In un articolo apparso a luglio sul sito Gambero Rosso, lo chef palestinese Fadi Kattan, ospite in quel momento del padiglione del Qatar alla Biennale di Venezia, ha sostenuto che “gli chef israeliani rubano il nostro cibo”. Intervistato in maniera acritica e senza alcun contraddittorio, non ha fatto che veicolare la narrazione dei “cattivi” israeliani che sottraggono cose che appartengono ai palestinesi, compresi i piatti tradizionali.Una narrazione faziosaGli attacchi contro la cucina israeliana vanno inquadrati in un contesto più ampio: dipingendola come una costruzione fittizia e priva di radici, si vuole negare più in generale il legame ancestrale degli ebrei con la terra d’Israele, prestando il fianco alla narrazione terzomondista che li dipinge come “colonizzatori” di territori altrui.Lo si è visto nel febbraio 2026, in occasione dell’International Food Fiesta tenutasi All’Università di Buffalo, negli Stati Uniti: guardando agli stand delle cucine tipiche di vari paesi (Israele, Palestina, Etiopia, Ghana, ecc.), diversi studenti hanno attaccato sui social l’inquadramento del falafel anche come piatto israeliano, definendolo “offensivo”. L’associazione studentesca locale ha rimosso il post che vi faceva riferimento, arrivando a scusarsi pubblicamente. Per non urtare la “sensibilità” di nessuno, hanno tolto i riferimenti sia israeliani che palestinesi al piatto, lasciando quelli legati a paesi africani.Radici negateChiunque abbia visitato Israele almeno una volta nella vita sa quanto i piatti mediorientali siano apprezzati lì: dal hummus ai falafel, dai bourekas ai baklava, passando per lo za’atar e la tahina.I propal hanno sostenuto in diverse occasioni che certi piatti siano stati “rubati” in una sorta di “appropriazione culturale”. Ma come spiega il sito HonestReporting, questa narrazione cancella il fatto che prima ancora della nascita d’Israele gli ebrei hanno vissuto nei Paesi arabi da prima ancora che in quelle terre arrivasse l’Islam (in Yemen, i primi riferimenti scritti alla loro presenza risalgono come minimo al III secolo d.c.).Da quei Paesi, nel ‘900 vi furono degli esodi di massa di ebrei che furono costretti a lasciare per sempre le loro case a causa delle crescenti persecuzioni. Secondo i dati della Jewish Virtual Library, se circa 851.000 ebrei vivevano nei Paesi arabi nel 1948, settant’anni dopo ne erano rimasti appena 3.300. E quelli che arrivarono in Israele portarono con sé ricette e tradizioni che per millenni hanno caratterizzato la vita ebraica dall’Iraq allo Yemen, e dall’Egitto al Marocco.L’articolo di HonestReporting spiega:Il cibo che ora si vorrebbe riassegnare ai Paesi che li hanno espulsi è, in molti casi, l’unica proprietà che quei rifugiati sono riusciti a portare con sé. Definirla proprietà palestinese rubata significa portare a termine l’espulsione con altri mezzi. Prima l’ebreo viene allontanato dal paese. Poi viene rimosso dal piatto che aveva cucinato lì. C’è un furto in questa storia, ma va nella direzione opposta rispetto a quella sostenuta.Aggiunge inoltre:Non si tratta di un disaccordo sulle ricette. È la negazione della presenza di un popolo, presentata come una questione di autenticità. La cucina è una delle testimonianze più autentiche che un popolo conserva di dove è passato. Dire che gli ebrei non hanno alcun diritto al cibo delle terre in cui hanno vissuto per millenni significa dire che gli ebrei non sono mai stati davvero lì.Il caso del New York MagazineA dispetto della tesi secondo cui gli ebrei in Israele siano dei “colonizzatori europei”, uno studio apparso nel 2018 sul Journal of Ethnic and Migration Studies ha rivelato che in quel momento il 44,9 per cento degli ebrei israeliani erano mizrachim, come vengono chiamati quelli che storicamente vivevano in Medio Oriente e in Nordafrica.Nonostante ciò, la sinistra woke si ostina a dipingerli come una sorta di “corpo estraneo” nel tessuto politico e sociale mediorientale, arrivando ad applicare una sorta di cancel culture non solo verso l’identità israeliana, ma più in generale verso l’identità ebraica.Lo ha dimostrato un recente numero del New York Magazine, dedicato alle comunità mediorientali nella Grande Mela. Parlando del ristorante palestinese Ayat, illustra una mappa “in cui la massa di terra attualmente chiamata Israele viene intitolata Scopri la Palestina”. Aggiunge citando un anonimo critico culinario israeliano che “la cucina israeliana si basa su due cose: la cucina palestinese e la cucina etnica”, minimizzando l’apporto dei mizrachim.Afferma anche che nonostante la loro vita vibrante, “ciò non toglie che i newyorkesi SWANA (acronimo che sta per “South-West Asia/North Africa”) non debbano ancora affrontare xenofobia, islamofobia e sionismo”. In sostanza, ha dipinto il sionismo come una sorta di minaccia per gli arabi newyorkesi, tacendo sul fatto che secondo le statistiche sono gli ebrei le principali vittime di attacchi discriminatori: stando ai dati della polizia di New York, nel solo mese di luglio 2026 gli ebrei hanno subito il 70 per cento di tutti i crimini d’odio avvenuti in città.Il New York Magazine riporta che “sebbene Israele sia geograficamente parte della regione, la questione che gli israeliani possano rivendicare un legame con essa […] è complicata”. Mentre parlando a proposito del sindaco di New York Zohran Mamdani, scrive che “tecnicamente non proviene dalla regione SWANA, ma è profondamente inserito nella sua cultura”. In pratica Mamdani, nato in Uganda e di origini indiane da parte di entrambi i genitori, secondo la rivista avrebbe una connessione più profonda con il Medio Oriente e il Nordafrica rispetto agli ebrei.Non solo la cucinaQueste mistificazioni sugli ebrei non riguardano solo il cibo. Gli israeliani sono stati accusati anche di “appropriarsi” di tessuti tradizionali palestinesi, dimenticando che per innumerevoli generazioni le donne ebree yemenite hanno ricamato tessuti simili.Il problema è che tali mistificazioni si stanno radicando ai massimi livelli della cultura occidentale. Quest’anno, è stato reso noto che l’Encyclopaedia Britannica aveva pubblicato nella versione per bambini del proprio sito una mappa del Levante dove l’area corrispondente a Israele veniva chiamata “Palestina”. A gennaio la sezione del sito è stata parzialmente corretta, dopo che il fatto è stato denunciato dall’associazione UK Lawyers for Israel.Le conseguenzeUno degli effetti di questa narrazione è che in tutto l’Occidente ristoranti israeliani vengono presi di mira dai boicottaggi unicamente sulla base della loro nazionalità. Come la catena di ristoranti vegetariani Shouk, che aveva sede a Washington ma è stata costretta a chiudere nell’ottobre 2025 a causa dei boicottaggi, in quanto importava prodotti israeliani negli Stati Uniti.Talvolta i propal non si limitano alle campagne di boicottaggio, ma possono anche arrivare a commettere atti di vandalismo e incendi dolosi. Dal 7 ottobre 2023 ad oggi, ristoranti israeliani ed ebraici sono stati vittime di vandalismi, esplosioni e attacchi con l’acido da Londra a Parigi, da Montréal a Melbourne, passando per Monaco di Baviera.Anche l’Italia è stata investita da questa ondata d’odio: a gennaio, ha fatto discutere la notizia che Yonatan, un giovane cuoco israeliano, si è visto respingere una richiesta per poter venire a frequentare un corso di formazione alla Pizza Italian Academy a Roma. Il motivo? La scuola non accetta studenti israeliani in quanto “i nostri valori sono allineati al sostegno della Palestina”.Intervistato da Ynet, Yonatan ha raccontato che l’impiegato dell’accademia che gli ha risposto su Whatsapp gli ha anche detto frasi come “dovresti vergognarti, come tutta la tua gente”, “hai occupato illegalmente terre palestinesi per 80 anni” e “discrimino tutti gli assassini dell’Idf”. E nonostante fosse un atto palesemente discriminatorio, anziché fare marcia indietro la Pizza Italian Academy ha rivendicato la propria decisione, giustificandola sulla base di “valori etici e umanitari”.Contraddizioni e segnali positiviParadossalmente, se certi chef e ristoranti vengono associati alla guerra a Gaza per il solo fatto di essere israeliani, non vi è alcuna indignazione quando nel mondo arabo ci sono ristoranti che istigano davvero alla violenza: nel gennaio 2024, per celebrare gli attacchi di Hamas di tre mesi prima è stato aperto un ristorante chiamato October 7 in Giordania. Successivamente, un altro ristorante intitolato al 7 Ottobre è stato aperto anche a Tripoli, in Libia.A dispetto di questi casi, ci sono stati anche episodi positivi: il 28 maggio 2026, il ristorante Mutra di Miami, gestito dallo chef israeliano Raz Shabtai, ha ottenuto una stella Michelin. La prova che, quando non è accecata dall’ideologia, la gente sa riconoscere la buona cucina.L'articolo Se anche per la cucina passano i tentativi di cancellare Israele proviene da Nicolaporro.it.