Da Kyiv a Gaza fino a Teheran, quando la forza non basta. L’analisi di Polillo

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Dove può portare la semplice ostentazione della forza? Difficile rispondere. Al momento in un cul de sac, come dimostrano i diversi risultati conseguiti sui vari teatri di guerra. In Ucraina si combatte da oltre 5 anni. Quella che doveva essere una sorta di “invincibile armada” si è arenata sulle secche del Donbas. Nel frattempo il suolo di Santa Madre Russia è continuamente violato dai droni artigianali costruiti dalla Resistenza di quella terra martoriata.In Palestina l’idea dei due Stati, come soluzione politica di un conflitto che dura dal 1948 (proclamazione dello Stato di Israele), sembra sempre più un sogno irrealizzabile. Vicenda che contribuisce ad inasprire gli animi e si risolve dando ad Hamas una legittimazione che non merita.In Iran, infine, è visibile una totale assenza di strategia da parte dell’amministrazione americana. Con Donald Trump che minaccia sfracelli un giorno sì e uno no. Ma lo stretto di Hormuz rimane chiuso e il prezzo del petrolio si muove come un pendolo impazzito. Andrà peggio dopo l’estate, quando si tratterà di ricostituire le scorte strategiche utilizzate per calmierare i prezzi di mercato.Come è potuto succedere? Per i principali responsabili di queste nefandezze, nell’ordine Putin, Netanyahu, Khomeyni e Trump, le ragioni sono diverse. Per Putin il sogno di tornare all’antico splendore, quando l’Unione sovietica era la seconda grande potenza del mondo e la Cina una landa desolata. Per Netanyahu un problema di sopravvivenza personale. Finché dura il conflitto la sua coalizione rimarrà al governo. E lui continuerà ad esserne il capo. Per il figlio di Khomeyni, sempre che sia ancora in vita, rimanere alla testa dell’”asse sciita”: quel fascio di forze dislocate in vari Paesi (dalla Palestina, all’Iraq, il Libano e lo Yemen) pronte ad immolarsi nel nome di “Allah akbar”.Resta l’incognita americana. O meglio quella di Donald Trump, che rischia di passare alla storia come il peggior presidente degli States. Senza una credibile strategia, circondato da “yes men” collocati nei posti chiave dell’amministrazione, in contrasto con il Deep State, come mostrano le continue dimissioni dei responsabili dell’apparato militare, le sue prese di posizioni non durano lo spazio di un mattino. Destinate a essere negate dal successivo comunicato su “Truth social” con tanto di maiuscole e punti esclamativi. E pensare, ironia della sorte, che Truth in inglese significa “verità”. Quale? Quella di quale giorno o, addirittura, solo di quale ora?Tra queste diverse situazioni esiste un comune denominatore. Carl von Clausewitz, un generale prussiano vissuto al tempo di Napoleone Bonaparte, che di queste cose si intendeva, era solito ripetere che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Lenin e lo stesso Mao Tze-tung ne erano talmente convinti da dire che la “democrazia” o il “potere politico nasce dalla canna del fucile”. A significare che la forza militare era solo l’ancella, per quanto necessaria, di una strategia politicaEbbene nelle situazioni di conflitto appena richiamate, quel che manca è appunto quella politica che dovrebbe guidare la canna del fucile. Non c’è nell’invasione russa dell’Ucraina. Doveva essere una “semplice operazione militare speciale”, una specie di Blitzkrieg (guerra lampo), si è trasformata, invece, in una sanguinosa guerra di trincea, che ricorda da vicino quella del ‘15/‘18. Mentre il bombardamento delle città ed il massacro dei civili gli orrori più esecrabili del secondo conflitto mondiale.In Palestina Hamas, su istigazione o con il consenso dell’Iran, aveva perpetrato la strage del 7 ottobre 2023 a danno di quei giovani israeliani, il cui unico torto era stato quello di partecipare a un pacifico rave musicale. Sarà anche esistito un obiettivo politico, per quanto infame: far fallire gli accordi di Abramo. Vale a dire quelle ipotesi di collaborazione pacifica tra Israele e il Mondo arabo che avrebbero potuto segnare una pagina nuova nella tragica storia di quell’area. Ma con quali conseguenze? Aver sottovalutato l’inevitabile reazione di uno Stato, come quello di Israele, che, da tempo immemorabile, aveva dimostrato sul campo la sua forza militare, è stato il più tragico errore che i dirigenti di Hamas potessero commettere.Per l’Iran, invece, una logica prussiana. Vale a dire la voglia di allargare i propri confini politici utilizzando un arsenale militare costruito anno dopo anno. Ed agitando il Corano come strumento di mobilitazione politica, per contestare una più vecchia egemonia sunnita. Strategia che avrebbe consentito, tra l’altro, alla casta degli ayatollah di contenere all’interno le spinte modernizzatrici e secolarizzanti delle nuove generazioni. La riedizione, in salsa araba, di una sorta di “guerra dei trent’anni”, quale fu quella tra cattolici e protestanti, che portò, nel ‘600, alla fine del Sacro romano impero ed alla nascita delle singole Nazioni.Più difficile, invece, decifrare il comportamento di Donald Trump. Pesa sul suo operato una storia personale che ha poco a che vedere con la politica. Immobiliarista e uomo d’affari, il suo successo elettorale fu più conseguenza dell’esaurirsi della spinta propulsiva dei due partiti storici della democrazia americana – il repubblicano ed il democratico – che non l’adesione ad un progetto politico in grado di risolvere i problemi in cui si dibatteva il più forte paese occidentale. Il che non deve sorprendere: processi analoghi si verificarono nella maggior parte dei Paesi europei.Trump, con lo slogan “Maga – Make America Great Again”, evidenziava uno stato di crisi che riverberava nei fondamentali del Paese: dal crescente squilibrio della bilancia commerciale, alla forte espansione del debito a un bilancio pubblico caratterizzato da un deficit persistente, figlio dell’eccesso di spese militari e degli interessi da corrispondere sul debito pubblico accumulato. Giusta la diagnosi, ma del tutto impropria la terapia. Che si dimostrerà essere il tallone d’Achille di una strategia che, nel prossimo novembre, sarà sottoposta al vaglio degli elettori. Che le conseguenze che si vedranno.Per la verità, anche in quello slogan (Maga), era evidente un elemento di debolezza. Pensare cioè che in un mondo profondamente cambiato, come quello in cui le antiche aree del vecchio Terzo Mondo, con la Cina in testa, avevano dato per anni un contributo fondamentale alla crescita del Pil mondiale, potessero essere ancora trattate come sudditi. In una visione politica in cui la leadership potesse appartenere a un solo Paese. Su questo scoglio sta naufragando la visione di Trump, con drammatiche conseguenze. Per fortuna, c’è ancora il tempo per comprendere che, nelle mutate condizioni del Mondo, c’è posto solo per una leadership condivisa (l’unità dell’Occidente). Ma è un tempo che sta per scadere.