Pensioni, un fondo individuale per i neonati non è la soluzione

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Il governo torna a ragionare su uno strumento che negli ultimi mesi era circolato più come suggestione che come proposta concreta: un fondo previdenziale alla nascita, aperto per ogni bambino che viene al mondo, con un primo versamento pubblico e poi alimentato nel tempo da genitori, familiari e infine dal beneficiario stesso una volta entrato nel mondo del lavoro. A confermare che il dossier è sul tavolo è la ministra del Lavoro Marina Calderone, che in un’intervista la definisce «una proposta utile e opportuna, sulla quale stiamo lavorando», aggiungendo che sui presidenti di Inps, Covip e Ania converge un consenso di fondo. L’obiettivo dichiarato è costruire, accanto al primo pilastro a ripartizione oggi sotto pressione demografica, un secondo canale a capitalizzazione individuale capace di maturare, nei 65-67 anni che separano la nascita dalla pensione, un capitale non trascurabile per chi oggi è ancora in culla.Non è la prima mossa in questa direzione: la ministra ricorda che dal primo luglio di quest’anno è scattata l’adesione automatica ai fondi pensione per i nuovi assunti e che il tetto alla deducibilità dei contributi è salito fino a 5.300 euro l’anno. Sul nuovo strumento, dice, «ora valutiamo la fattibilità», ipotizzando che il successo dell’iniziativa passi anche da incentivi fiscali aggiuntivi sui versamenti effettuati in quello che lei stessa chiama «questa sorta di salvadanaio».Quanto costerebbe allo StatoPrima di discutere di ideologia previdenziale, però, bisogna fare i conti con l’aritmetica. Nel 2025 in Italia sono nati, secondo i dati Istat più recenti, 355mila bambini, in calo del 3,9% rispetto all’anno precedente e su un trend di flessione che dura ormai da diciotto anni consecutivi. È su questa platea, destinata peraltro a restringersi ulteriormente negli anni a venire, che si dovrebbe innestare il versamento pubblico iniziale. Calderone stessa cita il precedente tedesco, dove «il governo ha appena varato un fondo del genere, prevedendo un versamento di 10 euro al mese»: se l’Italia replicasse quello schema, il conto per lo Stato si aggirerebbe attorno ai 120 euro l’anno per neonato, quindi poco più di 42 milioni di euro l’anno per l’intera coorte di nuovi nati (una stima di questa testata, basata sui dati Istat, non una cifra indicata dalla ministra). Un impegno finanziario tutto sommato contenuto, molto lontano dall’ipotesi – mai formalmente proposta ma spesso evocata nel dibattito – di dirottare l’intero bonus bebè (mille euro una tantum) sul nuovo fondo, che porterebbe invece il conto complessivo oltre i 350 milioni di euro l’anno, cifra ben più impegnativa per i conti pubblici.Alla domanda diretta su come coprire il costo iniziale, Calderone risponde con cautela: «Le coperture si trovano, senza sottrarle ad altri strumenti, tanto più che per far partire il fondo previdenziale alla nascita bastano piccoli importi». Un’affermazione che lascia intendere una preferenza per la strada tedesca – importi minimi, quasi simbolici – piuttosto che per un travaso di risorse da altre misure di sostegno alla famiglia.Per tutti o solo per chi ha meno?Sul tavolo resta però una domanda che l’intervista non scioglie del tutto: il fondo dovrebbe essere universale, cioè aperto e finanziato allo stesso modo per ogni neonato indipendentemente dal reddito familiare, oppure selettivo, concentrando le risorse pubbliche sui nuclei meno abbienti che difficilmente potrebbero permettersi versamenti volontari aggiuntivi? È una scelta politica ed economica tutt’altro che neutra. Un impianto universalistico avrebbe il pregio della semplicità amministrativa e del principio, caro alla tradizione liberale, per cui lo Stato non deve discriminare i cittadini in base al reddito nell’erogazione di un diritto; ma comporterebbe anche il paradosso di destinare risorse pubbliche, seppur minime, a famiglie che potrebbero costruirsi da sole una pensione integrativa attraverso il mercato, senza bisogno di alcuna intermediazione statale. Un impianto selettivo, al contrario, concentrerebbe l’intervento pubblico dove il fallimento del mercato è più probabile – le famiglie a basso reddito, strutturalmente escluse dalla pensione complementare – ma aprirebbe la strada a nuove soglie Isee, nuovi controlli, nuova burocrazia: esattamente il tipo di complessità amministrativa che uno strumento nato per essere semplice (“bastano piccoli importi”, ripete Calderone) dovrebbe evitare.Chi gestisce i soldi: la scelta tra Inps e mercatoUn altro passaggio dell’intervista merita attenzione, perché tocca il cuore del problema: chi deve amministrare questi capitali nel corso di sei-sette decenni? Calderone è netta nell’indicare un impianto misto, ma con un perno pubblico: «Immagino un sistema in cui la vigilanza sia ovviamente della Covip mentre la gestione del fondo sia in capo all’Inps». Precisa poi che questo «non significa che ci sia una preclusione a operare in modo sinergico con realtà di mercato», ma che, vista la componente di contributo statale iniziale, ritiene naturale che sia l’Inps a occuparsi di «gestione, monitoraggio e rendicontazione», lasciando ai ministeri del Lavoro e dell’Economia un ruolo di «indirizzo e vigilanza».È una scelta che merita una riflessione critica. Se l’obiettivo è davvero far crescere un capitale su un orizzonte di 65 anni, l’esperienza internazionale insegna che la gestione privata concorrenziale, con rendimenti di mercato reinvestiti in azionario e obbligazionario diversificato, produce storicamente risultati assai superiori a quelli di una gestione pubblica prudenziale, spesso vincolata a impieghi a basso rischio e basso rendimento. Affidare all’Inps – un ente già gravato dalla gestione della previdenza obbligatoria – anche l’amministrazione di questo nuovo pilastro rischia di trasformare uno strumento pensato per liberare i cittadini dalla dipendenza dal sistema a ripartizione in un’ennesima propaggine dello stesso apparato pubblico. Un modello realmente aperto al mercato, con l’Inps semmai come gestore di default per chi non esprime una scelta, avrebbe probabilmente più senso.Meno tasse, non più Stato che intermediaEd è qui che si arriva al punto più delicato, quello che un’ottica liberale non può eludere: ha davvero senso che sia lo Stato a costruire, versare e amministrare il salvadanaio per la pensione dei cittadini, invece di limitarsi a ridurre la pressione fiscale che oggi impedisce alle famiglie di risparmiare per conto proprio? Calderone stessa, quando parla di incentivi, orienta il discorso proprio in questa direzione, ipotizzando «anche prevedere incentivi fiscali sui contributi versati» e, in prospettiva, «magari incrementando ancora la deducibilità». È un’ammissione implicita che lo strumento più efficace non è il versamento pubblico in sé, simbolico per definizione, ma la leva fiscale: più uno Stato lascia nelle tasche dei cittadini attraverso una tassazione più leggera, meno ha bisogno di redistribuire attraverso bonus, fondi ad hoc e trasferimenti mirati.Il ragionamento vale a maggior ragione se si guarda alle misure che il governo ha già messo in campo sul fronte dei salari, richiamate dalla stessa ministra: la detassazione al 5% degli aumenti contrattuali, che secondo Calderone comporta che «un lavoratore, su mille euro di aumento in un anno, non versa più mediamente 330 euro di Irpef ma solo 50», o l’aliquota all’1% sui premi aziendali con soglia detassabile salita da 3mila a 5mila euro. Sono interventi che, nella loro logica, vanno nella stessa direzione del fondo alla nascita: restituire capacità di risparmio alle famiglie. La domanda, allora, è se non convenga concentrare le risorse pubbliche proprio lì – riduzione strutturale del cuneo fiscale, deducibilità piena dei versamenti volontari nella pensione complementare – piuttosto che creare un nuovo veicolo amministrato dallo Stato che, per quanto ben intenzionato, aggiunge un ulteriore livello di intermediazione pubblica a un problema che nasce, in fondo, da una tassazione troppo alta sul lavoro e sul risparmio.Il nodo di fondo resta il lavoroCalderone, va detto, non nasconde che la vera architrave della sostenibilità previdenziale non è il nuovo fondo ma l’occupazione: «Il principale intervento per mettere al sicuro le pensioni dei giovani è il lavoro. Il primo pilastro regge se i giovani hanno carriere lavorative non precarie». Sul fronte dei salari, riconosce che «il recupero del potere d’acquisto non avviene in maniera repentina», mentre sul nodo dell’età pensionabile – con lo scalino di un mese nel 2027 e di altri due nel 2028, che la Lega vorrebbe congelare – la ministra si mostra caute: «Dobbiamo fare attenzione alla stabilità dei conti e che le scelte non debbono ricadere sui giovani», aprendo comunque a interventi mirati «sulla pensione contributiva e sulle uscite anticipate per i gravosi e gli usuranti».Sono affermazioni di buon senso, che confermano come il vero terreno di battaglia per la sostenibilità previdenziale resti quello, ben più arido e meno fotogenico di un salvadanaio alla nascita, della crescita economica, dell’occupazione stabile e di una tassazione più leggera sul lavoro. Il fondo previdenziale per i neonati può essere un tassello utile, un simbolo persino apprezzabile di attenzione verso le generazioni future. Ma senza una revisione più ambiziosa della pressione fiscale che grava su chi lavora e su chi risparmia, rischia di restare quello che, nei fatti, oggi è: una misura di piccolo cabotaggio finanziario, che non sostituisce la riforma più urgente e più liberale di tutte, quella che lascia ai cittadini più soldi in tasca per decidere da soli come costruirsi il proprio futuro. E la propria pensione.Enrico Foscarii, 25 agosto 2026L'articolo Pensioni, un fondo individuale per i neonati non è la soluzione proviene da Nicolaporro.it.