West Nile virus in Italia, la sfida 2026 passa attraverso i dati

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I numeri parlano chiaro: “Il West Nile virus è ormai da considerare endemico in Italia, dove si sta registrando un record di casi neuroinvasivi se prendiamo in esame il continente europeo. Eppure, anche se siamo nel 2026, c’è un problema di dati. Il tutto mentre il virus continua la sua espansione geografica e la maggior parte dei casi sembra acquisita localmente e non è più solo legata ai viaggi”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è l’epidemiologo Massimo Ciccozzi (Campus Bio-Medico), che insieme ai colleghi di Gabie Francesco Branda (Campus Bio-Medico), Giancarlo Ceccarelli (Sapienza) e Fabio Scarpa (Università di Sassari), dedica un’analisi alle sfide costituite da questo virus su ‘The Lancet Regional Health’.West Nile: i numeri in ItaliaMa di che dati parliamo? Quest’anno sono stati 312 i casi confermati di infezione da West Nile nell’uomo (al 19 agosto), di cui 156 in forma neuroinvasiva (1 importato dalle Maldive). Tra i casi confermati sono stati notificati 13 decessi (1 decesso in un caso importato), secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità. Lo scorso anno nello stesso periodo eravamo a 351 casi e 22 decessi.Gli uccelli e le rotte migratorie “I serbatoi, gli uccelli selvatici, hanno ormai in Italia rotte migratorie definite che vanno dal Nord-Est al basso Lazio, fino al Nord della Campania. Il problema è la scarsità e la mancata copertura geografica dei dati, che dovrebbero essere messi insieme a partire da rapporti aggregati pubblicati come fa il Centro europeo per la prevenzione delle malattie. I cittadini hanno il diritto di conoscere i rischi a cui vanno incontro. Le autorità regionali – sottolinea Ciccozzi – devono essere collegate tra loro e mandare con regolarità i dati a un centro unico di sorveglianza come l’Iss, che li elabora e li interpreta”.Cosa manca in Italia per la lotta al West Nile“L’Italia ha sì una sorveglianza nazionale sul West Nile virus, ma poi i dati sono di difficile interpretazione. Non solo si stilano piani di sorveglianza in netto ritardo rispetto alle misure di  prevenzione che andrebbero messe in atto all’inizio della primavera (disinfestazioni programmate), ma parliamo di sistemi obsoleti”, insiste l’epidemiologo. Per il team di Gabie alla fine la novità del 2026 non è il West Nile virus in sé, ma il fallimento nella comunicazione. “In un’epoca di abbondanza di informazioni, l’Italia ha scarsità di dati. La sorveglianza deve riprendere la sua funzione di bene pubblico, piuttosto che essere una scatola nera burocratica. La trasparenza deve essere una priorità strategica per la salute pubblica, altrimenti vedremo sempre di più aumentare il rischio epidemico”, conclude Ciccozzi.Questo articolo West Nile virus in Italia, la sfida 2026 passa attraverso i dati proviene da LaPresse