Ipocrisia femministe, difendono il velo ignorando le donne iraniane

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Il Rassemblement National torna alla carica sul velo islamico. In caso di vittoria alle elezioni presidenziali del 2027, il partito di Marine Le Pen vuole sottoporre ai francesi un referendum per introdurre la penalizzazione del velo nello spazio pubblico. Una proposta che la leader del RN sostiene da anni e che oggi torna al centro della campagna elettorale francese. L’idea è quella di vietare il velo islamico negli spazi pubblici e prevedere una sanzione per chi non rispetta il divieto. Jean-Philippe Tanguy, deputato del RN, ha parlato esplicitamente di un’ammenda. Marine Le Pen ha quindi rilanciato la proposta, spiegando di volerla sottoporre direttamente al voto popolare.Subito si sono scatenate le femministe francesi (e non solo). Il web si è riempito di video di donne che indossano il velo in solidarietà alle musulmane francesi. Il messaggio è chiaro: nessuno deve poter decidere come una donna debba vestirsi. Giusto. Ma allora una domanda diventa inevitabile: dove sono le stesse femministe quando sono le donne musulmane a chiedere di togliersi il velo? Perché questa volta non parliamo di un dibattito politico francese. Non parliamo di Marine Le Pen. Non parliamo nemmeno di un partito di destra che propone una legge controversa. Parliamo di donne che, dall’altra parte del mondo, rischiano la vita per poter fare esattamente ciò che in Francia quelle stesse femministe sostengono essere un diritto fondamentale: scegliere.In Iran, il velo non è semplicemente un simbolo culturale. È un obbligo. E chi lo rifiuta può essere arrestata, picchiata, torturata. Può morire. Lo abbiamo visto con Mahsa (Zhina) Amini, 22 anni, arrestata nel settembre 2022 dalla polizia morale perché accusata di non aver rispettato le norme sul velo. La sua morte ha fatto esplodere il movimento «Donna, Vita, Libertà». Da allora migliaia di donne iraniane hanno continuato a sfidare il regime. Alcune hanno bruciato il velo. Altre hanno camminato per strada a capo scoperto. Altre ancora hanno pagato quella scelta con il carcere, la tortura e la morte.Quelle donne non chiedevano che qualcuno imponesse loro un altro modo di vestirsi. Chiedevano semplicemente di poter scegliere. Ed è qui che il femminismo occidentale dovrebbe fermarsi e farsi una domanda scomoda. Perché quando una donna decide di indossare il velo parliamo di autodeterminazione, identità e libertà, ma quando una donna decide di toglierlo sembriamo molto meno interessati alla sua autodeterminazione, alla sua identità e alla sua libertà?Perché una donna musulmana viene difesa quando vuole portare il velo, ma una donna musulmana che lo rifiuta sembra diventare improvvisamente invisibile? Non dovrebbe esistere una libertà valida solo quando coincide con le nostre convinzioni. Se il principio è che nessuno deve imporre a una donna come vestirsi, allora quel principio deve valere sempre. Anche quando la donna vuole coprirsi. Ma soprattutto quando vuole scoprirsi. E qui emerge quello che considero un doppio standard difficile da ignorare.Di fronte alla proposta di vietare il velo in Francia, alcune femministe occidentali si mobilitano immediatamente per difendere la libertà delle donne musulmane. Lo fanno ovviamente per solidarietà, anche se si avverte il solito retrogusto politico di odio verso chi non la pensa nel modo “giusto”. Quando invece le donne iraniane protestano contro l’obbligo del velo, rischiano di rimanere senza quella stessa solidarietà. Le piazza per Amini ci sono state ma poi dopo l’ondata iniziale, il silenzio è tornato assordante. Nessuno ne ha più parlato pubblicamente, non è più diventato un tema alla moda. Sono spariti gli slogan sulla libertà delle donne. Questo perché sembra quasi che la libertà della donna musulmana interessi soprattutto quando può essere utilizzata per contestare la destra occidentale.È una provocazione, certo. Ma è una domanda che andrebbe fatta. Perché Mahsa Amini non è morta per difendere il diritto di portare il velo. È morta perché una teocrazia aveva deciso che non poteva scegliere. E le donne che hanno raccolto il suo grido con «Donna, Vita, Libertà» non chiedevano di essere protette da un’altra imposizione. Chiedevano di essere lasciate libere. È questo che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi femminismo. Non decidere quale scelta sia quella giusta per una donna. Ma difendere il suo diritto di scegliere. Anche quando la sua scelta non ci piace. Anche quando non coincide con la nostra cultura. Anche quando mette in discussione le nostre convinzioni.Cristina de Palma, 4 settembre 2026L'articolo Ipocrisia femministe, difendono il velo ignorando le donne iraniane proviene da Nicolaporro.it.