C’è una frase intercettata dai carabinieri nelle prime ore del 30 giugno scorso che potrebbe ulteriormente aggravare la posizione di Valter Lavitola, in carcere perché accusato di essere il mandante della bomba esplosa fuori dalla casa di Sigfrido Ranucci. Proprio il gruppo che materialmente ha piazzato l’ordigno, sospettano gli inquirenti secondo la ricostruzione di Repubblica, sapevano che dietro agli ordini di Gomes Clesio Tavares, ancora latitante, c’era proprio Lativola, l’«amico fraterno» di Ranucci e appunto considerato dalla procura di Roma il vero registra dell’attentato. I tre sospetti sul legame tra i bombaroli e LavitolaLa frase è stata captata proprio mentre i militari perquisivano ad Avellino l’abitazione di Pellegrino D’Avino, uno dei quattro accusati di aver messo la bomba. Ed è riportata negli atti: «Avvisa Gomes che avvisa quell’altro». Un indizio che si lega a un’altra intercettazione, del 2 luglio, quando la moglie di D’Avino, Marika De Filippis, anche lei indagata, si lascia sfuggire il soprannome usato per Lavitola, «il Dottore», lo stesso con cui lo chiama pure Tavares. C’è poi un terzo elemento agli atti: dal carcere, D’Avino, furioso per il comportamento tenuto da Tavares e da un terzo soggetto: «Te la insegno io la legge a e a quest’uomo di merda, tanto a questo c’è scritto nome e cognome, è uscito». una circostanza che l’indagato dovrà chiarire nel prossimo interrogatorio.Come hanno reagito i quattro arrestati agli interrogatori di LavitolaIl gruppo dei bombaroli avellinesi sarebbe ormai deciso a parlare, scrive il Messaggero. Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis, che finora si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, hanno chiesto tramite l’avvocato Generoso Pagliarulo di essere sentiti dal pm. Il Messaggero racconta che, dal carcere, i quattro avellinesi seguivano i servizi ai telegiornali e «mostravano una forte apprensione e curiosità in merito agli sviluppi giudiziari, desiderosi di apprendere la linea difensiva di Lavitola: “Io voglio sapere che dice lui!”»Quando circolava l’ipotesi che l’attentato fosse in realtà una messinscena organizzata per proteggere Ranucci, i detenuti avrebbero addirittura festeggiato, convinti che si trattasse dell’ennesima mossa frutto della «astuzia di Lavitola». Nella stessa intercettazione emerge anche la convinzione che eventuali passi avanti dell’inchiesta non dipendessero da una loro debolezza, ma da tradimenti interni alla cerchia dei mandanti: «Si sono venduti tra di loro, noi siamo stati uomini!», dicevano, auspicando nuovi sviluppi.Cosa ha detto Lavitola sull’ordigno piazzato sotto casa di RanucciDurante l’interrogatorio, però, Lavitola ha ribaltato la sua stessa ricostruzione iniziale. Secondo quanto scrive Michela Allegri sul Messaggero, l’imprenditore ha sostenuto di aver commissionato a Tavares un’azione dimostrativa ben più contenuta, cioè qualche colpo di pistola contro il muro dell’abitazione di Ranucci. La banda, invece, avrebbe agito di testa propria, piazzando una bomba fatta con gelatina da cava, ben più pericolosa di quanto concordato. Un’incongruenza che gli inquirenti dovranno verificare in vista dell’udienza davanti al tribunale del Riesame, fissata in settimana, dove Lavitola, assistito dagli avvocati Sergio e Arturo Cola, punta a far cadere il pericolo di fuga e a ottenere gli arresti domiciliari. Lavitola però dovrà spiegare, ricorda Repubblica, che quando è stato arrestato lo avevano trovato con la valigia in mano.A che punto sono le indagini sull’attentato a RanucciFino ai primi di agosto l’antimafia romana poteva contare solo su intercettazioni e sulle celle telefoniche dei quattro esecutori, agganciate più volte nei pressi dell’abitazione di Ranucci, oltre alle analisi del Reparto investigazioni scientifiche sul tipo di esplosivo, riconducibile ad ambienti criminali. Elementi solidi ma, scrive Ilaria Sacchettoni sul Corriere della Sera, non ancora sufficienti per reggere un processo. Il 10 agosto l’arresto di Lavitola cambia lo scenario e il pm Edoardo De Santis incassa le prime conferme dirette: nell’interrogatorio di garanzia del 12 agosto arriva infatti l’ammissione sulla regia dell’attentato, «È opera mia, volevo proteggerlo». Le piste alternative seguite in precedenza dal pm Carlo Villani vengono definitivamente archiviate, mentre si consolida il quadro che vede Lavitola alla testa dell’operazione, con Tavares nel ruolo di intermediario e i quattro avellinesi come manovalanza.Cosa resta da chiarire sul movente dell’attentatoLe ammissioni parziali del faccendiere impongono ora di riascoltare la vittima. Ranucci, sentito già la notte della perquisizione, avrebbe raccontato di essere rimasto al telefono con Lavitola per due ore, mentre l’amico si professava innocente e si descriveva vittima di un giornalista definito più potente e più vicino ai giudici di lui. Resta però da sciogliere il nodo del vero movente: mentre Lavitola insiste sulla necessità di proteggere l’amico, i carabinieri del Nucleo investigativo sospettano che l’obiettivo fosse invece rilanciarne la popolarità in vista di una candidatura a leader del centrosinistra a cui lo stesso Lavitola lavorava. A complicare il quadro contribuiscono anche i continui messaggi scambiati tra Lavitola e Tavares e l’ultima lettera che il faccendiere ha inviato alla compagna brasiliana, nella quale ammette di non sentirsi del tutto lucido e si dice pronto a lavorare in carcere, ipotesi però preclusa a chi è sottoposto soltanto a misure cautelari.L'articolo Le frasi di chi ha messo la bomba a Ranucci e i nuovi sospetti su Lavitola: i tre indizi sul «Dottore» e la festa in cella dopo l’interrogatorio proviene da Open.