Accessibilità digitale: “Necessario progettare sin dall’inizio pensando a tutti gli utenti”

Wait 5 sec.

Un argomento riferito alla disabilità, sicuramente molto attuale, è l’accessibilità digitale;  tema emergente, ma nello stesso tempo, oggetto di pochi quesiti e perplessità. L’ostacolo maggiore è la sua “invisibilità”:  se una barriera architettonica è facilmente individuabile, il livello di accessibilità di un sito web, o di un’applicazione, non è così immediato.  Si ritiene che l’accessibilità digitale sia sinonimo di inclusione delle persone disabili,  è veramente cosi, o come succede, anche tra quelle considerate “normodotate”, una maggiore fruibilità del web preclude la loro socializzazione nel mondo reale?  InVisibili ne ha parlato con Adele Bonaro, esperta in comunicazione con una particolare attenzione al web.Dott.ssa Bonaro, in base alla sua professionalità e alla sua esperienza “sul campo”, può spiegare ai nostri lettori, da un punto di vista pratico, come l’accessibilità digitale favorisce la fruizione del web da parte delle persone con  disabilità motoria, sensoriale, cognitiva e quali sono i vantaggi?L’accessibilità digitale è spesso percepita come un insieme di regole tecniche, ma in realtà riguarda la vita quotidiana delle persone. Significa permettere a tutti di utilizzare un sito web o un’applicazione in autonomia, indipendentemente dalle proprie capacità fisiche, sensoriali o cognitive. Pensiamo a una persona non vedente che utilizza un lettore di schermo: se le immagini non sono descritte correttamente o i pulsanti non hanno un’etichetta comprensibile, quella persona non riuscirà nemmeno a completare un acquisto. Oppure a una persona con difficoltà motorie che naviga utilizzando esclusivamente la tastiera: se il sito non è stato progettato pensando anche a questa modalità di utilizzo, molte funzioni diventano irraggiungibili. Lo stesso vale per chi ha una dislessia o altre difficoltà cognitive: testi troppo complessi, menu confusi o percorsi poco intuitivi trasformano un’operazione semplice in un’esperienza frustrante. L’accessibilità, quindi, non elimina soltanto barriere tecniche. Restituisce autonomia. Permette di prenotare una visita medica, acquistare un biglietto, compilare un modulo o accedere ai servizi pubblici senza dover chiedere aiuto. E questo significa partecipare pienamente alla vita sociale. Vorrei però sottolineare un aspetto spesso trascurato: un sito accessibile è anche un sito migliore per tutti. Una navigazione chiara, testi leggibili, pulsanti ben identificabili e percorsi intuitivi migliorano l’esperienza di qualsiasi utente, non solo delle persone con disabilità.Uno dei benefici maggiori di accessibilità risulta essere l’inclusione; secondo lei, le persone con disabilità facilitate nella navigazione nel web non corrono il rischio di rifugiarsi in questo mondo, a discapito di una “vera inclusione” nel mondo reale?Credo che il digitale non debba mai sostituire la vita reale, ma possa rappresentare uno strumento per viverla meglio. L’accessibilità digitale non invita le persone a chiudersi davanti a uno schermo. Al contrario, permette loro di organizzare con maggiore autonomia la propria quotidianità. Prenotare un viaggio, acquistare un biglietto per un museo, iscriversi a un corso, consultare un servizio sanitario o partecipare a un evento sono tutte attività che hanno una ricaduta concreta nella vita di tutti i giorni. Diverso è il mondo dei social media. Qui il rischio esiste: sentirsi parte di una comunità virtuale può, in alcuni casi, ridurre il desiderio o persino la necessità di cercare la stessa inclusione nella vita reale. I social dovrebbero essere uno spazio di relazione e di confronto, non un rifugio che sostituisce il contatto umano. Come per ogni tecnologia, la differenza la fa sempre l’educazione a un utilizzo consapevole. In questo senso il web non è un rifugio, ma una porta di accesso. E i social, se vissuti con equilibrio, possono diventare un ponte verso relazioni autentiche, anziché un’alternativa ad esse. Per questo l’accessibilità digitale non può essere considerata un punto di arrivo, ma un mezzo per abbattere le barriere. Il suo valore più grande è offrire alle persone la libertà di partecipare pienamente alla società: studiare, lavorare, viaggiare, incontrarsi e vivere esperienze nel mondo reale. Il digitale deve ampliare le opportunità di inclusione, non sostituirle.A poco più di un anno dall’entrata in vigore della legge europea, l’European Accessibility Act (EAA), ci sono a disposizione  dati sull’accessibilità dei siti? È possibile fare un confronto sull’argomento con il resto dell’Europa?L’European Accessibility Act ha sicuramente contribuito ad accendere i riflettori sull’accessibilità digitale. Oggi c’è molta più attenzione rispetto a qualche anno fa, ma il percorso è ancora lungo. In Italia, ad esempio, l’Agenzia per l’Italia Digitale monitora costantemente i siti della Pubblica Amministrazione. I dati mostrano che migliaia di siti sono già stati analizzati e che molte amministrazioni hanno iniziato ad adeguarsi. Tuttavia, non tutti i siti risultano ancora pienamente accessibili: in molti casi sono stati fatti passi avanti, ma ci sono ancora aspetti da migliorare. Confrontare la situazione italiana con quella degli altri Paesi europei non è semplice, perché ogni Stato raccoglie i dati con modalità diverse e il monitoraggio riguarda soprattutto i siti della Pubblica Amministrazione. Alcuni Paesi, come l’Irlanda, stanno registrando miglioramenti significativi, segno che investire nell’accessibilità produce risultati concreti. Per quanto riguarda i siti privati, invece, il quadro è più complesso. Alcune ricerche indipendenti evidenziano che la maggior parte dei siti presenta ancora criticità che possono rendere difficile la navigazione per le persone con disabilità. Al di là dei numeri, però, il dato più importante è un altro: la consapevolezza sta crescendo. Sempre più aziende comprendono che l’accessibilità non è soltanto un obbligo di legge, ma un’opportunità per offrire un servizio migliore a tutti. Un sito più accessibile è, quasi sempre, anche un sito più semplice, più intuitivo e più efficace. Questo è il cambiamento culturale che dobbiamo continuare a promuovere. Credo, infatti, che la vera sfida non sia soltanto rispettare una legge, ma cambiare mentalità: progettare pensando fin dall’inizio a tutti gli utenti.La normativa Europan Accessibility Act ha valorizzato gli “accessibilità overlays”, strumenti – ausili, definiti anche come “chiavi in mano”, ce ne può parlare?  Gli accessibility overlays sono strumenti software che aggiungono funzionalità a un sito, come l’aumento del contrasto, l’ingrandimento dei caratteri o altre opzioni di personalizzazione. Possono essere utili come supporto, ma è importante chiarire un concetto: non rendono automaticamente un sito accessibile.  Se la struttura del sito è stata progettata male, se i contenuti non sono organizzati correttamente o se mancano gli elementi fondamentali per le tecnologie assistive, nessun overlay può risolvere davvero il problema. È un po’ come installare un ascensore in un edificio che all’ingresso ha ancora una lunga scalinata senza rampa: l’ascensore è utile, ma non elimina tutte le barriere. L’accessibilità deve essere progettata fin dall’inizio. Gli strumenti possono migliorare l’esperienza, ma non possono sostituire una buona progettazione.Secondo lei, considerato lo “status quo” dell’accessibilità digitale, che cosa bisognerebbe fare per migliorare ulteriormente la fruibilità del web da parte delle persone con disabilità?Credo che serva soprattutto un cambiamento culturale. L’accessibilità non dovrebbe essere affrontata solo quando un sito è già stato realizzato. Dovrebbe entrare a far parte del progetto fin dalla prima riunione, insieme al design, ai contenuti e all’esperienza utente. È fondamentale investire nella formazione di chi progetta siti web, di chi scrive contenuti e di chi prende decisioni all’interno delle aziende. L’accessibilità non è responsabilità esclusiva degli sviluppatori: riguarda designer, copywriter, comunicatori, fotografi e committenti. Infine, credo sia indispensabile coinvolgere direttamente le persone con disabilità nei test di usabilità. Nessuna linea guida può sostituire l’esperienza reale di chi utilizzerà quel servizio. C’è un ultimo aspetto che ritengo fondamentale. Una barriera architettonica è immediatamente riconoscibile: una scalinata senza rampa, un marciapiede troppo alto, una porta troppo stretta. Una barriera digitale, invece, è invisibile. Non si vede, ma può impedire a una persona di prenotare una visita medica, acquistare un biglietto, compilare un modulo o semplicemente accedere a un’informazione. Ed è proprio questa invisibilità a renderla ancora più insidiosa: spesso chi progetta un sito non si accorge nemmeno di aver escluso qualcuno. Per questo l’accessibilità digitale non dovrebbe essere considerata un semplice adempimento tecnico, ma un atto di responsabilità e di inclusione. Perché le barriere più difficili da abbattere sono spesso quelle che non si vedono.