di Enrico Oliari – Gli Stati Uniti hanno condotto una nuova e vasta serie di attacchi contro obiettivi iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz, riaprendo una fase di forte escalation dopo circa un mese di relativa tregua. Teheran ha risposto lanciando missili e droni contro installazioni statunitensi nella regione, mentre il presidente Donald Trump ha minacciato conseguenze ancora più pesanti nel caso di ulteriori rappresaglie iraniane.Il Comando centrale statunitense (Centcom) ha riferito di aver colpito infrastrutture appartenenti ai Guardiani della Rivoluzione, tra cui sistemi di difesa aerea, radar, strutture di comunicazione, mezzi navali e capacità utilizzate per la posa di mine. Secondo fonti statunitensi citate dalla stampa internazionale, l’operazione avrebbe interessato complessivamente circa cento obiettivi. Sarebbero state colpite anche due petroliere di proprietà dello Stato iraniano, segnando un ulteriore allargamento della strategia militare americana contro Teheran.Washington sostiene che l’operazione sia stata decisa in risposta ai tentativi iraniani di posizionare mine nello Stretto di Hormuz e agli attacchi contro le forze americane nella regione. Trump ha parlato di raid “su larga scala e di grande potenza”, affermando che le mine presenti nello Stretto sarebbero state rimosse o distrutte dalle forze statunitensi.Il presidente americano ha inoltre lanciato un pesante avvertimento a Teheran: nel caso di una nuova risposta iraniana, gli Stati Uniti condurranno un’offensiva “molto più dura e su scala molto più ampia”. Trump ha aggiunto che Washington dispone ancora della possibilità di effettuare un attacco molto più devastante e ha affermato che, in tale eventualità, della Repubblica Islamica “non rimarrà quasi più nulla”.La risposta iraniana non si è tuttavia fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato l’avvio di operazioni di rappresaglia contro gli Stati Uniti, sostenendo che gli “aggressori” saranno costretti a pentirsi dell’attacco. Teheran ha rivendicato inoltre l’abbattimento di un drone americano MQ-9 Reaper nell’area orientale dello Stretto di Hormuz. Le affermazioni iraniane sulle perdite statunitensi non risultano tutte verificabili in modo indipendente.Nelle ore successive l’escalation si è estesa oltre lo Stretto. Missili e droni iraniani sono stati lanciati contro installazioni statunitensi e obiettivi nella regione, interessando Giordania, Bahrain, Kuwait e Iraq. Le autorità dei Paesi coinvolti hanno riferito dell’intercettazione di diversi vettori, mentre Teheran sostiene di avere colpito obiettivi militari americani.Sul territorio iraniano i bombardamenti hanno interessato diverse aree meridionali. La televisione di Stato ha riferito di esplosioni sull’isola di Qeshm e nelle vicinanze di Bandar Abbas, mentre l’agenzia Irna ha segnalato attacchi nella provincia del Sistan e Baluchistan. Colpito anche l’aeroporto di Jiroft, nella provincia di Kerman.Particolarmente controverso è un bombardamento avvenuto nella provincia di Hormozgan. Le autorità iraniane sostengono che un attacco americano abbia investito una cerimonia nuziale, provocando vittime civili. Secondo quanto riferito dalla stampa russa citando funzionari locali iraniani, il numero dei feriti sarebbe salito a 68. Il Centcom ha negato di avere deliberatamente preso di mira civili, sostenendo che gli obiettivi dell’operazione erano infrastrutture militari dei Guardiani della Rivoluzione.La tensione rimane elevata anche sul fronte marittimo. I Pasdaran hanno riferito che due petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto sarebbero finite su mine e avrebbero preso fuoco. Uno degli incidenti ha coinvolto la superpetroliera saudita Sidr, sulla quale sono morti due membri dell’equipaggio. Le circostanze degli episodi e le rispettive responsabilità rimangono oggetto di versioni contrastanti.L’escalation militare coincide con il rafforzamento dei rapporti politici tra Iran e Russia. A Bishkek, a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha incontrato Vladimir Putin nel primo colloquio in presenza tra i due leader dall’inizio dell’attuale conflitto.Putin ha ribadito il sostegno di Mosca a Teheran, affermando che “la Russia è solidale con il popolo iraniano” e lodando il “coraggio” e la “resilienza” dimostrati dall’Iran nella difesa dei propri interessi nazionali. Il presidente russo ha ricordato che Mosca aveva accolto favorevolmente il memorandum sul cessate-il-fuoco raggiunto tra Iran e Stati Uniti nel giugno scorso, sottolineando tuttavia come la tregua si sia dimostrata “instabile ed estremamente fragile”.Particolarmente significativa è stata l’ammissione di Putin sull’assistenza fornita da Mosca a Teheran. “In questo periodo difficile abbiamo cercato di fornirvi l’assistenza necessaria”, ha dichiarato il presidente russo, aggiungendo che Russia e Iran avevano discusso direttamente delle necessità iraniane e che Mosca sta provvedendo “alla fornitura dei beni richiesti”. Putin non ha specificato pubblicamente la natura delle forniture.Pezeshkian ha ringraziato Mosca per il sostegno ricevuto durante il conflitto e nel confronto con Washington, definendo le relazioni russo-iraniane di carattere strategico. Il presidente iraniano ha inoltre indicato nella SCO e nelle altre organizzazioni multilaterali uno strumento attraverso il quale Teheran e Mosca possono contrastare le sanzioni e quello che ha definito “unilateralismo statunitense”.Nonostante l’intensificarsi degli attacchi, Pezeshkian ha lasciato aperta la porta alla diplomazia, affermando che l’Iran è disposto a tornare agli accordi sul cessate il fuoco qualora Washington rispetti gli impegni assunti nel memorandum raggiunto con la mediazione del Pakistan. Trump ha invece assunto una posizione nettamente più dura, sostenendo in un’intervista a Fox News che un accordo con Teheran “non vale la carta sulla quale è scritto”.Lo Stretto di Hormuz torna così al centro dello scontro tra Washington e Teheran. La sua importanza strategica per le esportazioni energetiche del Golfo e l’estensione degli attacchi iraniani alle basi statunitensi nei Paesi della regione aumentano il rischio che il confronto bilaterale coinvolga direttamente altri Stati del Medio Oriente.