Ci sono Paesi che scoprono il valore del capitale quando comincia a mancare e Paesi che sembrano accorgersene soltanto quando c’è qualcosa da tassare. Bolivia e Italia offrono immagini quasi speculari.La svolta in BoliviaCome ha riferito l’agenza internazionale di stampa Reuters, a La Paz il governo di Rodrigo Paz tenta di smontare una parte dell’eredità statalista costruita negli anni di Evo Morales, presentando una nuova legge sugli investimenti destinata a rendere più competitivo il regime di imposte e royalties e ad aprire energia e miniere ai privati.A Roma, nello stesso momento, Reuters e Financial Times riferiscono che la Lega propone per la manovra 2027 un prelievo del 5 per cento annuo, per tre anni, sugli utili delle dieci maggiori banche italiane.Il confronto mostra due fasi della stessa malattia politica. Prima lo Stato considera il capitale una presenza sospetta, da controllare, orientare e spremere. Poi, quando gli investimenti si riducono e le risorse pubbliche non bastano più, scopre che senza capitali privati non si aprono miniere, non si estraggono idrocarburi, non si costruiscono infrastrutture e non si crea nuova ricchezza.La Bolivia conosce bene questa parabola. Per quasi vent’anni il nazionalismo economico ha presentato gas, petrolio e minerali come ricchezze da sottrarre alla logica del profitto. Tra il 2006 e il 2012, ricorda Reuters, il governo di Evo Morales nazionalizzò il settore energetico, incidendo anche sui contratti delle imprese straniere. Oggi il Paese deve fare i conti con gas in calo, riserve valutarie quasi esaurite e forti squilibri fiscali. Il nuovo governo cerca così di invertire la rotta: vuole rafforzare le garanzie per gli investitori, rispettare i contratti, ampliare la partecipazione privata e ridimensionare il ruolo della YPFB.Non è ancora una rivoluzione liberale, ovviamente. Il governo propone di fissare attorno al 50 per cento il tetto al prelievo complessivo di imposte e royalties sulle imprese energetiche: un livello tutt’altro che lieve. E l’accordo da 1,9 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale ricorda che la stabilizzazione boliviana cerca ancora ossigeno nella finanza multilaterale.La vera svolta sarebbe più radicale: meno spesa, imprese pubbliche e privilegi, certezza dei diritti di proprietà e libertà di investimento. Ma la direzione è cambiata. Dopo anni trascorsi a chiedersi come controllare il capitale, La Paz comincia a domandarsi come convincerlo a tornare.L’Italia in direzione oppostaIn Italia si ragiona esattamente al contrario. Poiché le banche hanno realizzato utili elevati, una parte della maggioranza che sostiene il governo ritiene che lo Stato possa reclamarne una quota aggiuntiva. Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno prodotto insieme quasi 12 miliardi di euro di profitti nel primo semestre del 2026 e la proposta leghista vorrebbe applicare alle dieci maggiori banche un prelievo annuale del 5 per cento per tre anni. Non è ancora una decisione dell’Esecutivo e, come segnala il citato Financial Times, nella coalizione vi sono posizioni diverse. Nondimeno, il principio politico è chiaro.È questo che dovrebbe preoccupare, più ancora dell’aliquota. Il profitto viene trasformato da risultato economico in indizio di colpevolezza. Se un’impresa perde, nessuno si offre di socializzarne spontaneamente le perdite; se guadagna molto, la politica ricompare per stabilire quale parte del rendimento sia diventata “eccessiva”. Il messaggio all’investitore è chiaro: puoi assumerti il rischio, immobilizzare capitale e sopportare le perdite; se però il rendimento supera la soglia psicologica del decisore pubblico, le regole fiscali possono cambiare.Il nuovo prelievo arriverebbe, peraltro, dopo una manovra 2026 che ha già chiesto molto al settore finanziario. La predetta agenzia di stampa, nel dicembre 2025, ha riferito che oltre un quarto della manovra da 22 miliardi era finanziato da nuove imposte su banche, assicurazioni e transazioni finanziarie. Il Ministero dell’economia e delle finanze ha confermato che l’intervento complessivo vale circa 22 miliardi.Difendere il profitto non significa difendere ogni banca o ignorare i privilegi di cui il sistema bancario può beneficiare. Chi crede nel mercato e nella cooperazione volontaria dovrebbe contestare garanzie pubbliche, protezioni regolatorie, barriere all’ingresso e ogni forma di capitalismo di relazione. Ma la risposta ai privilegi non è una tassa punitiva sugli utili: è eliminarli e aumentare la concorrenza. Se questo nasce da una posizione protetta, si apra il mercato. Se ha invece origine dall’efficienza, dal rischio e dalla capacità di impiegare meglio il capitale, tassarlo selettivamente significa punire proprio ciò che un’economia stagnante dovrebbe attrarre.Il capitale si difendeL’Italia avrebbe bisogno di più crescita e più investimenti, non di nuove ragioni per allontanare il capitale. Non dovrebbe insegnare agli investitori che un utile particolarmente alto può generare un’imposta particolarmente creativa.Il capitale del resto non ha obblighi patriottici. Si muove verso gli ordinamenti che gli garantiscono proprietà, stabilità delle regole e possibilità di rendimento. La Bolivia sembra averlo compreso dopo una lunga stagione di statalismo. Il nostro Paese rischia di dimenticarlo proprio mentre avrebbe bisogno di ricordarlo.La lezione è semplice. Lo Stato può tassare il capitale, disciplinarlo, minacciarlo e perfino nazionalizzarlo. Non può però costringerlo a produrre ricchezza. Quando lo tratta come una preda, il capitale si difende: investe meno, si sposta altrove o non nasce affatto. E allora anche i governi più diffidenti verso il mercato finiscono per riscoprire ciò che avrebbero potuto sapere fin dall’inizio: senza proprietà, profitto e libertà d’impresa non c’è sviluppo da redistribuire, perché non c’è ricchezza da creare.L'articolo Se la Bolivia chiama il capitale, l’Italia lo punisce proviene da Nicolaporro.it.