Iran. Washington prepara nuove sanzioni, Teheran risponde con l’arma di Hormuz

Wait 5 sec.

di Giuseppe Gagliano – Gli Stati Uniti preparano un nuovo pacchetto di sanzioni contro l’Iran con l’obiettivo di colpire soprattutto le esportazioni petrolifere e la rete internazionale che consente a Teheran di aggirare le restrizioni. Il segretario al Tesoro Scott Bessent le ha definite le misure più dure mai adottate contro la Repubblica islamica, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi considera il ritorno alla pressione economica un segnale delle difficoltà americane.La nuova offensiva finanziaria arriva mentre l’economia iraniana deve già sostenere le conseguenze della guerra, dei bombardamenti statunitensi e israeliani, delle difficoltà produttive e della crisi della navigazione nel Golfo. Washington punta sulla combinazione tra pressione militare, isolamento commerciale e riduzione delle entrate petrolifere per aggravare la crisi interna iraniana.Il principale obiettivo delle nuove misure è però la rete internazionale che permette all’Iran di continuare a esportare greggio, a partire dalla Cina. Nel 2025 Pechino avrebbe acquistato circa 1,38 milioni di barili iraniani al giorno, assorbendo oltre l’80 per cento delle esportazioni petrolifere marittime del Paese. Il commercio viene sostenuto attraverso società intermediarie, pagamenti fuori dal circuito del dollaro, trasferimenti di carico e petroliere che cambiano frequentemente proprietà e identità.Per interrompere questi flussi Washington dovrebbe aumentare la pressione su raffinerie, istituti finanziari e imprese cinesi, trasformando così le sanzioni contro l’Iran in un ulteriore terreno dello scontro economico con Pechino. La Cina ha interesse a mantenere l’accesso al petrolio iraniano a prezzi favorevoli, ma allo stesso tempo dipende dalla stabilità delle rotte energetiche del Golfo e non avrebbe vantaggi da una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz.Proprio Hormuz rappresenta la principale risposta asimmetrica di Teheran. L’Iran non dispone della capacità di affrontare alla pari le forze aeronavali statunitensi, ma può aumentare fortemente i rischi della navigazione attraverso missili costieri, mine, imbarcazioni veloci e droni. Non è necessario controllare stabilmente lo Stretto: è sufficiente mantenere un livello di minaccia tale da indurre compagnie di navigazione e assicuratori a limitare i transiti.Prima della guerra attraverso Hormuz passavano circa 21,6 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti derivati. Nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sarebbero scesi a 4,9 milioni di barili, arrivando in agosto attorno ai due milioni. In questo modo Teheran può trasferire parte del costo della pressione economica sul mercato internazionale, minacciando indirettamente anche le esportazioni degli altri produttori del Golfo.La strategia comporta tuttavia costi elevati anche per l’Iran, che dipende dallo stesso passaggio marittimo per una parte delle proprie entrate. Una crisi prolungata potrebbe inoltre accelerare la costruzione e il potenziamento di oleodotti alternativi da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, riducendo nel lungo periodo l’importanza strategica dello Stretto.Le conseguenze sono già visibili sul mercato energetico. Hormuz rappresentava oltre un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio e circa un quinto di quello di gas naturale liquefatto. La riduzione dei transiti ha aumentato prezzi, assicurazioni e costi di trasporto, mentre per il terzo trimestre del 2026 le previsioni indicano un prezzo medio del greggio europeo attorno agli 85 dollari al barile.L’efficacia delle sanzioni presenta quindi una contraddizione per Washington: ridurre ulteriormente l’offerta iraniana può contribuire all’aumento dei prezzi energetici pagati dagli stessi Paesi occidentali. Teheran potrebbe inoltre compensare parzialmente la diminuzione delle esportazioni vendendo quantità inferiori di greggio a prezzi più elevati attraverso circuiti alternativi.Nel frattempo il Pakistan tenta di favorire una soluzione diplomatica. La visita a Teheran del capo dell’esercito pakistano Asim Munir conferma il ruolo che Islamabad potrebbe svolgere grazie ai rapporti con Stati Uniti, Cina, monarchie del Golfo e Iran. Tra le ipotesi resta quella di un accordo graduale che colleghi la normalizzazione della navigazione attraverso Hormuz, la ripresa delle ispezioni nucleari e la riduzione degli attacchi a un progressivo alleggerimento delle sanzioni.La nuova offensiva economica americana può dunque aggravare considerevolmente le difficoltà dell’Iran, ma difficilmente sarà priva di conseguenze per il resto del mondo. Washington conserva una netta superiorità finanziaria e militare, mentre Teheran dispone della posizione geografica necessaria per trasferire parte del costo della propria crisi sui mercati energetici internazionali. È questo equilibrio a rendere lo Stretto di Hormuz il punto centrale della nuova fase dello scontro.