Il woke non è morto ma manda un odore curioso e a tenerlo sotto ghiaccio pensano le cantanti che più di cantare predicano. Naturalmente da ciascuna secondo le sue capacirà, a ciascuna secondo i suoi bisogni. C’è quella relativamente nel fiore degli anni, ancora, la cui vita è a pendolo tra il gender e il propal, pulsioni che sintetizza coi defilé da concerto, il bandierone palestinese, di Hamas che l’avvolge, a fil di culetto borgataro; e c’è quella engagée, ma soprattutto agée, che vola più basso, va in Sicilia a Messina e per bandiera ha un ponte, sventola non un vessillo ma un manifesto, un tazebao delirante e un po’ avvilente No ponte con la O bardata non si capisce se a mò di femminismo, pacifismo, palestinismo o tutte queste robe insieme.Tocca far parlare, e l’impugno dell’impegno è sempre una garanzia, specie per chi, storicisticamente, non vi ha mai rinunciato. A chiacchiere, predicando più che cantando. È un po’ spompa d’ugola, Fiorella Mannoia, ma non di cause più o meno buone, più o meno perse? Come volete, però non si arrende, lei che canta, dà sempre un po’ l’impressione, più per il campolargo che per la plebe, utilizzata in funzione elettorale: non era la stessa che si era messa in testa l’idea meravigliosa di far andare d’accordo i grillini con i postcomunisti, sempre un po’ comunisti?E se doveva pensarci una cantante di lungo corso, vuol dire che tanto bene non erano messi. Passano gli anni e siamo sempre lì, a quel woke anteguerra che fu, che resta, l’egemonismo gramsciano, mandare avanti quelli del teatro o del circo, nella speranza che qualcosa succeda. Mannoia, mannaia sulla fuga dalle responsabilità: lei non è certo come il compagno spretato De Gregori, che “si fa i fatti suoi” e si prende dell’avvinazzato da quel gran genio di Iacchetti, lucidissimo, “mi piace pensare che avesse bevuto qualche prosecco di troppo prima di rilasciare questo inno al disimpegno”, la sinistra da buffet accusa sempre l’indegno, lo sgradito, di indulgere a certe debolezze, a volte per meccanismo di proiezione.Non è il caso di Fiorella, che nel suo gorgheggiar evocativo, a volte pedante, trova sempre un valido motivo per ammaestrar le genti. A Messina, tra un Faber e un Ivano (Fossati), e che due palle, sventola lo stendardo della resistenza provvidenziale, manzoniana: questo ponte non s’ha da fare, perché l’impatto, perché l’ambiente, perché la mafia, perché Salvini, perché non lo facciamo “noi”. Fiorella viene da una lunga marcia, è di quelle che nella sua verde e rossa gioventù scandivano “la Cina è vicina”, per dire l’ineluttabilità del trionfo socialista in versione maoista, ed è curioso perché in Cina fanno ponti da mille chilometri in un solo giorno, vuoi mettere, qui guai, vade retro Giorgia, un raccordo da 3.666 metri, una fettuccia, niente, circola da 43 anni nel paradiso delle utopie e appena qualcuno ci si mette d’impegno lo falciano a raffiche di lupara burocratica: stesse qui, la mafia, tante volte…Mannoia nella sua presunzione migliorista, comunista, non si accorge di risultare italiana della specie più verace, localistica: “c’è chi dice no”, e basta dire di no, quella “voglia di sabotare di distruggere sempre tutto” come la vedeva Giorgio Bocca, dal nucleare alle riforme, dall’ammodernamento spaziale gentilmente offerto da Musk e brutalmente rifiutato dal governo, complimenti, che ha i suoi progetti europei in prospettiva secolare, fino a un ponte che, keynesianamente, serve a dar lavoro a qualche decina di migliaia di persone, anzitutto, e poi, perché no, a creare una alternativa al traffico dei traghetti, ma la mentalità mafiosa o albanese o mannoiana dice no, sempre no, sia mai che poi ci mangiano quelli, e noi a bocca asciutta.Perché, guardate, al di là dei dadzebao infantili o senili, il livello questo è: sì ma a noi che ce ne viene? Dio non voglia che questi riescono davvero a farla una grande opera e dopo che figura ci facciamo noi velleitari, che disboschiamo le città, facciamo stragi di alberi poi ci stupiamo dell’aumento della temperatura, delle polveri sottili senza più i polmoni verdi che le tamponano, e dei quali ci riempiamo la bocca?Il velleitarismo comunista si ammanta di intenzioni rivoluzionarie, ma sempre il caro vecchio immobilismo burocratico, l’inettitudine sovietica, il ritardo perenne che tiene il sud nelle mani mafiose e il nord, oggi, in quelle islamiche. Dare lavoro, sviluppo no, mai, c’è chi dice no, anche la Fiorella, questo non si può fare, non si deve fare, fosse un ponte o l’alta velocità ferroviaria, e se non la capiscono con le buone il partito comunista manda la sua canaglia stracciona, i figli dei ricchi che per l’occasione s’infilano demenziali felpe, passamontagna sotto i 35 gradi dell’estate e giocano alla guerriglia.Leggi anche: Fidel Castro, i rampolli Pd in adorazione del dittatoreStudenti a Cuba per osannare Fidel: la morte dell’università italianaScrivono le cronache: “La bandiera ‘No Ponte’ è diventata uno degli elementi più commentati dell’esibizione, alimentando un nuovo confronto sul futuro dello stretto”. Come dire che se canta Mannoia c’è poco da ascoltare, Faber o Ivano che siano, meglio sfinirsi di pippe da festicciola dell’Unità sul “futuro dello stretto” che dovrebbe passare per i diktat del partito comunista con i suoi cantanti militanti, in cosa non si è mai capito mentre in cosa impegnati si è sempre saputo benissimo, che più che cantare predicano, per lo più senza cognizione di causa. A volte bisognerebbe preoccuparsi più dei ponti che si hanno in bocca, parlo anche per me. Un’opera concreta, complessa, dai risvolti delicati, dalle problematiche sfaccettate, risolta da una pasionaria 73enne che agita un lenzuolo dal nichilismo ginnasiale o assistenziale. No, il woke non è morto, anche se manda un odore curioso.Max Del Papa, 25 agosto 2026L'articolo La Mannoia “No Ponte”, ma perché non pensa a cantare? proviene da Nicolaporro.it.