Reprime il dissenso in Turchia a suon di arresti e intimidazioni, ma negozia la pace con lo storico nemico interno – il Partito curdo dei lavoratori (Pkk) guidato da Abdullah Öcalan. Si erge a alleato strategico degli Usa di Donald Trump, ma poi evoca la riconquista musulmana di Gerusalemme e l’arresto di Benjamin Netanyahu per «genocidio». Cosa vuole davvero Recep Tayyip Erdoğan dopo 23 anni al potere? Che Turchia vuole forgiare nel Medio Oriente saltato per aria? Lo scongelamento del conflitto storico coi curdi può preludere anche a un alleggerimento della morsa della repressione? Un segnale chiave di risposta arriverà presto. Il 18 settembre è in programma a Istanbul una nuova udienza del processo a Pinar Selek, sociologa e attivista turca perseguitata in patria da quasi 30 anni. L’accusa a suo carico è di terrorismo: formalmente per l’esplosione di una bomba al bazar di Istanbul nel 1998, di fatto per le sue ricerche sulla comunità curda e le accuse di collusione col Pkk. Una battaglia che Selek combatte a viso aperto, e che da un certo punto di vista sente di aver già vinto, come spiega a Open alla vigilia dell’udienza.Il caso Selek: l’arresto, il carcere, l’esilio «Mi hanno rubato la ricerca, ma dopo 28 anni, lavorando dentro me stessa, ho recuperato tutto», dice ancora emozionata a Open Pinar Selek. Ci parla dalla sua casa di Nizza, dove oggi insegna sociologia all’Université Côte d’Azur. La “vittoria” cui fa riferimento sul regime è, per ora, culturale. Negli anni ’90 Pinar era una giovane ricercatrice che s’era messa in testa di studiare da vicino la società curda in Turchia. Non il Pkk, tiene ancora oggi a precisare: «Sono turca e antimilitarista, non volevo occuparmi del partito armato: se mai della sua ricezione, di ciò che accadeva e accade nella popolazione, e poi delle dinamiche sociali, la cultura, la musica…». Anni di ricerche finite nel nulla in un quarto d’ora. L’11 luglio 1998 la polizia turca le confisca quaderni e dischetti su cui Pinar aveva raccolto tutto il suo materiale. A 27 anni viene sbattuta in carcere, dove sarà maltrattata e torturata. Più che una confessione di un delitto surreale – gli stessi periti del tribunale assicurano che l’esplosione a Istanbul è stata accidentale – da lei vogliono informazioni: i nomi degli attivisti curdi che ha intervistato. Lei si rifiuta sempre di farli. Dopo due anni e mezzo viene scarcerata. Ma dopo pochi anni l’incubo giudiziario ricomincia e lei si vede di fatto costretta a fuggire dalla Turchia, per proseguire studi e ricerche prima in Germania, poi in Francia.Le ricerche «proibite» riportate in vitaPer Selek, figlia di un grande avvocato di Istanbul, è l’inizio, non la fine, di una carriera di ricerca “vulcanica”. Femminista e anti-militarista, si occuperà negli anni tramite l’approccio sociologico di puntare un faro su tutti i lati oscuri della Turchia moderna: la questione curda, certo, ma pure quella del genocidio degli armeni; il nazionalismo; i diritti negati; le lotte delle donne. Attorno a lei si coagula via via un vero e proprio movimento di solidarietà internazionale. Mentre a Istanbul le autorità giudiziarie continuano a riaprire all’infinito il suo caso, in Turchia come all’estero si mobilitano per lei centinaia di avvocati, attivisti, ricercatori. Lei parla, combatte, racconta. Eppure le manca qualcosa, un pezzo della sua storia, di se stessa. «Un anno e mezzo fa – racconta a Open – ero in treno a fare l’enigmistica. A un tratto mi sono resa conto che la cosa più tragica era la perdita della mia memoria. Mi sono detta “No! Devo ritrovare tutto”». Dei suoi scritti non le era rimasto nulla, ma nella testa, da qualche parte, aveva tutto. «Ho allertato tutte le cellule del mio corpo e con un lavoro di memoria ispirato a quello di Primo Levi ho fatto ri-uscire fuori tutto» Mancano dettagli, note, ovvio: ma nell’insieme Selek in pochi mesi riconquista e riporta in vita le ricerche “proibite” svolte decenni prima in Turchia. Il risultato è un libro uscito in Francia pochi mesi fa: Lever la tête. La recherche interdite sur la résistance kurde. «E chissà che ora – dice a Open – non lo si pubblichi anche in Italia».La persecuzione giudiziaria e il mandato d’arresto in Turchia La sua rivincita culturale è importante, ma non sostituisce ovviamente il desiderio di vedere finalmente conclusa la persecuzione giudiziaria. L’Alta corte penale di Istanbul ha assolto Selek da ogni accusa per ben quattro volte – nel 2006, 2008, 2011 e 2014. Nel mezzo, nel 2013, il grottesco ribaltamento di una condannata all’ergastolo per terrorismo. Ma ogni volta la magistratura turca riapre il fascicolo e il processo. Che si trascina per un tempo ormai infinito. Ankara chiede alla Francia la sua estradizione per poterla processare in patria. Dove però i rischi per la sua sicurezza sono fin troppo evidenti. Anche perché nel frattempo le autorità hanno chiesto la sua incarcerazione, e spiccato un mandato d’arresto internazionale. L’Europol l’ha rigettato, ma lei è sul chi va la. Anche spostarsi in Italia, dove fino a 2 anni fa veniva con regolarità per partecipare a conferenze e attività di ricerca, è diventato un rischio: «Devo stare molto attenta, e far chiedere di volta in volta rassicurazioni formali al governo del Paese dove mi sposterei», ci confida.Pinar Selek in una delle sue apparizioni pubbliche in Italia – Milano, 12 gennaio 2017 (Ansa / Matteo Bazzi) L’apertura di Erdogan al Pkk e l’impatto sul processo Da quando lo scorso anno Abdullah Öcalan ha annunciato a sorpresa l’appello ai curdi a deporre le armi, Erdogan ha virato rispetto alla «guerra» interna alla minoranza curda, aprendo i negoziati col Pkk. «Tutto succede a porte chiuse, non ne sappiamo molto. Ma in Parlamento c’è un progetto di legge che darebbe una semi-amnistia ai militanti curdi». Perché accade, e perché ora? «Da un lato i curdi volevano deporre le armi da tempo: come spiego nel mio libro, è divenuto un peso sul movimento sociale. Dall’altro nel Medio Oriente in piena ridefinizione Erdogan ha interesse a scongelare il dossier, e penso anche gli Usa e gli alleati europei spingano per integrare i curdi – strategici nella regione – nel sistema, come forza politica e non terroristica». Una rara buona notizia, nel lungo tragitto al potere di Erdogan. «Certo, la fine delle lotte armate è sempre un bene». Ma se le si chiede se la pacificazione interna coi curdi possa avere un impatto pure sul suo processo, Selek non si fa illusioni: «Non si sa mai, ma non mi faccio: anche perché sono una sociologa a tutto tondo, mi sono occupata pure della questione armena, del nazionalismo turco, del femminismo».Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (Ansa/Epa – Vyacheslav Prokofyev) La morsa sugli intellettuali e i fermenti a Istanbul D’altronde che Ankara non voglia mollare la presa della repressione sugli intellettuali dissidenti più popolari e dunque scomodi lo dimostrano anche altri casi emblematici. Su tutti, ricorda Selek, quello di Osman Kavala, l’attivista e filantropo in carcere dal 2013 con l’accusa di cospirazione contro lo Stato. Solo la scorsa settimana la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata nuovamente sul caso, ordinando alla Turchia (membro del Consiglio d’Europa) di rilasciare Kavala, detenuto ingiustamente sulla base di motivazioni puramente politiche. Ankara si rifiuta di dar corso a quanto intimato dalla Corte di Strasburgo. Ma a rincuorare Selek c’è il fermento di attivismo che non si spegne a Istanbul: gli incontri che continua ad avere col pubblico turco via Zoom, racconta, sono affollati e pieni d’energia. E anche il prossimo 18 settembre, fuori dal tribunale dove si terrà la nuova udienza, ci sarà una folla di suoi sostenitori. Oltre al team di avvocati e ai diplomatici europei che, dentro, ascolteranno l’ennesima pronuncia dei giudici. Con un lumicino di speranza che sia l’ultima, quella della definitiva assoluzione.Una manifestazione di sostegno a Pinar Selek di fronte al tribunale di Istanbul, 24 gennaio 2013 (Ansa/Epa – Bulent Doruk) Foto di copertina: La sociologa turca Pinar Selek (Mujgan Arpat)Open dedicherà un talk speciale alle lotte dei dissidenti contro guerre e regimi all’interno della prossima edizione del Festival di Open. Appuntamento a Parma, in Piazza Garibaldi, domenica 20 settembre alle ore 11.15 con il panel Guerre e dittatori. Come (non) si abbatte un regime, con Fatima Haidari (Associazione AlefBa / Afghanistan), Rayhane Tabrizi (Associazione Maanà / Iran) e Yuliya Yukhno (Centro della comunità democratica bielorussa).L'articolo Pinar Selek, la prof turca perseguitata da Erdoğan torna a processo (dopo 28 anni): «Ma la battaglia sui curdi l’ho vinta io» – L’intervista proviene da Open.