Il drone, la firma e la decisione. Perché l’Europa deve fare intelligence insieme

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Le guerre di questo secolo non si annunciano con le trombe. Si annunciano con oggetti piccoli, quasi ridicoli nella loro dimensione fisica, che attraversano una recinzione in una sera d’estate e vanno a sbattere contro l’ala di un aereo cargo. È accaduto a Lipsia nella notte fra il 4 e il 5 agosto: un drone carico di esplosivo, una pista chiusa, un velivolo che rientra su uno scalo vicino con danni lievi, e poi il silenzio delle settimane in cui i tecnici lavorano e la politica tace. Chi ha guardato quelle immagini con occhio professionale ha capito immediatamente che non si trattava di un incidente, ma ha anche capito che dire perché non si trattasse di un incidente sarebbe stato il vero problema, e che quel problema non apparteneva agli investigatori.Il 1° settembre il governo tedesco ha sciolto la riserva. Il ministro dell’Interno Dobrindt ha attribuito l’episodio alla Russia, e lo ha fatto nel modo che gli addetti ai lavori riconoscono come l’unico praticabile: non esibendo una prova regina, che in queste vicende non esiste quasi mai, ma esibendo la ricorrenza degli schemi. La configurazione dell’ordigno, i metodi, il profilo degli esecutori, la sovrapponibilità con altre operazioni già ricondotte alla stessa mano. Poi sono arrivate le conseguenze, che sono la parte più istruttiva della vicenda: la chiusura del consolato di Bonn, la rescissione del contratto della Casa Russa, la stretta sui visti, la pressione sulla flotta ombra. Ventotto giorni fra il fatto e la decisione. Non è poco, ma non è nemmeno l’eternità in cui certe democrazie sanno far dissolvere le questioni scomode.Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché è qui che si misura la maturità di uno Stato. L’attribuzione non è un accertamento tecnico. Non lo è mai stata. Gli apparati informativi producono elementi, valutazioni, gradi di confidenza, e fanno il loro mestiere quando dicono con onestà quanto sono sicuri e di che cosa. Ma la firma sotto il nome dell’avversario la mette la politica, perché è la politica che ne sopporta il costo diplomatico, economico, elettorale. Attribuire significa accettare in anticipo la smentita di Mosca, la reazione simmetrica, il ritorno di fiamma nel dibattito interno, l’accusa di allarmismo di chi dell’allarmismo altrui ha fatto una carriera. Chi non è disposto a sopportare tutto questo, semplicemente non attribuisce. E non attribuire, in questa fase, è una scelta politica esattamente come attribuire, con la differenza che nessuno ne risponde.L’ambiguità, del resto, non è un difetto collaterale di questa forma di conflitto. È il prodotto. Ogni singolo episodio è costruito perché possa essere letto come un guasto, un incidente industriale, un gesto di teppismo, l’iniziativa di un balordo reclutato per poche migliaia di euro su un canale Telegram. È una tecnica raffinata, che sfrutta due debolezze strutturali delle società aperte: la lentezza delle nostre procedure di accertamento e la nostra ritrosia a nominare le cose prima di averne certezza giudiziaria. Chi ha lavorato nel comparto sa che l’avversario non lavora per convincerci di una tesi, ma per impedirci di arrivare a una conclusione. Il risultato che cerca non è l’adesione, è la paralisi.E qui va detta una cosa che nel dibattito pubblico si preferisce evitare. La guerra in Ucraina è ormai abbastanza lunga da essere diventata, per qualcuno, un pretesto. Un conflitto prolungato genera sempre una zona grigia di soggetti che vi si accomodano: reti criminali che vendono servizi a chi paga, apparati che sperimentano sul campo capacità che in tempo di pace non potrebbero collaudare, attori terzi che hanno interesse a che un episodio venga attribuito a qualcun altro, ambienti interni ai sistemi ostili che agiscono con margini di autonomia più larghi di quanto le catene di comando ufficiali lascino supporre. È in questa zona grigia che maturano le provocazioni, e le provocazioni hanno una caratteristica che dovrebbe toglierci il sonno: sono quasi sempre più pericolose di quanto appaiano nel momento in cui accadono. Un drone che sconfina, un cavo tranciato, un incendio in uno stabilimento della filiera degli armamenti sono fatti minori presi uno per uno. Ma la storia europea è piena di guerre cominciate per accumulazione di fatti minori, quando qualcuno ha letto male l’intenzione dell’altro e la catena di reazioni si è messa in moto prima che qualcuno avesse il tempo di fermarla. Il rischio, oggi, non è tanto la decisione deliberata di attaccare l’Alleanza. È l’incidente che nessuno voleva e che nessuno riesce più a riportare sotto controllo.Da questa consapevolezza discende quella che considero la priorità assoluta del momento, e che nel nostro dibattito compare come formula rituale invece che come progetto: il rafforzamento serio, strutturale, dei rapporti fra le intelligence europee. Serio significa qualcosa di diverso da quello che abbiamo oggi. Oggi abbiamo una fitta rete di rapporti bilaterali, spesso eccellenti, costruiti sulla fiducia personale fra dirigenti che si conoscono da vent’anni e che si scambiano quello che ritengono di poter scambiare. È un patrimonio prezioso e va difeso, ma è un patrimonio fragile, perché dipende dalle persone e non dalle procedure, e perché non produce una lettura comune. La condivisione della materia grezza non genera automaticamente una valutazione condivisa, e senza valutazione condivisa non c’è attribuzione comune, e senza attribuzione comune ogni Paese resta solo davanti alla propria opinione pubblica nel momento in cui deve decidere.Il fianco orientale ha, in questa partita, una posizione che dobbiamo avere l’onestà di riconoscere. Polonia, Paesi baltici, Romania, Finlandia sono il primo fronte, e lo sono per geografia e per esperienza. Hanno accumulato una conoscenza operativa della pressione russa che nessuno di noi possiede: i meccanismi di reclutamento locale degli esecutori, la grammatica delle campagne informative, la fenomenologia quotidiana delle incursioni aeree. Quel patrimonio non va corteggiato nelle occasioni cerimoniali, va integrato. Significa formati stabili di analisi congiunta, non riunioni periodiche; significa banche dati interoperabili sui profili e sugli spostamenti, perché è esattamente su quel terreno che si è giocata l’identificazione dei sospettati di Lipsia; significa standard condivisi di attribuzione, cioè un accordo preventivo su quale soglia di evidenza autorizza a dire pubblicamente un nome. Chi obietta che la sovranità informativa non si condivide dice una cosa vera e insufficiente: la sovranità informativa serve a proteggere le fonti, non a proteggere l’immobilismo.C’è poi il capitolo tecnologico, che è il più urgente perché il più materiale. I droni non sono più un’ipotesi di scuola né una curiosità da riviste specializzate: sconfinano ogni giorno, sopra aeroporti civili, impianti industriali, basi militari, e ci trovano largamente impreparati sul piano del rilevamento, del tracciamento e della neutralizzazione. Su questo terreno la cooperazione europea non è un’opzione ideologica ma una necessità aritmetica, perché nessun Paese può permettersi da solo la copertura di un intero spazio aereo contro oggetti che costano poche migliaia di euro. Serve un programma comune, serve interoperabilità fra sensori e sistemi, servono regole d’ingaggio che oggi in molti ordinamenti semplicemente non esistono. E qui l’Italia ha qualcosa da offrire, non solo da chiedere: la nostra industria della difesa e dell’elettronica possiede competenze che, messe a sistema, possono darci un ruolo di primo piano invece della posizione defilata che troppo spesso ci accontentiamo di occupare.Nulla di tutto questo funziona, però, se non affrontiamo il nodo interno che rinviamo da anni. I perimetri entro i quali gli apparati di sicurezza e di intelligence possono legittimamente operare sono stati disegnati per una minaccia diversa da quella che abbiamo di fronte, in un’epoca in cui il confine fra il dentro e il fuori, fra il civile e il militare, fra l’incidente e l’atto ostile, era ancora leggibile. Oggi quel confine non c’è più, e continuare a lavorare con strumenti pensati per un altro mondo significa difendersi male. Ridefinire quei perimetri è un atto legislativo, va fatto alla luce del sole e sotto stretto controllo parlamentare, senza scorciatoie emergenziali e senza cedimenti sulle garanzie costituzionali, che non sono un ostacolo all’efficacia ma la condizione della sua legittimità. Ma va fatto. Ed è una responsabilità politica, non tecnica: gli apparati non possono chiedere per sé poteri che il Parlamento non ha voluto attribuire loro.La misura del nostro ritardo la offre la cronaca di queste settimane. L’esplosione dello stabilimento di Colleferro, che produce anche munizioni destinate a Kyiv, avvenuta tre giorni dopo l’incendio di un impianto bulgaro della stessa filiera, è confluita in un fascicolo per incendio. Non sto sostenendo che vi sia una mano straniera, e sarebbe irresponsabile farlo. Sto sostenendo che non disponiamo di una procedura pubblica che stabilisca chi valuta questi episodi in chiave strategica, con quale soglia e con quali conseguenze proporzionate, e che affidare l’attribuzione allo standard probatorio del processo penale equivale a non attribuire mai, perché quello standard è costruito per condannare una persona e non per qualificare la condotta di uno Stato. Allo stesso modo, la notizia riportata dalla stampa tedesca secondo cui uno dei sospettati di Lipsia sarebbe entrato nello spazio Schengen con un visto turistico rilasciato dalla nostra rappresentanza a Minsk, in assenza di segnalazioni ostative, non descrive una colpa consolare: descrive un vettore. Ci dice che la sicurezza, prima ancora che sui dispositivi straordinari, si difende sulle procedure ordinarie, e che i criteri di rilascio verso certe giurisdizioni vanno ripensati alla luce del tipo di operatori che abbiamo di fronte.Ho avuto la responsabilità, qualche anno fa, di presiedere il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica in una stagione in cui parlare di manipolazione informativa di matrice statuale sembrava a molti un’eccentricità. Non è mia intenzione rivendicare primogeniture, che in questa materia contano poco. Mi interessa una constatazione: da allora la minaccia ha cambiato mezzi e non ha cambiato obiettivo. Ciò che allora si esercitava sulla percezione oggi si esercita sulle infrastrutture, ma il bersaglio è rimasto lo stesso, e non è l’opinione pubblica. È la capacità decisionale dello Stato. Renderlo lento, incerto, incapace di stabilire in tempo utile che cosa gli stia accadendo.La minaccia ibrida vive di questo, e vive soprattutto della nostra abitudine a trattarla come una successione di incidenti separati, ciascuno affidato a un’agenzia diversa, a una procura diversa, a un ministero diverso, nessuno dei quali ha il mandato di vedere il disegno che li tiene insieme. Riconoscere quell’unità è già una forma di difesa. Costruire con gli europei gli strumenti per riconoscerla insieme, e per dirlo insieme, è l’unica che alla fine conti davvero.