Il caso Sigfrido Ranucci continua ad allargarsi. E mentre l’inchiesta sull’attentato davanti alla casa del conduttore di Report sembra aver imboccato una strada sempre più precisa, intorno alla vicenda si apre un secondo fronte, questa volta politico, che riguarda le ricostruzioni proposte dalla trasmissione Rai nei mesi successivi all’esplosione. Tra intercettazioni, nuove richieste di interrogatorio e un’interrogazione parlamentare di Fratelli d’Italia, il quadro si fa insomma parecchio più complicato.Partiamo dall’indagine. Secondo quanto ricostruito da Repubblica, agli atti sarebbe finita una frase intercettata dai carabinieri durante la perquisizione dell’abitazione di Pellegrino D’Avino, uno degli uomini accusati di aver materialmente piazzato l’ordigno: “Avvisa Gomes che avvisa quell’altro”. Per gli investigatori potrebbe essere un elemento utile a ricostruire il rapporto tra il gruppo operativo, Gomes Clesio Tavares – ancora latitante – e Valter Lavitola, indicato dalla Procura di Roma come il regista dell’operazione. In un’altra intercettazione compare inoltre il soprannome “il Dottore”, che secondo gli atti sarebbe stato utilizzato per riferirsi proprio a Lavitola.Ma il passaggio forse più interessante riguarda gli esecutori materiali. Il Messaggero riferisce che Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis, dopo essersi inizialmente avvalsi della facoltà di non rispondere, avrebbero chiesto di essere interrogati dal pubblico ministero. Dal carcere, sempre secondo le intercettazioni riportate dal quotidiano, seguivano con particolare attenzione le mosse di Lavitola: “Io voglio sapere che dice lui! “. E quando aveva iniziato a circolare l’ipotesi di una possibile messinscena organizzata per favorire Ranucci, avrebbero addirittura esultato, attribuendo la ricostruzione alla “astuzia di Lavitola“. In un altro passaggio compare la frase: “Si sono venduti tra di loro, noi siamo stati uomini! “.Lavitola, nel frattempo, avrebbe parzialmente cambiato versione. Secondo il Messaggero, l’imprenditore avrebbe sostenuto di aver chiesto a Tavares soltanto un’azione dimostrativa: alcuni colpi di pistola contro il muro dell’abitazione del giornalista. La banda avrebbe invece deciso autonomamente di utilizzare una bomba realizzata con gelatina da cava. Un punto tutt’altro che secondario, visto che Lavitola si prepara al passaggio davanti al tribunale del Riesame e punta agli arresti domiciliari. Repubblica ricorda però un dettaglio destinato a pesare nella valutazione del pericolo di fuga: al momento dell’arresto sarebbe stato trovato con una valigia pronta.L’arresto del 10 agosto ha comunque cambiato profondamente il quadro investigativo. Fino a quel momento, riferisce il Corriere, gli investigatori disponevano soprattutto delle intercettazioni, dei dati delle celle telefoniche e degli accertamenti sull’esplosivo. Nell’interrogatorio di garanzia del 12 agosto è arrivata invece l’ammissione di Lavitola: “È opera mia, volevo proteggerlo“. Da lì la ricostruzione degli inquirenti ha preso una direzione più definita: Lavitola come presunto regista, Tavares come intermediario e il gruppo avellinese come braccio operativo.Resta però la domanda più importante: perché? Lavitola insiste sulla tesi dell’azione pensata per “proteggere” l’amico. Gli investigatori, invece, stanno valutando anche un’altra ipotesi: che l’attentato potesse servire a rilanciare la popolarità di Ranucci in vista di una possibile candidatura politica sulla quale Lavitola avrebbe lavorato. È, naturalmente, una pista investigativa da verificare e non un fatto accertato. Anche per questo gli inquirenti intenderebbero tornare ad ascoltare il giornalista, che nelle ore successive alla perquisizione avrebbe raccontato di aver parlato per circa due ore al telefono con Lavitola. Ed è qui che dalla cronaca giudiziaria si passa inevitabilmente alla politica.Il Giornale ha infatti riportato una nuova intercettazione risalente a 39 giorni prima dell’attentato, nella quale Ranucci avrebbe fornito a Lavitola indicazioni sulla propria abitazione: “Davanti alla villa trovi due auto“. Sulla vicenda Fratelli d’Italia ha presentato un’interrogazione parlamentare, firmata da Federico Mollicone, Francesco Filini e Galeazzo Bignami, indirizzata al presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio.I parlamentari meloniani ricostruiscono anche un altro pezzo della storia. Ricordano l’audizione di Ranucci davanti alla Commissione parlamentare Antimafia del 4 novembre 2025, quando il conduttore aveva chiesto di secretare parte della propria risposta sul presunto coinvolgimento del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari in un pedinamento ai suoi danni. Tre giorni dopo la Procura di Roma aveva chiesto di acquisire il verbale integrale, compresa la parte secretata.FdI torna poi sulla puntata di Report del 19 aprile 2026, nella quale l’attentato sarebbe stato accostato al deputato di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano sulla base, secondo la ricostruzione riportata nell’interrogazione, di una lettera anonima che non avrebbe poi trovato riscontri. Cangiano ha presentato querela per diffamazione aggravata e calunnia, mentre gli sviluppi successivi dell’indagine hanno portato all’arresto degli esecutori materiali e di Lavitola. Leggi anche:Le 12 domande che Report non farà mai a Ranucci “Ammetta l’errore”. Rigoli inchioda Ranucci davanti al pubblico ad AsiagoIl punto politico sollevato dal centrodestra è chiaro: quelle ricostruzioni giornalistiche potrebbero aver orientato il dibattito pubblico verso piste rivelatesi poi infondate? È la domanda contenuta nell’interrogazione. I deputati citano anche gli approfondimenti del Tempo su alcune inchieste di Report e le verifiche interne che sarebbero state avviate dalla Rai. Chiedono quindi al governo di valutare se le puntate in questione abbiano “oggettivamente concorso a orientare l’opinione pubblica e, potenzialmente, il corso delle indagini verso una pista investigativa rivelatasi infondata“.Non basta. Mollicone, Filini e Bignami ipotizzano che alcune condotte di Ranucci possano configurare una violazione delle norme deontologiche e chiedono se non sia opportuno promuovere una segnalazione all’Ordine dei giornalisti. È, bene precisarlo, una richiesta politica contenuta in un atto parlamentare: non una valutazione disciplinare già accertata.La fotografia, dunque, è questa. Sul piano giudiziario l’inchiesta sembra essersi rafforzata dopo le ammissioni di Lavitola, ma restano ancora da chiarire il movente, la reale catena di comando e il livello di conoscenza dei vari protagonisti. Sul piano politico, invece, la domanda si sposta sul racconto che dell’attentato è stato fatto nei mesi precedenti e sulle piste indicate da Report.E qui sta forse il vero paradosso della storia: un attentato nato come uno dei casi simbolo delle presunte pressioni contro il giornalismo d’inchiesta oggi costringe tutti a rimettere mano alla cronologia, alle intercettazioni e alle ricostruzioni circolate fin dall’inizio. Senza sentenze anticipate e senza processi televisivi al contrario. Ma con una certezza: sul caso Ranucci ogni nuova carta sembra aprire più domande di quante ne chiuda.Massimo Balsamo, 22 agosto 2026L'articolo “Avvisa Gomes che avvisa quell’altro”. Le nuove ombre nel caso Ranucci proviene da Nicolaporro.it.