Era solo questione di tempo, perché in fin dei conti i giochi erano fatti. I mercati, si sa, hanno buon fiuto e una certa lungimiranza, tanto dall’aver previsto con dovuto anticipo il cambio di paradigma in Europa. I Paesi dell’area mediterranea, come Spagna, Grecia o Italia e anche il Portogallo, non sono più brutti, sporchi e cattivi. Stanno decisamente meglio di quelli che fino a 15 anni fa facevano del rigore sui conti la pietra angolare della crescita, decidendo anche per gli altri (la troika in Grecia ne è l’esempio più lampante e drammatico al tempo stesso). La prova? Sta tutta nei mercati.La Francia sta scalzando l’Italia dal ruolo di sorvegliato speciale degli investitori. I quali si fidano più di Roma che di Parigi. Non è un’azzardo qualunque, ma una lucida lettura del principale quotidiano finanziario del mondo, il Financial Times. Che registra un’inversione storica: per buona parte dell’estate il rendimento del titolo di Stato italiano a dieci anni, il Btp, è rimasto sotto quello francese, con gli investitori che oggi chiedono un premio maggiore per acquistare debito di Parigi anziché di Roma. Un capovolgimento del rapporto tradizionale tra i due Paesi, mentre la Francia si avvicina a un negoziato di bilancio complicato e alle presidenziali del prossimo anno e che potrebbe portare a una manovra correttiva sui conti da decine di miliardi.Per anni il decennale italiano ha viaggiato ben al di sopra di quello francese. Ma adesso, dopo quattro manovre targate Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti all’insegna della prudenza e del realismo (si fa quello che si può fare), il rapporto si è ribaltato. Va bene, ma l’Italia che ci guadagna? Qui il discorso si allarga e tira in ballo la delicata e complessa trattativa sul bilancio europeo, che Ursula von der Leyen vorrebbe portare a 2 mila miliardi di euro. Ora, l’Italia, grazie al favore dei mercati potrà contare su maggiori entrate, specialmente in fatto di risparmio in interessi applicati ai titoli emessi.Dunque, potrà presentarsi al negoziato con una maggiore capacità di spesa, più di quanta ne abbia avuta in passato, sempre che la crescita tenga un minimo. Se poi, come sperano a Palazzo Chigi, dovesse cadere la procedura di infrazione e il deficit rientrare nell’alveo del 3% (il 22 settembre l’Istat aggiornerà i conti e su quelle cifre verrà plasmato il nuovo Documento programmatico di finanza pubblica che funge da cornice della prossima manovra), ecco che la possibilità di spendere aumenterebbe ancora.Problema, il bilancio dell’Unione europea è in salita. Salita dura. Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Austria, Finlandia e Svezia, i Paesi frugali che contribuiscono a circa il 40% del bilancio europeo hanno infatti detto no al debito comune, che tanto è caro a Francia e Italia, no a nuove tasse e no alla proposta della Commissione di destinare 2.000 miliardi di euro al prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2028-2034 circa il 60% superiore a quella del bilancio corrente. Tanto è emerso dalla riunione voluta dal cancelliere tedesco Friederich Merz, che ha riunito a Berlino tutti i governi maggiormente scettici sulla nuova proposta di bilancio della Commissione Ue.I sei governi sostengono che, in una fase in cui quasi tutti gli Stati membri sono impegnati in dolorosi processi di consolidamento fiscale, ovvero tagli, anche il bilancio dell’Ue debba essere sottoposto allo stesso principio. Insomma, se c’è un Italia che può contare sul maggior sostegno dei mercati e dunque su più entrate, c’è una Germania con annessa compagnia che invece si riscopre frugale, pronta a bloccare la trattativa sul bilancio. Una cosa è certa, Roma si presenterà al tavolo dei negoziati più autorevole di quanto non lo sia stata negli ultimi anni. Anche i mercati lo credono.