Farinetti cerca nuove scuse per il flop di Fico

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C’è un momento, nella vita di ogni grande narrazione, in cui arriva il bilancio. Non il bilancio metaforico delle idee, dei sogni e delle visioni, ma quello vero, con ricavi, perdite e patrimonio netto. E nel caso di Oscar Farinetti il momento è particolarmente istruttivo.L’ultima puntata della saga si chiama Grand Tour Italia, ma i numeri raccontano una storia molto meno trionfale del nome. Nel 2025 il parco bolognese ha registrato circa 6 milioni di euro di ricavi e 6,2 milioni di perdita netta. Dopo i 4,7 milioni di rosso del 2024 e i circa 3 milioni del 2023, il conto delle perdite in tre anni arriva a sfiorare i 14 milioni di euro.La cosa interessante, però, non è soltanto il buco. È il racconto che accompagna il buco. Perché in questa storia c’è ancora una volta un protagonista che sembra non essere mai davvero responsabile dei propri fallimenti. Cambiano il nome, il format, gli investitori, le promesse e perfino le spiegazioni. Una cosa, invece, resta sorprendentemente stabile: la colpa è sempre un po’ più in là.Da Fico a Grand Tour Italia: quando il flop cambia insegnaPartiamo dall’inizio. Fico Eataly World apre nel novembre 2017 alla periferia di Bologna con ambizioni gigantesche. Centomila metri quadrati, decine di fabbriche alimentari, ristoranti, negozi, orti, stalle, centro congressi e un’idea che avrebbe dovuto trasformare la visita al parco in un viaggio dentro la filiera del cibo italiano.Il progetto nasce anche sulla scia dell’Expo di Milano del 2015 e viene presentato come qualcosa di molto più grande di un semplice centro commerciale del cibo. Doveva essere una specie di Disneyland dell’agroalimentare italiano, capace di attirare milioni di visitatori ogni anno. Le previsioni iniziali erano talmente ambiziose che oggi sembrano quasi appartenere a un’altra epoca. Si puntava a circa 6 milioni di visitatori all’anno, necessari per sostenere un investimento pubblico e privato nell’ordine dei 120 milioni di euro.All’inizio arrivano numeri incoraggianti. Poi la magia si spegne. Nel 2019 Fico perde circa 3 milioni e gli ingressi si fermano a 1,6 milioni. Farinetti prova a spiegare che la creatura ha semplicemente bisogno di tempo. Gli italiani, sostiene, sono in linea con le previsioni: «Ci mancano gli stranieri: oggi sono a quota 400mila e invece ce ne servono 2 milioni».È una frase che, riletta oggi, possiede una certa comicità involontaria. Perché il problema di Fico, allora, sembrava essere che non arrivassero abbastanza stranieri. Qualche anno dopo il problema sarebbe diventato Bologna. Poi il tram. Poi lo stadio. Poi le Regioni. Insomma, il cliente ideale sembra sempre essere quello che non è ancora arrivato.Il Covid c’entra. Ma non spiega tuttoPoi arriva la pandemia, e qui sarebbe scorretto negare l’evidenza: il Covid colpisce duramente un progetto fondato proprio sull’idea di portare milioni di persone in un grande spazio fisico dedicato al consumo e all’intrattenimento. Nel 2020 Fico perde 4,2 milioni di euro. Nel 2021 altri 3 milioni. Nel 2022 il rosso arriva a circa 6,5 milioni.Ma attribuire tutta la storia alla pandemia sarebbe troppo comodo. Il problema precedeva il Covid e sopravvive al Covid. Nel 2023 Farinetti decide di entrare direttamente nella partita. La famiglia acquisisce da Coop Alleanza 3.0 il 50 per cento di Eataly World e il progetto passa sotto il controllo di Eatinvest, la holding della famiglia.Ed è qui che arriva una delle poche ammissioni davvero nette dell’intera vicenda. «Il problema è che abbiamo sbagliato e quindi vogliamo chiedere scusa. Posso dire che la mia famiglia, negli ultimi tre anni, ha prestato poca attenzione al parco e non lo rifarei», dice Farinetti. Finalmente un imprenditore che ammette un errore. Peccato che sia soltanto l’inizio di una nuova narrazione.Fico chiude e rinasce: basta cambiare il nomeFico viene chiuso e ripensato. Cambia il progetto, cambia il posizionamento e cambia anche il nome. Arriva Grand Tour Italia. Il nuovo format vuole raccontare le venti regioni italiane attraverso la gastronomia, le tradizioni e l’esperienza. Meno complicato, più comprensibile. Famiglie, scuole, eventi, cucina regionale.L’operazione ha anche una sua logica: se il grande parco esperienziale del cibo non ha funzionato, forse bisogna renderlo più semplice. Il problema è che semplificare un modello di business non significa automaticamente renderlo sostenibile.Il 2024 si chiude infatti con altri 4,7 milioni di perdita. E il 2025, che avrebbe dovuto essere il primo vero anno di rilancio, porta una sorpresa ancora più sgradevole: 6,2 milioni di euro di rosso su circa 6 milioni di ricavi. A quel punto il nuovo nome non basta più.Il capolavoro: il problema diventa BolognaEd è qui che entra in scena uno degli elementi più gustosi della storia. Nel maggio 2025 Farinetti ammette che aprire Fico a Bologna è stato un errore. Non il progetto in sé, non necessariamente il modello, non l’enorme struttura pensata per attirare milioni di persone: Bologna. «Mi sono fatto conquistare dalle proposte che mi arrivavano, ho creduto nel progetto e in chi me l’aveva venduto e ci sono cascato», racconta.Poi arriva la sentenza: «L’unico vero errore dietro Fico è stato farlo a Bologna». Milano, invece, sarebbe stata la città giusta. «Sarebbe stato perfetto per il dopo Expo, poteva funzionare solo lì. C’era bisogno di una città dalla forte impronta internazionale, collegata con il resto del mondo e con un certo tipo di turismo».È una spiegazione formidabile perché contiene una piccola rivoluzione semantica: se il progetto fallisce, forse non è il progetto ad aver fallito. È la geografia ad aver sbagliato. E Bologna, peraltro, non è una sperduta provincia dell’Appennino. È una delle città italiane più note al mondo per la propria cultura gastronomica, sede di una delle università più antiche d’Europa, collegata con una grande stazione ferroviaria, un aeroporto internazionale e una rete autostradale strategica. Ma evidentemente non abbastanza internazionale per Fico.Il mito dell’imprenditore di sinistraEd è qui che la vicenda Farinetti diventa più interessante del semplice conto economico. Per anni una parte del centrosinistra italiano ha coltivato il mito dell’imprenditore progressista, quello che avrebbe dovuto finalmente liberare la sinistra dalla diffidenza verso il mercato e dimostrare che capitalismo, innovazione, lavoro, cultura e sensibilità progressiste potevano vivere felicemente sotto lo stesso tetto.Farinetti è stato uno dei simboli più riconoscibili di questa stagione. Ha sostenuto Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra e nel 2012 dichiarava apertamente: «Sono nettamente più a sinistra di Matteo, anzi gli dico sempre che è troppo democristiano per i miei gusti». Il personaggio era perfetto per quella narrazione: imprenditore, comunicatore, cibo italiano, innovazione, ambiente, lavoro, cultura, ottimismo. Il capitalismo con il certificato di buone intenzioni.Il problema è che il capitalismo, quello vero, ha una caratteristica fastidiosa: alla fine presenta la fattura. E quando arriva la fattura di Grand Tour Italia, il mito dell’imprenditore illuminato rischia di somigliare più a una strategia di comunicazione che a una categoria economica.La sinistra che adorava il visionarioIl punto non è stabilire se Farinetti sia di sinistra, di centro, renziano, progressista o semplicemente Farinetti. Quello è un dibattito politico. Il punto è un altro: perché per anni l’imprenditore visionario è stato considerato quasi automaticamente più intelligente del suo bilancio?La retorica del visionario funziona finché le cose vanno bene. Se un progetto cresce, il suo fondatore è un genio. Se esporta il format all’estero, è un innovatore. Se apre nuovi negozi, è un ambasciatore del made in Italy. Quando però un progetto perde soldi per anni, la parola «visionario» rischia di diventare un elegante sinonimo di uno che continua a scommettere anche quando i numeri gli dicono di fermarsi.E naturalmente non c’è nulla di male nel perdere denaro se il denaro è proprio. L’imprenditore rischia il proprio capitale e ha tutto il diritto di continuare a credere nella propria idea. Il problema nasce quando si pretende che ogni fallimento venga raccontato come una vittoria rimandata.Se non è Bologna, sono il tram e lo stadioIl bilancio 2025 offre infatti un altro capitolo della saga. La relazione della società attribuisce la situazione anche ai «mancati accordi con le Regioni d’Italia e le disattese opportunità che erano state espresse dagli enti locali: ripristino trasporto pubblico per/verso Grand Tour, mancata realizzazione del polo sportivo temporaneo Bologna Fc 1909». Tradotto dal burocratese: il tram non è arrivato e lo stadio temporaneo nemmeno.Difficile non provare una certa tenerezza per un business plan che sembra aver bisogno, oltre che dei clienti, anche dell’infrastruttura perfetta, del polo sportivo perfetto, del turismo internazionale perfetto e delle Regioni perfettamente coordinate. Nel frattempo, il mercato continua a fare il mercato. E presenta un dato piuttosto elementare: nel 2025 Grand Tour Italia ha incassato circa 6 milioni e ne ha persi 6,2. È come se il parco avesse organizzato un tour d’Italia passando direttamente dalla cassa alla perdita.Quasi 16 milioni per tenere in piedi il sognoC’è poi un altro numero che merita attenzione. Tra il 2024 e il primo semestre del 2026 la famiglia Farinetti avrebbe immesso nella società quasi 16 milioni di euro per sostenerne la continuità. Repubblica parla di quasi 16 milioni, mentre altre ricostruzioni quantificano l’intervento in 15,7 milioni. Questo naturalmente non significa che Farinetti stia buttando soldi pubblici. Sono risorse della famiglia e il rischio imprenditoriale è suo.Ma proprio per questo il dato è interessante: un progetto che avrebbe dovuto diventare una grande macchina economica si è trasformato in una macchina che richiede continue iniezioni di capitale. E allora forse sarebbe il caso di smettere per un momento di parlare di «scommessa» e chiamare le cose con il loro nome: è una scommessa che, finora, non ha funzionato.La nuova promessa: FeelingEppure la storia non è finita. Nel 2026 Farinetti non molla. Il nuovo progetto si chiama Feeling, una mostra pensata per rilanciare il parco a partire dall’autunno. L’amministratore delegato Piero Bagnasco ha descritto la situazione come «sempre più complicata», spiegando che il mancato arrivo del tram e la rinuncia allo stadio temporaneo rendono tutto più difficile.Farinetti, invece, continua a guardare avanti. E del resto, se una formula non funziona, si può sempre cambiarle nome. Fico è diventato Grand Tour Italia. Grand Tour Italia prepara un nuovo rilancio. E adesso arriva Feeling. La cosa più resiliente di questo progetto, alla fine, sembra essere proprio il progetto.Il vero mito che resta da sfatareLa vicenda di Farinetti non dimostra che gli imprenditori progressisti siano una truffa, che la sinistra sia incapace di capire l’economia o che ogni investimento fallito nasconda chissà quale complotto.Dimostra qualcosa di molto più semplice.Un imprenditore può essere brillante e sbagliare. Può essere innovativo e sbagliare. Può avere idee valide e sbagliare. Può essere di sinistra e sbagliare. Può persino avere un ottimo ufficio stampa e sbagliare. La differenza tra una cultura economica adulta e una cultura da tifoseria sta proprio qui: non trasformare il successo in una prova di genialità e il fallimento in una congiura delle circostanze.Farinetti ha avuto il merito di metterci soldi propri e di continuare a rischiare. Ma dopo quasi dieci anni, due nomi, diversi format, milioni di perdite e nuove ricapitalizzazioni, forse sarebbe arrivato il momento di ammettere una cosa molto meno spettacolare di una nuova visione. Che Fico non ha funzionato. E che Grand Tour Italia, almeno per ora, non sta funzionando.Il resto – Bologna, Milano, gli stranieri, il tram, lo stadio, le Regioni, il turismo internazionale – può spiegare una parte della storia. Ma non può riscrivere il bilancio. E forse è proprio questo il piccolo lutto della sinistra imprenditoriale italiana: scoprire che anche il suo imprenditore illuminato, quando arriva a fine anno, deve fare i conti con la stessa prosa prosaica di tutti gli altri.Quella dei numeri. E i numeri, almeno per ora, non hanno nessuna intenzione di essere progressisti.Enrico Foscarini, 28 agosto 2026L'articolo Farinetti cerca nuove scuse per il flop di Fico proviene da Nicolaporro.it.