Arezzo, il laboratorio che può fare scuola: quando uno stadio diventa un progetto di città

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Lo stadio, inteso come impianto dove giocare meramente ed esclusivamente a calcio non esiste più. Un’affermazione tanto forte quanto vera a tutte le latitudini se si considera che in Europa e nel mondo gli impianti, di nuova realizzazione e ancora più oggetto di progetti di rigenerazione urbana, sono a tutti gli effetti degli hub polifunzionali.Dei grandi contenitori dove lo sport – e non solo il calcio – rappresenta un aspetto, magari anche predominante ma non di certo l’unico.Sì perché lo stadio ha smesso pressoché ovunque, di essere considerato soltanto il luogo dell’evento sportivo e ha assunto un ruolo più ampio, legato alla trasformazione urbana, alla produzione di servizi e alla capacità di generare valore economico e sociale in maniera continuativa per il territorio che lo ospita, oltre che per la o le società sportive che lo utilizzano e, in buona parte dei casi, gestiscono ma non sempre possiedono.In Italia invece, il dibattito sugli impianti sportivi italiani si è concentrato quasi esclusivamente sull’età delle strutture, sulla necessità, non procrastinabile, di adeguarle agli standard contemporanei e decisamente meno sulla costruzione di nuovi stadi, spesso rallentati da iter farraginosi e da difficili dialoghi tra società e amministrazioni locali.Una discussione spesso confinata all’interno del perimetro sportivo, tra esigenze di sicurezza, sostenibilità economica e competitività dei club.Ma questo “modello italiano”, questo paradigma, del tutto superato come detto nei Paesi vicini e lontani, è forse destinato a diventare storia anche nel nostro Paese, grazie a un progetto che ha saputo interpretare prima di tutti l’opportunità creata dalla cosiddetta “Legge Stadi” e diventare realtà.Si tratta del progetto del nuovo “Città di Arezzo”, già anticipato nell’apertura della rubrica “Stadi che rigenerano”, attraverso l’intervista al coordinatore, l’architetto Carlo Antonio Fayer, a cura del Direttore di Calcio e Finanza, Luciano Mondellini, che viene approfondito in questo nuovo appuntamento.Perché quello dell’Arezzo è un intervento che va oltre la semplice riqualificazione dell’impianto e che, per impostazione, metodo e rispetto del quadro normativo, viene osservato – e lo sarà sempre di più – da amministrazioni, operatori del settore e addetti ai lavori come uno dei primi veri laboratori italiani del nuovo corso sugli stadiLa differenza rispetto a molti altri progetti presentati negli ultimi anni è che ad Arezzo il dibattito è già uscito e lo ha fatto velocemente e concretamente, dalla dimensione teorica.Dopo l’approvazione del progetto definitivo e il completamento dell’iter autorizzativo preliminare, il cantiere è entrato nella sua fase operativa. La demolizione della vecchia tribuna Maratona rappresenta il primo passaggio concreto di un percorso che porterà entro il 2030 alla realizzazione di un nuovo impianto da circa 13 mila posti interamente coperti, omologato UEFA e progettato secondo una logica veramente contemporanea di utilizzo.Laboratorio Stadio Arezzo: il primo banco di prova del nuovo corso normativoIl primato rappresentato dal nuovo “Città di Arezzo” rappresenta, per molti aspetti – se non tutti – il primo vero banco di prova del nuovo corso normativo sugli impianti sportivi italiani.L’intervento è infatti il primo a svilupparsi integralmente all’interno del quadro delineato dal D.Lgs. 38/2021 e dai successivi aggiornamenti normativi, recependone procedure, tempistiche e requisiti tecnico-amministrativi.Un aspetto che potrebbe apparire secondario ma che costituisce uno degli elementi di maggiore interesse dell’intera operazione.Per anni il tema degli stadi in Italia si è scontrato con iter autorizzativi lunghi e frammentati, competenze distribuite tra diversi enti e una difficoltà strutturale nel costruire percorsi condivisi tra amministrazioni pubbliche e soggetti privati. Il caso Arezzo viene osservato con attenzione proprio perché prova a misurare sul campo l’efficacia delle nuove procedure introdotte dal legislatore.Il progetto nasce da un confronto costante con il Comune e recepisce gli esiti della Conferenza dei Servizi preliminare, trasformandosi così in una vera e propria case history normativa. Un precedente che potrebbe essere osservato da molte altre amministrazioni interessate a percorsi analoghi.Non è un dettaglio secondario perché in Italia la difficoltà di realizzare nuovi impianti o riqualificare quelli esistenti è stata spesso determinata non dall’assenza di progetti, ma dall’incapacità, definiamola così, di trasformare le intenzioni in percorsi amministrativi certi.In questo senso Arezzo rappresenta un test importante per verificare se la nuova stagione legislativa sia davvero in grado di accelerare e rendere più efficaci i processi decisionali. Stadi che rigeneranoLo stadio che resiste: nel Sud Italia la rigenerazione si misura con il valore dei territoriDa Benevento a Siracusa, passando per Avellino, Potenza e Foggia. Cinque città, cinque percorsi differenti e altrettanti modi di confrontarsi con il futuro degli impianti sportivi, dove il tema non è soltanto costruire o riqualificare uno stadio, ma comprendere quale ruolo possa assumere nello sviluppo economico, sociale e urbano delle comunità.Non un semplice restyling: una diversa idea di stadioConsiderare l’intervento a una semplice operazione di ammodernamento, un restyling, sarebbe a dir poco riduttivo e fuorviante.Il progetto prevede una trasformazione profonda dell’impianto esistente che, una volta completata, porterà alla realizzazione di uno stadio da circa 13 mila posti interamente coperti, conforme agli standard UEFA e progettato secondo una logica tipicamente calcistica ma che è in grado di trascendere la sola dimensione sportiva.L’elemento più evidente è l’eliminazione della pista di atletica e il conseguente avvicinamento del terreno di gioco alle tribune: una scelta che modifica radicalmente la percezione dello spazio, aumentando intensità visiva e coinvolgimento del pubblico e riportando il calcio al centro dell’esperienza dello stadio.La riqualificazione della tribuna storica, la costruzione delle nuove curve, la nuova Maratona e la nuova copertura contribuiscono a ridefinire completamente il rapporto tra impianto e spettatori.L’attenzione alla componente ambientale è imprescindibile per qualsivoglia progetto architettonico e ingegneristico che muove i suoi natali nel 2026.Ragion per cui il nuovo impianto aretino prevede un impianto fotovoltaico da 1,3 MW, sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque piovane e delle acque grigie, nuove piantumazioni e la costituzione di una Comunità Energetica Rinnovabile, al fine di garantire benefici ambientali concreti per il territorio. A completare il quadro sono l’accessibilità universale, l’infrastruttura digitale in fibra ottica, i sistemi avanzati di controllo e gli standard richiesti da UEFA e conseguentemente FIGC ma l’operazione non si limita ad adeguarsi banalmente a nuove prescrizioni tecniche.L’obiettivo è chiaramente più ambizioso e in questo consiste la sua forza: ridefinire il ruolo stesso dello stadio all’interno della città e trasformarlo in un’infrastruttura capace di produrre valore ben oltre il giorno della partita.Quella funzione storica dello stadio identitario dentro la cittàUna delle caratteristiche più interessanti del progetto riguarda la scelta di mantenere lo stadio all’interno del tessuto urbano, preservandone il ruolo identitario e la relazione storica con la città.Nella provincia italiana lo stadio continua infatti a rappresentare qualcosa di diverso rispetto a una semplice infrastruttura sportiva. È spesso un luogo della memoria collettiva, uno spazio che attraversa generazioni differenti e che occupa una posizione precisa nell’immaginario cittadino.Il “Città di Arezzo” non fa eccezione: inaugurato nel 1961, rappresenta da oltre sessant’anni uno dei principali luoghi iconici della comunità amaranto e ne consegue che la scelta di intervenire sull’impianto esistente, mantenendone la collocazione urbana e valorizzandone la funzione storica, va letta anche sotto questa prospettiva.Anche il cronoprogramma dei lavori risponde a questa logica.Il cantiere è stato infatti articolato in più fasi per consentire alla squadra di continuare a disputare le proprie partite nello stadio durante tutta la durata dell’intervento: una soluzione complessa dal punto di vista tecnico e organizzativo, ma significativa dal punto di vista culturale, perché evita lo sradicamento – seppur temporaneo – della squadra dal proprio contesto di riferimento.Stadi che rigeneranoCentro Italia, dove la rigenerazione cerca un equilibrio tra memoria e futuroNel cuore della Penisola la trasformazione degli stadi passa spesso dalla valorizzazione dell’esistente, dalla collaborazione tra soggetti pubblici e privati e dalla ricerca di modelli sostenibili capaci di tenere insieme memoria collettiva, sviluppo urbano e nuove funzioni economiche.Dallo stadio all logica di polarità urbana: il luogo che vive tutto l’annoÈ però nella ridefinizione delle funzioni che emerge probabilmente l’aspetto più innovativo del progetto.Il nuovo “Città di Arezzo” è stato concepito come una struttura capace di generare attività e presenze durante tutto l’arco dell’anno. Accanto alla funzione sportiva trovano spazio una nuova piazza urbana, percorsi ciclopedonali, aree verdi, spazi ristorativi, una food hall, un ristorante panoramico, skybox, aree hospitality, uffici e servizi destinati a cittadini, imprese e associazioni.La logica è quella di trasformare lo stadio in una nuova polarità urbana, in grado di ospitare eventi culturali, attività sociali, incontri aziendali e iniziative pubbliche ben oltre il calendario sportivo.Anche perché come ha sottolineato l’architetto Fayer a Calcio e Finanza «servono tutta una serie di funzioni che garantiscono, oltre la piena funzionalità sportiva, il raggiungimento degli obiettivi economici: altrimenti costruiamo un’opera che costa milioni di euro che però viene usata 70 ore l’anno».Carlo Antonio Fayer, architetto e fondatore di M28Studio, coordinatore del progetto del nuovo stadio “Città di Arezzo. Image credit: Marco Bagalà, Calcio e FinanzaLa sostenibilità economica degli stadi, e dunque delle società che li gestiscono o possiedono, passa infatti sempre meno esclusivamente dai ricavi generati durante le partite e sempre più dalla capacità di produrre attività continuative, attrarre persone e offrire servizi durante tutto l’arco della settimana.Un aspetto non di certo nuovo ma sul quale è ancora necessario soffermarsi, come ha ribadito in più occasioni anche il presidente della Lega Pro Matteo Marani, evidenziando «come il futuro dei club, soprattutto nelle categorie intermedie del calcio professionistico, dipenda dalla capacità di individuare nuove fonti di ricavo complementari rispetto ai diritti audiovisivi: lo stadio non rappresenta più soltanto il luogo della gara, ma una leva di sviluppo economico e territoriale». Il metodo “corale” e quel progetto costruito attraverso il confrontoUno degli elementi che maggiormente distingue il caso Arezzo riguarda il metodo.Un metodo che si potrebbe definire “corale” sia per il parterre di soggetti coinvolti nell’ideazione e nella lavorazione – M28Studio, SPSK Studio, SPERI S.p.A, l’amministrazione comunale e ovviamente la Società Sportiva Arezzo – sia per il dialogo costante il territorio e la sua comunità.Comunità che, è il caso di sottolineare, è stata ascoltata anche attraverso la tifoseria organizzata, compagine coinvolta anche in alcune scelte progettuali.Si tratta di un approccio che ha scelto di superare la concezione tradizionale dello stadio come semplice opera edilizia, introducendo invece una dimensione partecipativa che mette al centro le persone chiamate a vivere quotidianamente l’infrastruttura.Perché se si dà come assunto che uno stadio non si accende soltanto il giorno della partita, ma che diventa parte integrante della vita quotidiana della città, la comunità che la città la abita e la vive deve essere partecipe e contribuirea orientare scelte progettuali concrete.Ed è per questo che ad Arezzo, dalle curve ai percorsi interni, dall’acustica agli spazi di incontro, il progetto è stato sviluppato cercando di tenere conto delle modalità con cui la comunità vive e percepisce il proprio stadio perché come ha sintetizzato l’architetto Fayer «il tessuto cittadino ti dà delle notizie, non è possibile costruire uno stadio calato dall’alto come avviene negli Stati Uniti, ad esempio, perché noi siamo davvero dentro la città».Stadi che rigeneranoLo stadio che cambia pelle: cinque storie di rigenerazione dal Nord ItaliaDa Bergamo a Como, passando per Mantova, Brescia e Ferrara. Cinque città, cinque percorsi differenti e un denominatore comune: lo stadio non è più un semplice contenitore sportivo. Tra modelli già realizzati, progetti in evoluzione e patrimoni da rilanciare, il Nord Italia offre alcune delle esperienze più interessanti dell’impiantistica contemporanea.Il laboratorio Arezzo: perché può fare scuolaNon è ancora forse il momento di definire quello dell’Arezzo come un modello ma è forse più corretto in questa fase considerarlo un laboratorio.Perché il progetto mette insieme molti dei temi che attraversano oggi il dibattito sull’impiantistica sportiva italiana: nuove norme, sostenibilità, partenariato, identità urbana, partecipazione e multifunzionalità.Ed è probabilmente proprio questa sovrapposizione di fattori a renderlo particolarmente interessante, unita al fatto che sta provando a tradurre in un caso concreto concetti che per anni sono rimasti confinati nel dibattito teorico.E, non va trattato come tema secondario o peggio ancora screditante, il fatto che tutto questo accada in una città di provincia: rafforza invece l’idea che proprio lontano dalle grandi metropoli – posto che in Italia le grandi città si possano definire “metropoli” si limitano a Roma, Milano e forse Napoli – che nascono le esperienze più interessanti di rigenerazione urbana.Esperienze che si esprimono grazie a quel affascinante viatico che offre lo sport e che getta basi concrete sulla possibilità di immaginare una nuova generazione di stadi italiani: infrastrutture capaci di restituire valore ai club, ma soprattutto alle città che le ospitano.