Non lo si dice troppo spesso, ma Firenze è sempre stata una piazza importante per il jazz, per un determinato tipo di jazz – jazz inteso soprattutto come attitudine, qualità e ricerca, e solo poi come canone e tradizione (…anche perché per quello, a pochi chilometri di distanza c’è Siena: la più grande fucina di talento e perfezionamento che c’è in Italia per il jazz puro, qualunque appassionato reale del genere lo sa, Siena è da sempre la nostra Berklee).Pensiamo ad esempio, su Firenze, allo strepitoso lavoro fatto negli anni da Musicus Concentus, in primis nell’incantevole Sala Vanni, lavoro che ha portato spesso e volentieri in Italia il meglio della contemporaneità jazz più aperta, sfidante, viva, pulsante, superando senza timori una serie di rigidità e coazioni-a-ripetere che il circuito tradizionale del jazz invece spesso fa fatica a scrollarsi di dosso (anche se vivaddio restano varie perle in giro, pensiamo a Ferrara col Torrione, pensiamo a Matera con le rifrazioni dell’Onyx).D’altro canto non è un caso che proprio a Firenze più che da altri parti sia fiorita la old school dell’acid jazz italiano (Pise, Lorenza Calamandrei…), ci siano state contaminazioni fra jazz, punk ed elettronica notevolissime (basti vedere il background di quel genio che è Clap! Clap!), ancora oggi ci siano più che ad altri parti commistioni di spessore tra suoni intelligenti da dancefloor e preziosità jazzy (gran bravo in tal senso uno come Slowwax, e storicamente in quel meraviglioso ecosistema che ha ruotato attorno a Bosconi hanno operato talenti enormi, a partire da Ennio Colaci).Insomma, un territorio fertile. Jazz inteso come contaminazione, come dedizione alla musica ed all’abilità tecnica sullo strumento non fine a se stessa, ma al servizio dell’espressione, del piglio, del senso di urgenza.Non siamo quindi per nulla sorpresi che il Firenze Jazz Festival 2026 sia, in qualche modo, molto iconoclasta e contaminato per essere un festival jazz: è nello spirito storico della città. In più quest’anno c’è un little help from a friend, quell’Alessandro Gambo per cui abbiamo già speso parole di elogio enorme e ancora lo faremo, così come c’è sempre lo zampino del Francesco Astore che già con la sezione Fringe al Torino Jazz Festival aveva scompaginato le acque in maniera davvero, davvero interessante.Se una prima parte del cartellone è per certi versi più “prevedibile” (a partire da domani 5 settembre ci saranno, fra gli altri, Fabrizio Bosso, Roberto Gatto, Robert Bonisolo: collaudati sì e maledettamente bravi, quattro quarti di nobiltà del jazz italiano), è a partire da metà settimana che le cose iniziano a farsi più imprevedibili (come sarà il set tromba + djing dell’ex Dirotta Su Cuba Francesco Cangi?) per poi diventare davvero iconoclaste, per essere un festival jazz, nel weekend 11, 12, 13 settembre.(Un weekend jazz-non-jazz; continua sotto) Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Firenze Jazz Festival (@firenze_jazzfestival)Ci saranno infatti i Casino Royale, nella loro rinnovata ed affilatissima terza giovinezza; ci saranno Teho Teardo col venerando Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten; ci saranno i bravissimi, elegantissimi e multicontaminati C’mon Tigre; ci sarà Altea; ci sarà il frizzante Pellegrino coi suoi “Dance Rituals”; ci sarà perfino Alborosie, massì. E poi, poi ci sarà Dj Gruff. Ecco. Fateci spendere qualche parola importante, ora. Fateci approfondire un paio di concetti.L’elenco che abbiamo appena fatto di ospiti del weekend 11-12-13 settembre potrebbe far sollevare commenti che vanno dal “Bello, ma che c’entra col jazz?” fino al “E questi chi diavolo sarebbero”, da parte del frequentatore medio dei concerti jazz in Italia: ok, va bene. Ma una cosa che né l’accigliato frequentatore medio in questione né il pubblico in generale ha mai capito, è quanto Dj Gruff sia probabilmente l’unica hip hop head in Italia – e non solo in Italia – che merita al 101% di essere legato al jazz. È il più jazz di tutti. Anche di quelli che magari del jazz hanno in casa una discografia sterminata, ed una conoscenza enciclopedica (e sappiamo che ce ne sono).(Dj Gruff; continua sotto)C’è un inghippo, alla base. La fandom standard verso Dj Gruff lo lega prima di tutto ai Sangue Misto, al fumo, al rimare corrosivo, al suo essere una battlhead beffarda e sarcastica. Sì, ok, ci sta, ma non abbiamo mai sentito abbastanza lodare l’approccio musicale di Dj Gruff. Mu-si-ca-le.Partiamo dalla cosa più ovvia, e visibile: il suo scratch. Di turntablist bravi in Italia ce ne sono assai, ma lì dove Gruff supera ancora oggi tutti gli altri è una cosa al 100% derivata dal jazz: lo swing.Oh sì.Gli scratch di Dj Gruff sono intrisi di swing, di quell’approccio sottile ma sensuale, asimmetrico ed avvolgente al ritmo che è un caposaldo assoluto della musica jazz (…e che è stato reincorporato nell’hip hop da J Dilla: ma in questo Gruff era Gruff prima ancora di Dilla, detto per inciso). Tutti a fare i boati quando fa le rime di dissing o di inneggio al gremo, e va bene, ma la grandezza di Gruff per quanto ci riguarda sta prima di tutto nella musicalità e, appunto, nello swing del suo turntablism.(Per dire, qua eravamo nel 1991; continua sotto)È che questo poi si riflette anche in Gruff come producer, questo suo essere profondamente jazz. Non magari il più tecnico e il più maniacale nel rifinire il suono, ma il grande paradosso è che è sempre stato visto – e lui per primo a lungo si è posto – per anni come custode della “purezza hip hop” contro le derivazioni hipster/contaminative. È però un paradosso totale questo, ironico quasi: già la “Rapadopa”, suo debutto assoluto sulla lunga durata ed album per quanto ci riguarda che vale tanto quanto “SxM” (e se è per questo è arrivato anche prima di quest’ultimo), era infatti un disco che andava completamente oltre i canoni abituali dell’hip hop. Chitarre acustiche, assoli di sax vero, skit psichedelici e, non dimentichiamolo, una parte robusta dei Casino Royale di allora (Pardo, Manna, Ferdi) all’opera, ed erano fasi in cui sembrava una bestemmia che l’hip hop “vero” – e non l’allora modaiolo crossover – si legasse a strumentisti in carne ed ossa.(La “Rapadopa” partiva così: Miles Davis e Sangue Misto, stile puro; continua sotto)Ma appunto: Gruff era oltre. Era oltre anche le sue stesse parole e le sue prese di posizione draconiane a favore di un certo tipo di purismo hip hop nei forum e nelle discussioni on line, certo, chiunque si sia scontrato con lui sull’argomento lo sa, ma in realtà l’intenzione sua era quella di difendere una cosa che amava visceralmente e che “respirava” come pochi altri, ovvero la cultura hip hop, da derive modaiole, (pre)hipster, opportunistiche.Intesa in questo senso, la sua ruvidità e il suo condannare ogni forma di compromesso (stilistico, mercatile, eccetera) avevano assolutamente senso. E ce l’hanno ancora. Anzi, oggi più di prima.Nel frattempo però è cresciuto. In primis come esperienze di vita ma anche come artista a trecentosessanta gradi, le due cose sono andate di pari passo: non è un caso che da anni si sia aperto moltissimo a collaborare con altri musicisti in teoria di altre parrocchie sonore (a lungo per dire ha fatto live con quel genio che è Gianluca Petrella, uno dei migliori trombonisti jazz al mondo, o col sassofonista Gavino Murgia, sempre a proposito di jazzisti di livello, che sarà con lui sul palco a Firenze assieme a Lauryyn e Beatrice Dellacasa).Ma nel farlo è sempre rimasto se stesso, non si è mai “svenduto” al suono-che-funziona, ma ha invece sempre inseguito una traiettoria personalissima e controcorrente. Cosa che non di tutti si può dire, no? In particolar modo nello stagno dell’hip hop di casa nostra, nel momento poi in cui suddetto stagno è stato baciato e da rospo underground si è fatto reginetta pop. L’unico esempio virtuoso che ci viene in mente è Gemitaiz, che con “Elsewhere” ha fatto un disco clamoroso, bellissimo, coraggioso – e infatti il mainstream e la parte maggioritaria del suo pubblico non l’ha recepito.A Gruff non interessano le fiabe mainstream e le folle maggioritarie: la sua è una ricerca alchemica ed atipica che macina chilometri e visioni altrove (ecco, ricorre il concetto di elsewhere), il tutto col corredo del suo rap pieno di invenzioni verbali ed incastri assurdi (testi che se li ascolti male e superficialmente sembrano insensati o quasi, invece sono affilatissimi, cazzo se lo sono, ed hanno sempre obiettivi ben precisi).(L’ultima impresa di Gruff, “Naples Is Like New York”: questa la traccia uscita in anteprima; continua sotto)In più, Gruff arriva al Firenze Jazz Festival in un momento importante della sua carriera. Il 18 settembre infatti esce “Naples Is Like New York”, il progetto architettato assieme a RayZa e Dope One e che ha una serie di guest che, beh, vi lasceranno sorpresi e meravigliati (in primis per valenza storica), davvero non-i-soliti-nomi. Insomma, per una persona che festeggia suppergiù quasi quarant’anni di dedizione all’hip hop (…una dedizione espansa sempre di più alla musica nel suo insieme), niente male. Visto recentemente dal vivo, Gruff ci è apparso in formissima.…ma soprattutto, visto in cartellone in un jazz festival abbiamo pensato: sì. Lui sì che lo merita. Lui più di tutti gli altri. E anzi, forse proprio questa era una buona occasione per rimettere un po’ di puntini sulle i, sulla sua figura artista. Bello Sangue Misto, bello il gremo, bello questo, bello quello, ma Sandro Orrù è prima di tutto un’anima musicale strepitosa, ripetiamo: strepitosa, che col jazz non condivide magari il suono o non lo fa sempre, ma ne condivide ed incarna al 100% lo spirito migliore. Quello più profondo, quello più vivo ed irregolare.Lunga vita al jazz, lunga vita a Gruff. The post Firenze, Dj Gruff, il jazz, e tutto quello che (forse) non avete capito appeared first on Soundwall.