Sono rimasta profondamente colpita dalla lettura della lettera che la madre di Alberto Stasi, sig.ra Elisabetta Ligabò, ha indirizzato alla redazione di Verità nascoste: si tratta di una lettera dai contenuti profondi, nati da un’esperienza drammatica come può essere quella della morte di una ragazza e della condanna del proprio figlio, altamente educativi. Ho avuto modo di apprezzare grandemente, innanzitutto, il tono della lettera, pacato, rispettoso, per nulla accusatorio o polemico.La stessa osservazione vale per quanto la signora Ligabo’ scrive: non vengono mosse accuse contro nessuno, si coglie il rispetto per il dolore dei signori Poggi, si comprende il grandissimo dolore provato per la sorte del figlio Alberto e per la morte del marito. Il senso di solitudine che la signora Ligabò ha sperimentato, il coraggio dimostrato nell’andare avanti, giorno dopo giorno, nonostante gli sguardi delle persone rivelassero la condanna emessa nei confronti del figlio, la dignità nell’affrontare la gogna mediatica.Particolarmente toccante il racconto delle visite in carcere, momenti vissuti nel silenzio, nella solitudine, nell’isolamento che si crea quando, è un comportamento purtroppo umano, si percepisce l’imbarazzo degli altri nello stare con te. Credo che questa lettera debba essere letta da tutti e che tutti ne debbano trarre un insegnamento, a livello personale e sociale, anche a livello delle Istituzioni che compongono la nostra società. Nel massimo rispetto del lavoro della magistratura – le indagini sono ancora in corso -, nel massimo rispetto del lavoro del giornalismo dobbiamo sempre chiederci: qual è il nostro stile? Trovare a tutti i costi una persona cui addossare la responsabilità di un delitto o di un’azione iniqua? Concorrere alla gogna mediatica che assolve e colpevolizza a seconda degli umori dell’opinione pubblica? Ripeto: le indagini sono in corso e ne attendiamo l’esito. Eppure dalla lettera della sig.ra Ligabò dobbiamo trarre tutti un insegnamento di stile, di modus vivendi ed operandi: non è nell’accusa che emerge la verità, non è nella recriminazione che le vittime della violenza vengono tutelate, non è nella condanna senza appello da parte dell’opinione pubblica che la violenza viene riscattata. La verità dei fatti, la condanna della violenza, il rispetto per le persone possono essere garantite solo se saremo in grado di avere lo stesso atteggiamento della signora Ligabò: dignità, rispetto, vero desiderio della verità.Leggi anche: Caso Stasi e il mistero dei pedali: c’;è un dettaglio che riapre tutti i dubbiGarlasco, querele e minacce: tanto rumore per nullaDa tempo dico che il riscatto, se così lo si può chiamare, della vicenda di Garlasco, il fiore che può nascere sulla tomba di Chiara Poggi, può derivare solo dall’unione del dolore di tre donne: la mamma di Chiara, la mamma di Alberto, la mamma di Andrea. Solo così, il dolore può trasformarsi in testimonianza, la morte può diventare progetto di vita. Mi auguro che tutti, ad ogni livello della società, dal singolo cittadino agli uomini e alle donne della politica, della cultura, del giornalismo traggano dalla lettera della signora Ligabò un vital nodrimento per la loro vita, privata e pubblica. Carissima signora, grazie per la sua testimonianza di coraggio e di dignità.Suor Anna Monia Alfieri, 3 settembre 2026L'articolo Garlasco, la grande lezione di mamma Stasi proviene da Nicolaporro.it.