Dopo le immagini dei robot umanoidi cinesi impegnati in corse, combattimenti e acrobazie, la risposta europea arriva con una scena molto meno spettacolare, ma forse molto più importante per il futuro del lavoro: quattro robot che collaborano per sparecchiare una tavola. È successo ieri al Parlamento europeo di Bruxelles, dove la rete euROBIN, insieme al DLR, il Centro aerospaziale tedesco, ha portato quindici sistemi robotici sviluppati dalla ricerca europea. Tra questi c’era anche Rollin’ Justin, l’umanoide del DLR, impegnato insieme ad altri robot nella raccolta autonoma di piatti, scatole e rifiuti e nel loro trasferimento verso lavastoviglie, frigorifero e mobili.Il messaggio è evidente: mentre la Cina mostra robot capaci di correre come atleti, l’Europa vuole dimostrare che la vera partita potrebbe essere un’altra, quella dei robot capaci di vivere e lavorare negli ambienti costruiti dagli esseri umani. E qui la distanza tra una dimostrazione tecnologica e il mercato del lavoro comincia a ridursi.Non è uno spettacolo: è la prova generale della Physical AISparecchiare un tavolo non ha nulla del fascino di un robot che batte un record sui cento metri. Ma per una macchina è un problema estremamente complesso. Un robot deve riconoscere oggetti differenti, capire dove si trovano, afferrarli senza romperli, decidere dove portarli e soprattutto coordinarsi con altre macchine senza interferire con le loro azioni. È proprio questa capacità di percepire l’ambiente, prendere decisioni e agire fisicamente nel mondo reale a rappresentare il salto di qualità della cosiddetta Physical AI.Al Parlamento europeo sono state mostrate anche consegne autonome di pacchi attraverso robot agili, un robot centauro, un quadrupede dotato di ruote e perfino un drone equipaggiato con un braccio robotico. La differenza rispetto alla robotica industriale tradizionale è importante. Un braccio robotico può essere estremamente efficiente perché lavora dentro un ambiente rigidamente progettato per lui. Un robot umanoide deve invece affrontare il caos del mondo reale: oggetti spostati, persone che camminano, ostacoli, porte, scale, tavoli e situazioni imprevedibili. È esattamente il tipo di problema che, fino a poco tempo fa, sembrava rendere economicamente impraticabile l’idea di utilizzare macchine autonome per una parte consistente dei lavori manuali e di servizio.L’Europa non vuole perdere la corsa con la CinaLa giornata di Bruxelles non è stata soltanto una dimostrazione tecnologica. Dietro i robot c’è una precisa richiesta politica. Secondo i ricercatori europei, la robotica basata sull’intelligenza artificiale potrebbe trasformarsi nell’arco di 10-15 anni in un settore industriale paragonabile per dimensioni e importanza all’attuale automotive.L’obiettivo indicato è arrivare entro il 2035 al 33% del mercato globale della robotica general-purpose basata sull’AI, creando tra cinque e dieci grandi produttori europei e un ecosistema di startup e pmi. Tra le proposte c’è anche una grande infrastruttura comune europea dedicata alla robotica, una sorta di Cern della robotica. Axel Voss, membro del Parlamento europeo e promotore della dimostrazione, lo ha sintetizzato così: “L’Europa sa fare robotica e lo stiamo dimostrando qui in modo impressionante. Ora dobbiamo garantire che la ricerca all’avanguardia del nostro continente produca anche dei market leader europei”. Il problema è che la partita industriale non si gioca soltanto nei laboratori.La Cina ha ancora un vantaggio: produce più velocementeL’Europa dispone di una ricerca robotica di livello mondiale, ma deve riuscire a trasformarla in imprese capaci di competere sul mercato. Bruno Siciliano, professore e responsabile del Prisma Lab, ha spiegato che durante l’evento è emersa “chiaramente la volontà, anche in vista del prossimo programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione, Horizon Europe 2028–2034, di rafforzare in modo significativo gli investimenti nella Physical AI e nella robotica”. L’obiettivo, ha aggiunto, è “creare le condizioni perché possa svilupparsi una vera industria europea del settore, capace di competere a livello internazionale e di evitare che competenze e tecnologie sviluppate in Europa finiscano poi per essere acquisite da grandi gruppi extraeuropei”.Il problema, secondo Siciliano, è quello che definisce “effetto sandwich”: “da una parte gli enormi investimenti americani, dall’altra la capacità cinese di sviluppare e produrre tecnologia rapidamente e a costi molto competitivi”. Ma l’Europa, secondo il ricercatore, conserva un vantaggio decisivo: “una forte capacità di integrazione tecnologica e, soprattutto, una particolare attenzione alla soluzione di problemi concreti posti dagli utilizzatori finali”. Ed è proprio questo il punto. I robot che sparecchiano, consegnano, puliscono o manipolano oggetti potrebbero essere molto più importanti per il mercato del lavoro di quelli che corrono a cento all’ora.I robot cinesi non sono ancora pronti a sostituire gli operaiQui serve però una precisazione fondamentale. Il fatto che i robot stiano rapidamente migliorando non significa che domani milioni di lavoratori verranno sostituiti. Un’inchiesta Reuters pubblicata pochi giorni prima della dimostrazione europea ha evidenziato proprio questo limite della robotica umanoide cinese: nonostante gli enormi investimenti e i progressi hardware, molte macchine sono ancora lontane dall’essere sufficientemente autonome, abili e affidabili per sostituire gli esseri umani nelle fabbriche. In molti casi dipendono ancora da sequenze preparate in anticipo e hanno difficoltà ad adattarsi a situazioni non previste.Questo non ridimensiona la trasformazione. La rende, semmai, più interessante. Perché non serve che un robot sia perfetto per cambiare il mercato del lavoro. È sufficiente che diventi abbastanza economico, abbastanza affidabile e abbastanza versatile da rendere conveniente automatizzare una parte delle mansioni. E questo è uno scenario molto diverso dalla sostituzione totale di una professione.I lavori più esposti sono quelli che si svolgono nel mondo fisicoPer anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto su avvocati, programmatori, giornalisti, contabili e impiegati. La robotica introduce però una seconda ondata di automazione. Se l’AI generativa sta rendendo automatizzabili sempre più attività cognitive, la Physical AI punta alle attività fisiche: spostare oggetti, trasportare merci, pulire, apparecchiare, rifornire scaffali, lavorare in magazzino, svolgere operazioni ripetitive in fabbrica. Sono proprio questi i lavori che meritano maggiore attenzione.I dati europei aiutano a capire la dimensione del problema. Secondo Eurofound, nel secondo trimestre 2023 nell’Unione europea c’erano circa 6,4 milioni di addetti alle pulizie, 5,3 milioni di lavoratori nelle mansioni elementari di estrazione, costruzione, manifattura e trasporto, 8,3 milioni di conducenti e operatori di mezzi mobili e 7,5 milioni di lavoratori nelle costruzioni. A questi si aggiungono circa 1,9 milioni di camerieri e baristi secondo i dati della Commissione europea relativi al 2021. Non tutti questi posti sono destinati a essere automatizzati. Ma rappresentano una gigantesca platea di mansioni nelle quali un robot dotato di percezione, movimento autonomo e capacità di apprendimento può, almeno in teoria, diventare un concorrente diretto del lavoratore.Pulizie: quasi sette milioni di lavoratori europei in una categoria delicataLe pulizie sono probabilmente uno degli esempi più intuitivi. Secondo Cedefop, nel 2022 le professioni elementari occupavano circa 16,6 milioni di persone nell’UE, pari all’8,4% dell’occupazione totale. Il 42% di questi lavoratori era costituito da addetti alle pulizie e aiutanti: una platea di circa 7 milioni di persone. Il dato è particolarmente interessante perché comprende attività svolte in abitazioni, alberghi, uffici, ospedali e altri edifici, oltre alla pulizia di mezzi di trasporto.Sono ambienti diversi, ma hanno una caratteristica comune: una parte delle attività è ripetitiva, fisica e relativamente standardizzabile. Non significa che un robot possa sostituire facilmente una persona che pulisce una casa piena di oggetti diversi. Significa che in un hotel, in un aeroporto, in un ospedale o in un grande edificio per uffici alcune operazioni possono essere progressivamente affidate alle macchine.E infatti la previsione europea è già ambivalente: il rapporto EURES-Cedefop indica che la domanda di addetti alle pulizie potrebbe diminuire di circa 458.000 posti entro il 2035, pur prevedendo contemporaneamente una possibile carenza di lavoratori nel settore a causa dell’invecchiamento della popolazione. Questa apparente contraddizione dice molto sul futuro: un mestiere può diventare più difficile da svolgere per mancanza di persone e, contemporaneamente, diventare un candidato ideale per l’automazione.Operai e manovali: la fabbrica è il primo grande laboratorioLa categoria degli operai è ancora più grande, ma anche più difficile da misurare in modo uniforme. In Italia l’Inps contava nel 2024 9.850.462 operai tra i lavoratori dipendenti del settore privato considerati dall’Osservatorio, esclusi operai agricoli e lavoratori domestici. Erano il 56% dei 17,7 milioni di dipendenti privati osservati. Rapportato ai circa 24,1 milioni di occupati complessivi italiani del quarto trimestre 2025, il numero dà un’idea della dimensione della platea: circa quattro occupati su dieci appartengono a quella categoria Inps.Il confronto con l’Europa, tuttavia, va fatto con cautela perché la classificazione italiana dell’INPS non coincide perfettamente con l’ISCO utilizzata da Eurostat. Nel sistema europeo, una parte importante delle mansioni potenzialmente automatizzabili rientra nella categoria dei labourers in mining, construction, manufacturing and transport, che nel 2023 contava 5,3 milioni di persone nell’UE, circa il 2,7% dell’occupazione europea. A questi bisogna aggiungere gli assemblatori, gli operatori di impianti e macchinari e numerose categorie di operai specializzati. Nel 2023 l’Ue contava infatti 7,3 milioni di lavoratori nelle professioni metalmeccaniche e legate ai macchinari, 4,9 milioni di operatori di impianti e macchinari e 1,7 milioni di assemblatori.Il punto non è quindi stabilire che “gli operai spariranno”. È capire quali mansioni contenute dentro questa enorme categoria saranno progressivamente assorbite dalle macchine.Camerieri: il robot che porta il piatto è già arrivatoPoi ci sono i camerieri, la professione che più direttamente emerge dalla dimostrazione di Bruxelles. Il dato europeo più recente facilmente confrontabile riportato dalla Commissione europea indica circa 1,9 milioni di camerieri e baristi nell’UE nel 2021, pari a circa l’1% dell’occupazione totale. In Italia, Istat e fonti collegate alla rilevazione sulle forze di lavoro indicavano nel 2022 circa 366.000 camerieri e professioni assimilate.Nel frattempo il mercato continua a chiedere personale. Nel 2024 le imprese italiane prevedevano oltre 437.000 ingressi per la professione di cameriere: non sono 437.000 camerieri occupati, ma nuove entrate previste nell’arco dell’anno. È una distinzione fondamentale.Il fatto che oggi manchino camerieri non significa che il robot non li sostituirà. Potrebbe significare esattamente il contrario: più è costoso e difficile trovare personale, più aumenta l’incentivo economico a investire nell’automazione. Un robot che porta i piatti, sparecchia, identifica un tavolo e torna autonomamente alla cucina potrebbe non sostituire il cameriere in tutte le sue funzioni. Potrebbe però ridurre drasticamente il numero di persone necessarie per svolgere una determinata quantità di lavoro. E questo, dal punto di vista occupazionale, è già sufficiente a cambiare le regole.Le consegne sono il secondo bersaglio naturaleAncora più evidente è il caso delle consegne. Qui la tecnologia non deve nemmeno necessariamente assumere sembianze umane. Robot su ruote, piccoli veicoli autonomi, droni e sistemi di navigazione basati sull’AI possono occuparsi di una parte crescente dell’ultimo miglio. Eurostat, nel 2020, contava 10,8 milioni di persone impiegate nelle professioni legate al trasporto nell’UE. All’interno di questo aggregato, messaggeri, addetti ai pacchi, portabagagli e altre mansioni elementari rappresentavano il 12%, pari a circa 1,3 milioni di persone.È un dato più vecchio e comprende professioni che non coincidono perfettamente con il moderno rider, ma restituisce l’ordine di grandezza della platea interessata. In Italia il problema è particolarmente interessante perché la consegna attraverso piattaforme digitali ha creato un mercato del lavoro nuovo e frammentato. Una ricerca Istat sulla gig economy aveva stimato nel 2021 circa 50.000 lavoratori tramite piattaforma, mentre una stima della Banca d’Italia indicava circa 7.650 fattorini attivi nel solo food delivery considerato nello studio.Sono numeri che non possono essere sommati agli addetti alle consegne tradizionali, ma mostrano quanto sia difficile persino fotografare una professione che sta cambiando rapidamente. E la tecnologia, nel frattempo, procede nella direzione opposta: meno persone e più automazione dell’ultimo miglio.Leggi anche:Cina, accelera la rivoluzione dei robot umanoidiIntelligenza artificiale, Veltroni ha banalizzato una rivoluzioneL’intelligenza artificiale “licenzia” i lavoratoriLa fotografia del rischio: milioni di lavoratori, ma non tutti sparirannoMettendo insieme le categorie più omogenee disponibili, emerge una platea enorme.CategoriaItaliaUnione europeaQuota indicativaOperai dipendenti privati*9,85 milioni—circa 41% degli occupati italianiCamerieri e professioni assimilatecirca 366.000 (2022)circa 1,9 milioni (2021)circa 1% nell’UEAddetti alle pulizie—circa 6,4-7 milionicirca 3-3,5% nell’UEManovali/lavoratori elementari in industria, costruzioni e trasporti—circa 5,3 milionicirca 2,7% nell’UEConsegne e messaggeria**—circa 1,3 milionicirca 0,6-0,7% nell’UE* Il dato italiano Inps sugli operai non è perfettamente confrontabile con le categorie ISCO di Eurostat.** Il dato europeo comprende messaggeri, addetti ai pacchi, portabagagli e altre mansioni elementari legate al trasporto, non soltanto i rider.La conclusione più importante non è quindi che una determinata percentuale di questi lavoratori perderà il posto. Non esiste oggi una previsione credibile che consenta di sostenerlo. La conclusione è diversa: una quota enorme della forza lavoro svolge mansioni nelle quali l’automazione fisica può progressivamente ridurre il fabbisogno di lavoro umano. Ed è una differenza decisiva.Il paradosso: oggi mancano lavoratori, domani potrebbero servire meno lavoratoriC’è un paradosso che dovrebbe far riflettere soprattutto chi entra oggi nel mercato del lavoro. In Italia e in Europa molte delle professioni considerate più esposte all’automazione sono anche quelle per le quali le imprese non riescono a trovare abbastanza persone. Eurostat ha rilevato che nel 2024 i manufacturing labourers erano tra le professioni con il più alto tasso di posti vacanti nell’UE, pari al 7,3%.In Italia la situazione è simile. EURES segnala carenze nel turismo per camerieri, cuochi, personale alla reception e addetti alle pulizie. Il ragionamento economico delle imprese è semplice: se un lavoro è difficile da coprire con personale umano, costoso e soggetto a turnover, l’investimento in un robot diventa più conveniente.La demografia europea rafforza ulteriormente questo processo. Ed è per questo che la robotica potrebbe non essere soltanto una minaccia per l’occupazione. Potrebbe diventare una risposta alla carenza strutturale di lavoratori. Il problema è capire chi pagherà il conto della transizione.Non vincerà chi difende il proprio mestiere: vincerà chi impara a usare le macchineÈ qui che il discorso sulla robotica si trasforma in un discorso sulla formazione. La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quali lavori ruberanno i robot?”. La domanda corretta è: “Quali competenze resteranno necessarie quando una parte delle mansioni sarà svolta dalle macchine?”Un cameriere potrebbe non dover più portare tutti i piatti, ma potrebbe dover gestire il rapporto con il cliente, controllare i robot, intervenire quando qualcosa non funziona, organizzare la sala e gestire situazioni che una macchina non sa ancora affrontare. Un operaio potrebbe non dover più eseguire personalmente una sequenza ripetitiva, ma potrebbe diventare il responsabile di una cella robotizzata, controllare la qualità, intervenire sulla macchina e gestire anomalie. Un addetto alle pulizie potrebbe lavorare insieme a macchine autonome, occupandosi delle attività che richiedono maggiore adattabilità.Un addetto alle consegne potrebbe essere sostituito in alcune tratte, ma potrebbero aumentare le competenze richieste per gestire flotte di robot e sistemi autonomi. La trasformazione non cancella necessariamente il lavoro. Cancella prima di tutto le mansioni che diventano economicamente più convenienti da affidare a una macchina.Il vero rischio è arrivare impreparati al momento della svoltaSiciliano ha sottolineato proprio la capacità europea di trasformare tecnologie diverse in soluzioni concrete. “Le dimostrazioni presentate oggi al Parlamento europeo ne sono un esempio. Sono forse meno spettacolari delle immagini di robot che corrono o fanno acrobazie, ma riguardano capacità di manipolazione, percezione, contatto e interazione che sono fondamentali per portare i robot negli ambienti antropici, farli cooperare con le persone o consentire di svolgere a distanza determinate operazioni”.È una frase che dovrebbe essere letta anche dal punto di vista del lavoro. Perché se percezione, manipolazione, contatto e interazione stanno diventando competenze delle macchine, il valore umano dovrà spostarsi verso ciò che le macchine fanno più fatica a replicare.Non è necessario che tutti diventino programmatori. Ma diventa sempre più importante imparare a usare l’intelligenza artificiale, lavorare con sistemi automatizzati, controllare macchine, interpretare dati, risolvere problemi, comunicare e gestire situazioni imprevedibili. La formazione non è più soltanto uno strumento per trovare un lavoro. È uno strumento per evitare che il proprio lavoro diventi troppo facilmente sostituibile.Il messaggio dei robot camerieri è molto più grande del piatto che portanoLa scena dei quattro robot che sparecchiano una tavola potrebbe sembrare quasi banale. In realtà contiene una parte della trasformazione che potrebbe caratterizzare i prossimi dieci o quindici anni. Per decenni la robotica è stata confinata soprattutto alle fabbriche, dentro ambienti progettati per le macchine. Ora l’obiettivo è portarla negli alberghi, nei ristoranti, negli uffici, negli ospedali, nei magazzini e nelle strade.Non è ancora una rivoluzione compiuta. I robot sono costosi, spesso fragili, ancora lontani dalla versatilità umana e in molti casi richiedono supervisione. Ma la direzione è chiara. La Cina sta investendo enormi risorse nella robotica e nella Physical AI. Gli Stati Uniti dispongono di una gigantesca capacità finanziaria e tecnologica. L’Europa ha deciso di non restare a guardare e chiede un piano industriale che trasformi la propria eccellenza scientifica in aziende globali.La partita, quindi, non riguarda soltanto chi costruirà i robot. Riguarda chi sarà in grado di lavorare insieme ai robot e chi, invece, si troverà a competere con loro. E per un lavoratore la differenza potrebbe essere enorme.La conclusione più prudente è anche quella più urgente: non sappiamo quali professioni scompariranno, ma sappiamo già quali mansioni stanno diventando tecnicamente automatizzabili. Aspettare che il robot arrivi davanti alla porta della propria azienda potrebbe essere la strategia peggiore. La scelta più intelligente è iniziare prima: formarsi, acquisire nuove competenze e imparare a usare la tecnologia prima che sia la tecnologia a decidere quanto vale il nostro lavoro.Enrico Foscarini, 3 settembre 2026L'articolo I robot umanoidi fanno pure i camerieri, ecco i lavori che spariranno proviene da Nicolaporro.it.