Da qualche giorno il woke è diventato improvvisamente un problema. È stata Repubblica a chiedersi se la sinistra debba finalmente dire «basta woke». Conte è intervenuto mettendo in dubbio che possa costituire «l’ossatura ideologica» di una forza progressista e ne ha denunciato le degenerazioni; Renzi ha invitato a superarne gli eccessi, precisando però che sui diritti non bisogna arretrare «di un millimetro». Altri parlano di errori da correggere. Ma più che una revisione culturale sembra un finto pentimento: si prende distanza dalla parola ma si continua ad agire secondo il suo codice ideologico.La parola woke è legata all’espressione stay woke, restare svegli, nata nell’inglese afroamericano come richiamo all’attenzione verso il razzismo. Col tempo ha finito per indicare una cultura politica più ampia, costruita attorno a razza, genere, privilegio, oppressione, intersezionalità e controllo del linguaggio. A questa galassia sono stati ricondotti il politicamente corretto, la cancel culture, la decolonizzazione della cultura, la denuncia della mascolinità tossica e del privilegio bianco, oltre alle declinazioni identitarie delle battaglie LGBTQ+ quando la tutela delle persone si trasforma nella pretesa di imporre nuove categorie di genere e nuovi codici linguistici.Non esiste un manifesto ufficiale del woke, ma esistono un lessico, una visione del mondo e comportamenti riconoscibili. Dire davvero no al woke significa smettere di dividere preventivamente gli individui in categorie; di trasformare sesso, colore della pelle o orientamento sessuale in titoli di credito o di colpa; di attribuire alle identità collettive un valore superiore alla persona; di considerare il linguaggio come rieducabile politicamente; di equiparare una parola sgradita alla violenza e un’opinione dissenziente alla discriminazione.Significa anche rinunciare al tribunale permanente sul passato, alla pretesa di giudicare libri, monumenti e personaggi storici col codice morale del presente; smetterla con le campagne di delegittimazione contro professori, artisti e intellettuali considerati “problematici” solo perché non si allineano; restituire al libero pensiero il diritto di vivere senza che ogni frase o post sui social comporti una sentenza di morte civile.Sta accadendo tutto questo? Non mi pare. Si criticano gli eccessi senza mettere in discussione le categorie che li hanno prodotti. Ed è proprio questa contraddizione a rendere poco credibile il pentimento. Questa ideologia non è comparsa dal nulla. Per anni una vasta letteratura, soprattutto americana, è stata tradotta e pubblicata da importanti case editrici italiane, accolta da recensioni entusiaste, festival e dibattiti vari. Privilegio bianco, identità di genere, intersezionalità, appropriazione culturale, patriarcato e decolonizzazione sono così entrati nel vocabolario della rispettabilità progressista. E chi osa sollevare dubbi continua a essere liquidato come retrogrado, reazionario o incapace di capire da che parte va la storia.Dai libri si è passati alle istituzioni. Università ed enti pubblici hanno adottato linee guida, vademecum e raccomandazioni sul linguaggio inclusivo; in alcuni casi sono stati introdotti veri e propri tribunali monocratici per la censura preventiva; si è arrivati all’adozione ordinaria di schwa, asterischi e pronomi dichiarati. Non sono eccentricità linguistiche, ma la traduzione pratica di una visione del mondo.Leggi anche: Il Conte anti-woke fa solo ridereIl woke è morto, viva il wokePer questo il pentimento di oggi convince poco. I leader della sinistra hanno capito che a molti italiani questa ideologia, somministrata per anni come progresso obbligatorio, non piace e non porta voti. Il ripensamento appare così soprattutto come la presa d’atto tardiva di un problema elettorale.Ma è tardi. Non si importa per anni un’ideologia, la si fa entrare nella comunicazione, nelle università e nelle amministrazioni pubbliche, per poi pretendere di liberarsene quando ci si accorge che elettoralmente non funziona. Si può cambiare tono, attenuare le parole e prendere le distanze dagli eccessi più ridicoli. Ma finché resteranno le stesse categorie e gli stessi riflessi ideologici, l’abiura resterà una finzione. Perché il woke non è un abito da togliere alla vigilia delle elezioni.Spartaco Pupo, 28 agosto 2026L'articolo Sinistra alla canna del gas, ha capito che il woke non porta voti proviene da Nicolaporro.it.