Quello di Domenico Zuccarella è stato il primo suicidio assistito in Lombardia ad essere gestito interamente dal Servizio sanitario regionale. Ma se negli ultimi mesi le Regioni – “seppure in ordine sparso e un po’ a mosaico” – stanno procedendo sul fronte normativo, “resta il rebus dell’obiezione di coscienza”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è Mario Riccio, anestesista nonché medico che ha assistito Piergiorgio Welby nella sua decisione di rinunciare ai trattamenti sanitari. Riccio ha seguito il primo paziente che ha avuto accesso al suicidio assistito in Italia e, dopo di lui, altre 5 persone. “Penso che il mondo medico italiano sia impreparato. Le società scientifiche tendono a non esprimersi sul fine vita, con l’eccezione della Società Italiana di Cure Palliative. Sembra insomma un po’ la storia del film ‘Don’t Look Up’: sta arrivando il meteorite del suicidio assistito e ci si rifiuta di prendere posizione”, avverte lo specialista dell’Associazione Luca Coscioni.Dove trovare i medici che praticheranno il suicidio assistitoPerché “oltre alle procedure, alle strutture e ai farmaci, bisogna trovare anche i medici che facciano il suicidio assistito”, aggiunge l’anestesista, componente della Consulta di bioetica che finora ha assistito sei pazienti in Italia. Ma di che specialità parliamo? “Non devono essere per forza rianimatori – risponde Riccio – ma in effetti a saper gestire meglio questi farmaci sono palliativisti e rianimatori. Nel caso della Lombardia la Direzione generale del Welfare ha emanato indicazioni molto chiare alle strutture per predisporre il tutto. Ma dal lato dei medici a queste iniziative è seguito un grande silenzio, con qualche eccezione”. La posizione dei palliativistiA intervenire sul tema nei mesi scorsi sono stati i palliativisti della Sicp, che in un documento ad hoc evidenziano una serie di criticità. I singoli professionisti appartenenti alle équipe di Cure Palliative possono, secondo coscienza e a titolo personale, scegliere di partecipare al suicidio assistito. Tuttavia, “pur riconoscendo tale libertà individuale, resta fondamentale mantenere distinta l’identità delle Cure Palliative dalla finalità propria dello suicidio medicalmente assistito e preservare la specifica missione delle cure palliative e della medicina palliativa”, chiariscono dalla società scientifica. I Medici cattolici, dal canto loro, hanno ricordato più volte la propria contrarietà a eutanasia e suicidio assistito. Insomma, mentre le Regioni si attrezzano potrebbe esserci un problema legato all’obiezione di coscienza. “Per la mia esperienza personale spesso le aziende ospedaliere hanno dovuto affrontare la mancanza di specialisti, e questo fin dal primo caso in Italia, quello di Mario Federico a Senigallia. E lo stesso nei casi che ho seguito in Veneto e Liguria”, ricorda Mario Riccio.L’Italia e i numeri del suicidio assistitoMa quanti sono stati finora i casi di suicidio assistito? “Quello di Domenico dovrebbe essere stato il diciottesimo, ma attenzione: gli ospedali non sono tenuti a dichiarare il caso di suicidio assistito. Quindi potrebbero essere di più. Sappiamo però che quello degli operatori e dell’obiezione di coscienza è un rebus e potrebbe diventare un problema se i numeri aumenteranno. Tornando alla Lombardia, vorrei sottolineare che la circolare dell’assessore Guido Bertolaso non lascia dubbi: l’azienda ospedaliera – scandisce lo specialista – deve procurarsi il personale”.Dal punto di vista pratico, prevede Riccio, “il problema dell’obiezione di coscienza si porrà quando i numeri aumenteranno. Nel caso di Domenico, in Lombardia, il medico si è trovato. Certo, se pensiamo che sono passati 20 anni dalla morte di Welby, non si può negare che sul fine vita siamo andati avanti lentamente. Ma le ultime sentenze della Corte costituzionale sono molto chiare e hanno stabilito che è il Servizio Sanitario nazionale che deve occuparsene, attraverso la sanità regionale e gli ospedali”. Mario RiccioQuesto articolo Suicidio assistito, Mario Riccio e il “rebus dell’obiezione di coscienza” proviene da LaPresse