Palestina. Quando le parole non bastano più: 102 ex diplomatici chiedono azioni concrete contro Israele

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di C. Alessandro Mauceri – Oltre un centinaio di ex diplomatici (50 britannici e 52 francesi) hanno scritto una lettera aperta ai rispettivi premier nella quale chiedono misure concrete contro Israele. I firmatari sostengono che la politica adottata finora dall’Occidente non sia stata in grado di porre fine alla distruzione di Gaza, all’espansione degli insediamenti e a quella che i firmatari definiscono la progressiva “cancellazione” della Palestina (del resto più volte dichiarata da politici israeliani). I firmatari chiedono la sospensione degli accordi commerciali con Israele, lo stop al trasferimento di armi e alla cooperazione militare, il divieto del commercio collegato agli insediamenti e l’applicazione concreta delle norme del diritto internazionale.Una lettera che non è soltanto un appello (l’ennesimo) per la Striscia di Gaza. Mette in discussione la credibilità del processo diplomatico occidentale e, più in generale, la capacità della comunità internazionale di far rispettare regole che considera universali. Un’accusa particolarmente pesante, dato che proviene da persone che hanno trascorso buona parte della propria vita professionale al servizio dello Stato e della politica estera. Non si tratta di giornalisti, di osservatori esterni o di membri di una qualche organizzazione umanitaria: sono uomini e donne che conoscono bene il funzionamento della diplomazia e gli strumenti di pressione di cui dispongono i governi.È questo il punto centrale del loro intervento: che senso hanno le dichiarazioni, le condanne, gli appelli e le risoluzioni se poi non si esercita alcuna pressione su chi continua a ignorarli?Nel dibattito internazionale il termine «genocidio» rimane oggetto di un confronto giuridico e politico. Diverse organizzazioni e fonti internazionali hanno utilizzato questa definizione per descrivere la guerra israeliana a Gaza; anche la stampa internazionale parla ormai apertamente di una “genocidal war”. Gli stessi funzionari delle Nazioni Unite hanno usato questo termine, suscitando non poche polemiche. Ma la questione non è soltanto terminologica. La distruzione sistematica delle condizioni di vita di una popolazione, l’enorme numero di vittime civili, la distruzione delle infrastrutture e le condizioni umanitarie imposte a Gaza devono essere considerate in base a quanto prevede il diritto internazionale. In questo caso, una domanda diventa inevitabile: quale dovrebbe essere la reazione degli Stati che si dichiarano difensori dell’ordine internazionale basato sulle regole di fronte a simili violazioni?È questa la contraddizione sottolineata nella lettera dei diplomatici. Per anni governi europei e occidentali hanno ripetuto che Israele ha diritto alla propria sicurezza, ma contemporaneamente hanno affermato che la protezione dei civili, il diritto internazionale umanitario e la soluzione dei due Stati devono essere rispettati. Da molti mesi queste due affermazioni appaiono contraddittorie e finora la seconda non ha prodotto alcuna conseguenza concreta.Ora gli ex diplomatici chiedono di cambiare strategia. Di non accettare più tregue che non valgono niente e che non fermano la guerra. Anche gli Stati Uniti d’America hanno ripetutamente chiesto a Israele di rispettare le tregue e gli accordi destinati a fermare le ostilità. Ma la risposta è stata negativa e le violenze sono continuate. Un esempio per tutti: il 23 agosto 2026 Reuters ha riferito di nuovi attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, con almeno due morti, tra cui un bambino di quattro anni. L’ennesima prova, se mai ce ne fosse bisogno, che il cessate il fuoco in vigore da ottobre 2025 non serve a nulla: da allora sono stati uccisi oltre 1.280 palestinesi e quattro soldati israeliani. Situazione analoga in Libano: anche dopo il cessate il fuoco e le successive iniziative diplomatiche sostenute dagli Stati Uniti d’America, l’ONU ha registrato un’escalation dell’attività militare. Anzi, qui la situazione è resa ancora più grave dagli attacchi a UNIFIL. Dall’inizio di agosto, UNIFIL ha rilevato diversi attacchi delle forze israeliane. Ma se non serve a fermare questi attacchi, a cosa serve la forza internazionale composta da molti Stati occidentali? Gli attacchi diretti contro UNIFIL non hanno prodotto nessuna reazione forte da parte degli Stati i cui militari erano stati attaccati. Di fronte a una simile situazione, è difficile pensare che la proclamazione di una tregua equivalga alla fine delle ostilità.L’estensione del conflitto è un altro punto cruciale. La guerra, la distruzione, la devastazione per mano di Israele non riguardano soltanto Gaza. L’intera regione è sotto attacco da parte delle forze armate israeliane: Striscia di Gaza, Cisgiordania, Libano e Iran rappresentano oggi, seppure con modalità e contesti giuridici differenti, quattro realtà territoriali ugualmente coinvolte nelle operazioni militari e nella volontà di Israele di espandere il conflitto. In questo scenario, parlare di risposta all’attacco terroristico del 23 ottobre 2023 appare ridicolo.In questo scenario preoccupante, la lettera degli ex diplomatici assume un significato che va ben oltre Londra e Parigi. La responsabilità politica di questa inerzia non può essere attribuita soltanto a due governi. Gli Stati Uniti d’America rimangono il principale sostenitore di Israele sul piano internazionale (basti pensare ai veti imposti alle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, alla fornitura di armi e all’accoglienza riservata al premier israeliano negli USA). Ma è innegabile che anche i Paesi europei, singolarmente e nel loro insieme, non abbiano mai esercitato una reale pressione economica, diplomatica e politica tale da porre fine al conflitto. I governi europei non possono considerarsi estranei alle conseguenze delle proprie scelte. Alcuni, non tutti, hanno condannato mediaticamente l’azione di Israele, ma non hanno fatto molto di più. A cosa vale quella dichiarazione mediatica (peraltro blanda) se non è accompagnata da azioni concrete? È una domanda che riguarda l’intero Occidente.La lettera dei 102 diplomatici è, sotto questo profilo, un atto d’accusa rivolto non solo ai due governi cui è indirizzata, ma implicitamente a tutti i governi occidentali: se esistono strumenti economici, commerciali e diplomatici per esercitare pressione, perché non sono stati utilizzati?Governi che hanno ignorato anche gli appelli e le richieste delle Nazioni Unite, seppure numerosi, ufficiali e ripetuti. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite e le diverse strutture dell’ONU hanno continuato a chiedere la de-escalation del conflitto, il rispetto del diritto internazionale e il cessate il fuoco. Il 20 agosto scorso il Segretario Generale ha ribadito per l’ennesima volta la necessità di un’immediata e incondizionata cessazione delle ostilità. Ma ancora una volta è emersa l’incapacità delle Nazioni Unite di tradurre i propri appelli in un’azione realmente efficace sul terreno. È uno dei paradossi più drammatici della crisi che stiamo vivendo (tutti, basti pensare agli effetti che ha avuto la decisione di Israele e degli USA di attaccare l’Iran): la comunità internazionale continua a produrre dichiarazioni, risoluzioni, richieste e richiami, ma la realtà continua a peggiorare. E quando gli appelli dell’ONU vengono ripetuti senza che la realtà cambi, il rischio è che l’istituzione perda autorevolezza.Un problema che non riguarda solo la situazione in Medio Oriente: le relazioni internazionali dovrebbero essere governate dal diritto e non dai rapporti di forza.La lettera dei 102 ex diplomatici merita di essere letta con grande attenzione.Vi si parla della politica israeliana nei territori palestinesi e di ciò che non hanno fatto Francia e Regno Unito. Ma le ricadute geopolitiche sono molto più ampie: riguardano scelte di politica internazionale da anni oggetto di critiche e polemiche, il cui unico effetto concreto è stato l’inasprirsi di conflitti che fanno comodo solo ai signori della guerra e ai produttori di armi. E non di rado la doppia misura con cui l’Occidente guarda alle guerre in atto rischia di minare le basi del diritto internazionale.I firmatari della lettera hanno chiesto esplicitamente che coloro che sono responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità siano chiamati a risponderne. Solo così, sostengono, i governi occidentali possono respingere l’accusa di doppi standard.A essere sotto attacco sono i principi fondamentali del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario. Principi che dovrebbero essere riconosciuti e tutelati universalmente. E non si dovrebbe fingere di vedere le violazioni quando sono commesse da un avversario geopolitico e non vederle quando a commetterle è un (presunto) alleato.La questione posta dai 102 diplomatici è molto semplice e molto più ampia della guerra di Gaza. L’Occidente crede ancora davvero nelle regole che dice di voler difendere?La guerra e la barbarie che da decenni caratterizzano il Medio Oriente (molto prima dell’ottobre 2023) sono oggi il banco di prova di una contraddizione che non riguarda soltanto Israele. E nemmeno Londra. O Parigi. Riguardano Washington, Bruxelles, Roma e tutte le capitali che continuano a parlare di diritto internazionale mentre, davanti alla sistematica violazione dei diritti umani, non trovano il coraggio di farli rispettare.I 102 ex diplomatici hanno scelto di dirlo pubblicamente. Il loro messaggio è inequivocabile: non basta più dichiararsi preoccupati. È arrivato il momento di decidere se alle parole debbano seguire i fatti. O se dovremo continuare a vedere decine di migliaia di bambini uccisi dopo essere stati accusati di essere dei terroristi in fasce.