La verità sui “dublinanti”, promemoria per smemorati

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I numeri sono notoriamente gli unici a non tergiversare. Nel 2025, secondo Eurostat, l’Europa ha chiesto all’Italia di riprendersi 24.152 persone. L’Italia, nello stesso anno, ha chiesto agli altri Stati europei di prendersene carico in misura di 5.279. Quasi cinque a uno. E c’è un dettaglio icastico: di quelle 24.152 richieste, nel 2025 ne sono state effettivamente eseguite verso l’Italia appena 85. Il resto non si è tradotto in trasferimenti. Un blocco che dura, salvo eccezioni, dalla fine del 2022. Ma la carta, prima o poi, presenta il conto. Come siamo diventati il ricettacolo degli indesiderabili d’Europa? La memoria corta è un’arte nazionale. Rinfreschiamola.La genesi: Renzi e gli hotspotTra il 2014 e il 2016 il governo Renzi accettò l’architettura che ci saremmo portati dietro per due legislature europee. Con Triton, l’operazione Frontex che nel novembre 2014 rimpiazzò Mare Nostrum, si consolidò una prassi operativa per cui le persone soccorse nel Mediterraneo centrale venivano sbarcate nei porti italiani. Non significa, giuridicamente, che la bandiera della nave determinasse automaticamente la responsabilità prevista da Dublino. Ma significava che l’Italia diventava sistematicamente il luogo di sbarco, identificazione e registrazione.Poi arrivò l’approccio hotspot del 2015: fotosegnalamento sistematico, registrazione e rilevamento delle impronte. E qui il paradosso: quelle impronte non rendevano automaticamente l’Italia il Paese competente, ma documentavano l’ingresso e fornivano agli altri Stati europei una traccia utilizzabile per applicare i criteri di Dublino. Una firma digitale su ogni futuro dublinante. C’è un particolare che oggi suona come una beffa. Prima di quella svolta l’Italia praticava il fotosegnalamento in maniera assai meno sistematica, e non sempre riusciva a identificare chi arrivava. Molte persone proseguivano quindi verso altri Paesi europei senza lasciare una traccia Eurodac utilizzabile per ricostruire il loro ingresso. Con l’hotspot approach quella situazione cambiò radicalmente: identificazione e impronte divennero parte strutturale della gestione degli arrivi.Perché accettammo di procedere alla schedatura sistematica? La tesi la formularono due voci non certo ostili a Renzi. Emma Bonino, da un’area contigua: “Renzi ha barattato i soccorsi in cambio della flessibilità sui conti”. E rincarò: “Nel 2014-2016 si decise che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia. Lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino”. Le fece eco Valeria Fedeli, ministra del Pd: “Giustamente abbiamo negoziato la flessibilità, ma perché facevamo un’operazione sugli immigrati”. Renzi ha sempre negato che vi fosse un baratto diretto, e non esiste un documento che dimostri un accordo formale “migranti in cambio di flessibilità”.È però documentato che Bruxelles riconobbe all’Italia margini di bilancio aggiuntivi anche in relazione ai costi eccezionali provocati dall’afflusso di rifugiati. Una cosa è documentata; l’altra resta una ricostruzione politica. Le coincidenze, comunque, restano.La grande promessa mancataIn cambio della schedatura, l’Europa promise di alleggerirci attraverso un programma straordinario di ricollocazione. All’Italia erano stati assegnati 34.953 posti. Alla fine del programma, però, dall’Italia furono effettivamente ricollocate 12.706 persone: poco più di un terzo. Gli altri posti rimasero inutilizzati. La solidarietà europea, quella cogente, si fermò lì. Ed è il vuoto pneumatico su cui, per un intero decennio, l’attuale opposizione ha taciuto con ammirevole disciplina.Il boomerang immaginarioArriviamo a oggi. I trasferimenti ripartono, e non per un capriccio di Palazzo Chigi. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è entrato in applicazione il 12 giugno 2026; il regolamento che sostituisce formalmente Dublino III, l’AMMR, si applica da quella stessa data. La responsabilità dello Stato di primo ingresso per l’ingresso irregolare viene inoltre estesa, in determinate condizioni, da dodici a venti mesi.E ripartono anche perché il 5 marzo la Corte di giustizia dell’Unione, nel caso C-458/24, nato da un rinvio di un tribunale tedesco, ha stabilito che uno Stato membro non può sottrarsi unilateralmente agli obblighi derivanti dal sistema Dublino. Il rifiuto dello Stato responsabile non trasferisce automaticamente la responsabilità sull’altro Stato, ma può produrre conseguenze precise, fino a imporre allo Stato richiedente di esaminare la domanda in determinate circostanze. Era esattamente il terreno sul quale l’Italia si era mossa dalla fine del 2022, quando aveva comunicato agli altri Stati di non essere temporaneamente in grado di accettare, salvo eccezioni, i trasferimenti Dublino.Eppure Matteo Renzi, oggi, grida all'”autogol clamoroso” e accusa Meloni di aver “rotto la solidarietà europea” sospendendo Schengen con la Spagna dopo Ceuta. Splendido: l’uomo che contribuì a costruire il sistema di identificazione che oggi consente di documentare la responsabilità italiana rimprovera chi si trova a raccoglierne i cocci. Schlein parla di “boomerang”, Conte sentenzia che “i rimpatri funzionano, ma contro di noi”. Tutti impegnati a saldare due eventi privi di nesso giuridico: la sospensione temporanea dei controlli Schengen con la Spagna, gesto politico legato alla crisi di Ceuta, e i trasferimenti dei dublinanti, che discendono dalle regole europee sulla responsabilità delle domande d’asilo e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. È un’abduzione senza premesse: si abbraccia la spiegazione più comoda, non quella vera.Il punto dirimente è un altro, e lo si sussurra appena. Per dieci anni il tema dei ricollocamenti mancati è rimasto quasi completamente fuori dal dibattito politico italiano. Eppure all’Italia erano stati assegnati 34.953 posti e ne furono utilizzati appena 12.706. Ora, mentre l’Europa torna a chiedere all’Italia di riprendersi le persone che considera di sua competenza, la politica riscopre il problema. Ma i due fenomeni non sono la stessa cosa: i ricollocamenti del 2015-2017 erano un meccanismo straordinario di solidarietà; i trasferimenti Dublino sono invece l’applicazione delle regole europee sulla responsabilità dell’esame delle domande d’asilo.Il paradosso è che oggi l’Italia si trova contemporaneamente a essere il Paese che nel 2025 ha ricevuto più richieste Dublino di qualunque altro Stato europeo — 24.152 — e quello che ne ha effettivamente ricevute attraverso un trasferimento appena 85. La festa della memoria selettiva è servita.Giulio Galetti, 23 agosto 2026L'articolo La verità sui “dublinanti”, promemoria per smemorati proviene da Nicolaporro.it.