Un think tank con sede dichiarata in Israele, una platea di esperti di fama internazionale, studi sui rapporti di forza tra Stati e perfino un proprio indice per misurarne la “sovranità”. Dietro quella facciata, secondo OpenAI, c’era però qualcosa di molto diverso: un’operazione d’influenza partita con ogni probabilità dalla Russia, costruita attraverso contenuti accademici copiati o attribuiti agli autori sbagliati e sostenuta sui social anche attraverso l’impiego dell’intelligenza artificiale.È quanto emerge dall’indagine pubblica di OpenAI, che ha portato alla chiusura di un gruppo di account ChatGpt utilizzati per promuovere l’International Burke Institute (IBI), una sedicente “expert community” il cui sito indicava una sede in Israele. L’azienda precisa un punto importante: l’attività individuata proviene “molto probabilmente” dalla Russia, ma il rapporto non attribuisce l’operazione direttamente al governo russo o ai suoi servizi di intelligence.Il think tank che non era quello che sembravaL’indagine è partita dai contenuti generati attraverso ChatGpt e pubblicati successivamente su Substack, Telegram, X, Facebook e LinkedIn. Gli operatori impartivano le istruzioni prevalentemente in russo, chiedendo però di produrre soprattutto testi in inglese e, in alcuni casi, di eliminare indizi linguistici che potessero tradirne l’origine. Dal momento che i servizi di OpenAI non sono disponibili in Russia, gli account utilizzavano Vpn per accedere alla piattaforma.Seguendo quei contenuti, gli investigatori sono arrivati al sito dell’International Burke Institute, registrato nel febbraio 2025. La costruzione era più sofisticata della consueta rete di profili falsi: un’identità istituzionale, studi, analisi, esperti e un proprio indice con cui classificare la sovranità dei Paesi.Il problema è che buona parte di quell’autorevolezza era artificiale. OpenAI ha esaminato un campione di 36 articoli pubblicati sul sito tra settembre 2025 e maggio 2026 e collegati agli esperti presentati dall’IBI. Trentaquattro risultavano copiati da materiale già presente online. In alcuni casi erano stati attribuiti a persone diverse dagli autori originali.Un articolo sul China-Pakistan Economic Corridor, per esempio, risultava ripreso da una pubblicazione della Cambridge University Press e accreditato a una docente dell’Università di Nottingham che non ne era l’autrice. Un altro testo sulla governance delle migrazioni era stato copiato dal Migration Policy Institute e collegato, sul sito dell’IBI, al profilo di una docente australiana di chimica degli alimenti. Secondo OpenAI, il metodo serviva verosimilmente a conferire credibilità al sito utilizzando contenuti autentici, cancellandone però la provenienza effettiva.La sovranità come chiave narrativaAl centro dell’operazione c’era il cosiddetto Burke Index, presentato come uno strumento per misurare la sovranità politica, economica, tecnologica, informativa, culturale e militare degli Stati.È qui che il progetto assume una dimensione più propriamente politica. OpenAI osserva che i rapporti pubblicati dal sito tendevano a rappresentare favorevolmente la Russia e, al contrario, a descrivere gli Stati Uniti, l’Unione europea, la Francia e la Germania attraverso la lente della dipendenza, della perdita di autonomia o della subordinazione a poteri esterni. I contenuti generati con ChatGPT servivano soprattutto a portare il pubblico verso questi materiali e a farli circolare sulle diverse piattaforme.Uno dei canali Telegram individuati, “Lahme Ente”, pubblicava in tedesco messaggi critici verso l’Ucraina, l’Unione europea e il governo di Berlino, accompagnandoli con posizioni favorevoli a un miglioramento delle relazioni con Mosca. Altri canali erano invece rivolti agli Stati Uniti, alla Francia, alla Polonia e alla Turchia.La tecnica, dunque, non consisteva semplicemente nel produrre grandi quantità di propaganda con un modello linguistico. L’IA veniva utilizzata come uno degli strumenti di un’infrastruttura più ampia: scrivere commenti, adattare messaggi, creare identità grafiche e sostenere la diffusione di contenuti provenienti da una fonte costruita per apparire indipendente e autorevole.Nel mirino anche l’ItaliaTra i materiali pubblicati dall’IBI compare anche uno studio dedicato espressamente all’Italia, messa a confronto con la Slovacchia. Il titolo è già indicativo della cornice scelta: “Slovakia vs Italy: The paradoxes of the Sovereignty of the Hostage-Countries of the ‘Big’ Union”.Nel documento l’Italia viene descritta come un Paese formalmente sovrano ma sostanzialmente vincolato dall’appartenenza all’Unione europea, dalla moneta unica e dalla Nato. Il governo di Giorgia Meloni viene inserito nella stessa lettura: la retorica sovranista sarebbe incompatibile, secondo il testo, con i condizionamenti economici e strategici derivanti dall’integrazione europea e atlantica.Non si tratta, naturalmente, di assumere quelle valutazioni come dati di fatto. È piuttosto il loro impiego a essere significativo: temi già presenti e legittimamente discussi nel dibattito politico europeo vengono ricomposti dentro una cornice che insiste sistematicamente sulla perdita di autonomia degli Stati occidentali e sulla fragilità delle loro alleanze.È una dinamica già nota nelle operazioni d’influenza. Il materiale più efficace non deve necessariamente inventare da zero un argomento. Può partire da questioni reali – il debito pubblico, le regole europee, la difesa comune, i rapporti con Washington – selezionandole e ordinandole in modo da sostenere una precisa rappresentazione geopolitica.Un impatto limitato, un metodo da osservareOpenAI non sovrastima la portata dell’operazione. I post individuati sui social hanno ottenuto generalmente poche visualizzazioni e gli account ufficiali dell’IBI disponevano di un numero ridotto di follower. Più consistenti erano alcuni canali Telegram, che secondo l’azienda oscillavano generalmente tra i 10 mila e i 20 mila iscritti.Applicando la Breakout Scale elaborata per misurare l’impatto delle operazioni d’influenza, OpenAI colloca la campagna nella parte più bassa della categoria 3: presenza su più piattaforme e qualche segnale di raggiungimento di pubblici autentici, ma senza un impatto particolarmente ampio.È forse il dato più interessante del rapporto. La rilevanza del caso non sta tanto nei numeri raggiunti quanto nell’architettura messa in piedi. Non una semplice fabbrica di post, ma la costruzione di una fonte apparentemente rispettabile: un istituto, presunti esperti, pubblicazioni accademiche e un indicatore proprietario in grado di dare una veste quasi scientifica a determinate tesi.L’intelligenza artificiale, in questo schema, rende le vecchie tecniche dell’influenza meno costose e più facilmente replicabili. Permette di produrre rapidamente testi in lingue diverse, adattare i messaggi alle piattaforme e tenere in funzione una costellazione di profili. Ma il cuore dell’operazione resta quello tradizionale: fabbricare credibilità attorno a una fonte e nascondere l’identità di chi la alimenta.