress termico può compromettere alcune componenti della prestazione cognitiva e ridurre la capacità lavorativa e la produttività. Non è quindi soltanto un problema di comfort: ambienti eccessivamente caldi possono incidere sulla salute, sulla sicurezza, sull’attenzione e sulla capacità di lavorare efficacemente. È anche per questo che l’estate 2026 dovrebbe segnare un’accelerazione delle politiche di adattamento”, conclude Miani. Non si tratta più soltanto di gestire i giorni da bollino rosso. “La vera lezione dell’estate 2026 è che dobbiamo cambiare la metrica con cui guardiamo al caldo. Non basta più domandarsi quale sia stata la temperatura massima raggiunta. Dobbiamo valutare la dose termica complessiva alla quale una popolazione viene sottoposta: intensità del caldo, durata dell’esposizione, temperature notturne, possibilità di recupero, caratteristiche dell’ambiente costruito e vulnerabilità individuale e sociale”. Per preparare le città alle estati del futuro.Alessandro Miani presidente Sima Questo articolo Caldo in Italia, estate 2026 nella storia: impatti su salute e lavoro proviene da LaPresse