All’inizio di luglio è entrato in vigore con scarso clamore l’accordo tariffario tra l’Ue e gli Usa sugli scambi commerciali, accordo raggiunto un anno prima a Turnberry in Scozia, in un incontro col presidente Trump in cui da tanti segni traspariva chi avesse vinto la partita negoziale. Per le sue inusuali caratteristiche l’accordo rappresenta una novità anche nel panorama dei regimi tariffari che si discostano dai principi di multilateralismo nelle concessioni commerciali. In breve, in cambio di un limite del 15% all’imposizione di dazi sulle importazioni americane di prodotti europei, l’Ue azzera i suoi su una lunga lista di prodotti manifatturieri ed agricoli realizzati in Usa. Ne risulta un’asimmetria che permette alle imprese d’oltreoceano di acquisire un margine di vantaggio sulla concorrenza nei mercati europei. L’elenco dei prodotti inclusi in questo regime comprende tutti i prodotti industriali, produzioni agricole importanti per l’Italia, contingenti di generi dell’allevamento e della pesca, e bevande.Nelle intenzioni degli americani l’accordo servirebbe a ridurre il disavanzo negli scambi merceologici con l’Ue, ammontante a €198 miliardi, a cui si contrappone peraltro un surplus americano di €178 miliardi negli scambi di servizi. Nell’intesa rientra anche l’impegno europeo a importare $ 750 miliardi di prodotti energetici e $ 40 miliardi di chip per l’IA, oltre a investire $ 600 miliardi in settori strategici d’oltreoceano. Per indorare la pillola che i produttori europei debbono ingoiare, la Commissione Europea ha dato risalto ai vantaggi ottenuti sia nel mantenere un accesso non troppo penalizzante per le loro vendite sul grande mercato americano, sia nel metterle al riparo dalle estemporanee penalizzazioni che il governo americano ha mostrato di introdurre senza alcun riguardo per gli accordi stipulati con altri Paesi. L’esempio della recente guerra commerciale scoppiata col Canada è estremamente indicativo dell’atteggiamento americano in merito, pur partecipando all’area di libero scambio Usmca.Che ci sia poca fiducia da parte europea sulla tenuta dell’accordo negli anni è dimostrato da tre salvaguardie che ha ottenuto: ovvero, la possibilità di sospensione dell’accordo in caso di inosservanza americana; la scadenza di fine dell’anno corrente per ridurre al 15% i dazi americani (attualmente al 50%) sui prodotti derivati da acciaio e alluminio; e la scadenza del patto nel 2029 per aprire la possibilità di revisioni. Sono clausole opportune in considerazione del clima di protezionismo diffuso nei Paesi, di sanzioni e blocchi commerciali, e di impiego disinvolto da parte americana della leva commerciale per perseguire obiettivi geopolitici. Ne sono esempi, dopo la firma dell’accordo, l’apertura americana di indagine sull’import di prodotti farmaceutici, che costituiscono un’importante voce dell’export italiano, e l’esame in corso di misure per restringere l’afflusso di chip e componenti di sistemi digitali.Ovviamente non saranno queste clausole a bilanciare le concessioni fatte dall’Europa, né ad attutire le conseguenze per le imprese europee e segnatamente per l’Italia. Il Paese, in particolare, deve affrontare l’accresciuta concorrenza americana in settori in cui primeggia il Made in Italy. Tra i più esposti sono i comparti della meccanica, motori, automotive, componentistica, digitale, arredamento e agro-alimentare. I prodotti americani non sempre sono comparabili agli omologhi italiani per qualità, fattura e creatività, ma se per effetto dell’accordo godono di un vantaggio di prezzo, possono fungere da stimolo per le imprese italiane a innovare, oppure a spostarsi sempre più sulla fascia alta del mercato. Per entrambe le soluzioni dovranno investire più che in passato in ricerca e sviluppo, un’attività che è frenata dalla dimensione relativamente piccola della maggioranza delle imprese. Per quelle medio-grandi e grandi la sfida competitiva appare sostenibile, in quanto dispongono di strutture robuste e sono già abituate a competere sui mercati internazionali.Dall’introduzione dei dazi di Trump, l’export italiano è riuscito a difendere la sua quota di mercato meglio di quello dei partner europei, ma si tratta di un risultato di breve periodo, ossia di tre trimestri del 2025, dovuto all’accelerazione dell’export di prodotti farmaceutici e di consegne di grandi mezzi di trasporto (navi e aeromobili) che non avvengono frequentemente. Al netto di queste voci, le vendite sul mercato americano sono diminuite tra l’1,6% e il 5,7%. Nel complesso degli scambi, nel primo semestre dell’anno corrente l’export depurato dalle voci non ricorrenti ha continuato a crescere, ma più lentamente (0,5%) e si è indirizzato maggiormente verso i mercati europei.Questi dati, tuttavia, sono poco indicativi delle tendenze di fondo anche a causa della fluttuazione dei dazi americani a seguito delle pronunce giudiziarie dello scorso anno e del persistente uso delle restrizioni commerciali come leva per scopi geopolitici. Pertanto, occorre che trascorra un periodo più lungo per valutare l’impatto a regime. Nel contempo sono aumentate le importazioni dagli Usa di prodotti energetici, mentre bisogna aspettarsi ulteriori incrementi nei comparti della farmaceutica e delle altre produzioni, compresi gli autoveicoli, che si vedono azzerare i dazi europei.La reazione delle imprese può svolgersi in più direzioni, in particolare diversificando i mercati di sbocco e ridefinendo le loro filiere di fornitori e la collocazione nelle catene globali del valore. I mercati internazionali, malgrado l’elevato grado di protezionismo commerciale raggiunto nell’ultimo quinquennio, lasciano spazio a nuove forme di globalizzazione degli scambi. La globalizzazione non è finita, ma ha assunto nuove configurazioni. La quota di scambi che ha avuto luogo attraverso questi canali, al netto dell’inflazione, è rimasta sostanzialmente stabile attorno al 17% del commercio mondiale, con punte molto elevate nel settore manifatturiero e nei trasporti. Mentre si espandeva l’incorporazione di valore aggiunto di origine straniera nelle esportazioni dell’industria farmaceutica e dei servizi, si contraeva quella relativa all’industria automobilistica. Nel contempo, le catene globali mutavano in struttura, composizione ed estensione sotto l’impulso delle “multinazionali” che dovevano confrontarsi col dilagante protezionismo. Di fatto, più della metà dei commerci mondiali sono dovuti alle esportazioni delle “multinazionali” insieme alle loro affiliate estere.La globalizzazione in realtà ha seguito l’evolvere degli accordi commerciali tra Stati. L’Ue ha risposto al protezionismo americano negoziando negli ultimi anni accordi di liberalizzazione degli scambi con importanti Paesi e altre aree economiche su base regionale. Attualmente, sono 12 gli accordi o completati recentemente, o in via di completamento, che riguardano le principali economie del Sud America, dell’area australe e del Sud-est asiatico, il Messico, l’India, l’India, l’Indonesia e l’Uae. Aggiungendo gli altri pre-esistenti, si raggiunge il totale di 44 intese commerciali. Di riflesso, per le imprese italiane si sono dischiuse ampie opportunità di estensione delle vendite in mercati sempre più differenziati, benché per le piccole imprese non sia facile raggiungerli. Certamente, la maggiore distanza si supera meglio del passato avvalendosi della digitalizzazione dei commerci e dei servizi logistici avanzati.Nelle catene globali del valore la posizione italiana si caratterizza per una maggior dipendenza dall’estero rispetto alla Germania e Francia. Nel 2024, nelle sue esportazioni la quota di input di provenienza estera risulta superiore alla quota italiana nelle esportazioni di altri Paesi. In Germania, entrambe le quote si bilanciano, mentre in Francia il rapporto è rovesciato per la minore incidenza degli input esteri. Rispetto al 2011, la posizione italiana tende verso la dipendenza, in contrasto col movimento opposto per la Francia e la stabilità di quella tedesca. Si accentua, pertanto, la caratteristica italiana di Paese di trasformazione di input esterni, piuttosto che fornitore di input ad altri. Al tempo stesso, malgrado l’apparente modestia delle percentuali in rapporto alla produzione mondiale, le affiliate straniere in Italia sono responsabili di una quota (3%) più alta di quella delle affiliate italiane all’estero (1,6%), segno questo dell’importanza delle multinazionali estere nell’economia del Paese.In definitiva, la resistenza dell’export italiano di fronte agli sconvolgimenti dei mercati non va interpretata come segno di forza del sistema economico, quanto piuttosto come indice di una fragilità, che va arginata con investimenti ed innovazione continua.