Stati Uniti e Canada: la fine silenziosa del libero scambio nordamericano

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di Diego Marenaci – Il rilancio dei dazi al 50% su automobili e acciaio canadesi non è un episodio isolato della guerra commerciale in corso, ma il sintomo di una trasformazione più ampia. La mancata proroga dell’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement) segna il passaggio da una logica di integrazione economica continentale a una di sicurezza strategica, con conseguenze che vanno oltre l’industria dell’automotive e investono la tenuta stessa del blocco nordamericano.Il 24 agosto il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, tramite un messaggio su Truth Social, che dal 1 gennaio 2027 i dazi su automobili, camion, componentistica automobilistica e acciaio provenienti dal Canada saliranno al 50%. L’annuncio arriva a due giorni dal fallimento dei negoziati tra Washington e Ottawa, che avrebbero dovuto ridurre le tariffe esistenti su auto e metalli, e a pochi giorni dall’entrata in vigore di ulteriori dazi del 50% su un pacchetto più ristretto di beni canadesi. Il premier canadese Mark Carney ha attribuito la rottura a modifiche dell’ultimo minuto imposte da Washington, definendole ingiuste ed economicamente insostenibili, e ha promesso una risposta “dollaro per dollaro” per tutelare lavoratori e imprese del Paese. Al di là della cronaca tariffaria, però, la vicenda si inserisce in un processo più ampio, quello della revisione dell’accordo di libero scambio nordamericano, che da mesi procede senza un esito definito.Una escalation costruita nel tempo.Lo scontro commerciale tra Washington e Ottawa non nasce da questo annuncio. Le prime tariffe punitive risalgono al febbraio 2025, quando l’amministrazione Trump impose dazi del 25% sulla maggior parte delle importazioni canadesi con la motivazione ufficiale del traffico di fentanyl. Da allora la spirale si è progressivamente allargata, coinvolgendo anche acciaio, alluminio e legname, con tariffe salite fino al 50% su alcuni metalli. Un momento di svolta si è registrato alla fine del 2025, quando i colloqui furono sospesi da Trump dopo che la provincia canadese dell’Ontario aveva trasmesso uno spot pubblicitario contenente un discorso dell’ex presidente Ronald Reagan sui rischi delle guerre commerciali, episodio che Washington interpretò come un’ingerenza inaccettabile nel dibattito interno statunitense. Il 20 luglio scorso, il presidente ha firmato nuove proclamazioni che impongono dazi aggiuntivi del 50% su una serie di beni di origine canadese, in vigore dal 19 agosto. Meno di due giorni dopo la loro entrata in vigore, il crollo dei negoziati bilaterali e il conseguente annuncio sull’automotive hanno segnato l’ulteriore inasprimento della disputa.Il nodo irrisolto dell’accordo nordamericano.Il contesto in cui si inserisce l’escalation è quello della revisione dell’USMCA, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada firmato nel 2020, che prevede un riesame congiunto obbligatorio dopo sei anni dall’entrata in vigore. Il 1 luglio 2026 l’Ufficio del rappresentante commerciale statunitense (USTR) ha comunicato di non voler estendere l’accordo nella sua forma attuale, citando squilibri commerciali persistenti e la necessità di rafforzare le regole di origine per impedire che aziende di Paesi terzi, in particolare cinesi, sfruttino indirettamente i vantaggi del mercato nordamericano attraverso Messico e Canada. Il Messico ha mostrato un atteggiamento più collaborativo: la presidente Claudia Sheinbaum si è detta disponibile a un’eventuale proroga dell’accordo “tra cinque mesi o tre anni”, e Città del Messico e Washington hanno ripreso i colloqui bilaterali già a fine luglio. Il Canada invece è stato criticato dal mondo delle imprese per la lentezza con cui ha avviato il proprio negoziato con gli Stati Uniti, rimasto sostanzialmente bloccato. La mancata proroga non determina l’automatica fine dell’accordo: l’USMCA resta formalmente in vigore, ma sarà sottoposto a revisioni annuali fino al 2036, termine ultimo previsto dal trattato in assenza di un’intesa, mentre ciascuno dei tre Paesi conserva la facoltà di ritirarsi anticipatamente con un preavviso di sei mesi. Si tratta, in altre parole, di uno stato di incertezza permanente piuttosto che di una rottura definitiva, ma sufficiente a scoraggiare investimenti di lungo periodo nella regione.Un’industria integrata nella morsa dei dazi.Il settore più esposto è quello automobilistico, storicamente organizzato attorno a catene di fornitura che attraversano più volte il confine tra Stati Uniti, Canada e Messico prima che un veicolo sia completato. Un dazio del 50% su questo comparto rischia di produrre effetti simmetrici sui due lati della frontiera, colpendo tanto i produttori canadesi quanto le case automobilistiche statunitensi che dipendono da componenti realizzati oltreconfine. Secondo l’analisi di Cox Automotive, l’impatto di tariffe difficilmente gestibili si farebbe sentire ben oltre gli stabilimenti canadesi, coinvolgendo oltre mezzo milione di posti di lavoro statunitensi legati alla filiera dei componenti. Non a caso, anche gruppi con forte presenza produttiva negli Stati Uniti, come Stellantis, hanno sollecitato l’amministrazione a ridurre le tariffe sui veicoli canadesi e messicani conformi alle regole di origine dell’accordo, proponendo in alternativa un’armonizzazione con altri partner commerciali come Unione Europea, Giappone e Corea del Sud. Paradossalmente, la pressione tariffaria non sembra aver arginato la concorrenza cinese nella regione: secondo dati Reuters, nel primo semestre del 2026 le vendite di automobili cinesi in Messico sono cresciute del 30% nonostante dazi già al 50%, portando la quota di mercato dei marchi cinesi dal 14 al 17%. Un dato che rafforza, agli occhi di Washington, l’urgenza di regole di origine più stringenti, ma che al tempo stesso dimostra i limiti di una strategia basata sui soli dazi.La dimensione geopolitica di uno scontro tra alleati.Ridurre la vicenda a una disputa commerciale sarebbe riduttivo. Nello stesso messaggio con cui ha annunciato i nuovi dazi, Trump ha scritto che “il Canada non sarà più trattato come uno Stato americano”, una formula che richiama le sue precedenti provocazioni sull’annessione del Paese e che sposta il registro dello scontro dal piano economico a quello identitario e politico. Non stupisce che Carney, dal canto suo, abbia scelto di rispondere evocando esplicitamente la sovranità nazionale canadese, piuttosto che limitarsi a contestare i dati sulla bilancia commerciale.Questa dimensione politica assume rilievo geopolitico se inserita nel contesto più ampio della revisione dell’USMCA, che il Center for Strategic and International Studies definisce un test decisivo per la coesione nordamericana e, di conseguenza, per la competitività globale della regione rispetto a blocchi rivali. L’accordo resta infatti il principale contrappeso regionale all’espansione dell’influenza economica cinese, proprio mentre le tensioni bilaterali rischiano di indebolire la cooperazione necessaria a contrastarla. Trent’anni di integrazione economica continentale, avviati con il NAFTA e proseguiti con l’USMCA, non si dissolvono con un annuncio sui social network. Ma lo strappo tra Washington e Ottawa segnala un cambiamento di paradigma più profondo: la sostituzione della logica del libero scambio con quella della sicurezza economica, in cui tariffe e accordi commerciali diventano strumenti di pressione politica prima ancora che di regolazione degli scambi. Un mutamento che, se confermato nei prossimi mesi di negoziato, riguarderà non solo il Canada, ma il modo stesso in cui Washington intende d’ora in avanti i propri rapporti con gli alleati più prossimi.