La Notte della Taranta, dal morso del ragno al rito di fine estate: Ermal Meta, Alessandra Amoroso e Levante fanno ballare Melpignano

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Per molti salentini La Notte della Taranta segna la fine dell’estate. È diventata quasi una data sul calendario: dopo Melpignano agosto comincia a finire davvero, le vacanze si avvicinano alla conclusione, chi è tornato a casa per qualche settimana prepara le valigie e lentamente si ricomincia a pensare alla quotidianità. Ma prima c’è la Taranta. Una notte intera trascorsa a ballare, cantare e seguire il ritmo dei tamburelli fino alle prime luci dell’alba, come un’ultima grande liberazione prima di ricominciare.Per chi è cresciuto in Salento, d’altronde, La Notte della Taranta non è mai stata soltanto un concerto. Negli anni è diventata un appuntamento che chiude simbolicamente una stagione, un rito collettivo capace di riunire nello stesso prato generazioni diverse e, ormai, persone arrivate da ogni parte d’Italia e d’Europa. Ma per capire davvero cosa si celebra ogni agosto a Melpignano bisogna tornare molto indietro, a quando la taranta non era ancora una festa.Molto prima delle luci del palco di Melpignano, degli artisti, della diretta televisiva e delle oltre 150mila persone arrivate per l’edizione 2026, la taranta aveva infatti tutt’altro significato. Era un morso. O almeno così veniva raccontato. Il morso di un ragno al quale venivano attribuiti stati di agitazione, dolore, spasmi e malessere che colpivano soprattutto le donne e dai quali, secondo la tradizione, ci si poteva liberare attraverso la musica e la danza.Dietro quel ragno, però, si nascondeva probabilmente molto altro. Oppressione, povertà, silenzi, frustrazioni, desideri repressi e condizioni di vita durissime, soprattutto per le donne. La musica diventava allora contemporaneamente una cura e una possibilità di esprimere ciò che nella vita di tutti i giorni non poteva essere detto. Si ballava fino allo sfinimento e, almeno per qualche ora, ci si poteva liberare.È da questa storia che nasce, molti secoli dopo, il simbolo attorno al quale è cresciuta La Notte della Taranta. E così la notte di Melpignano del 22 agosto 2026, con la ventinovesima edizione del Concertone trasmessa per la prima volta anche in Eurovisione, appare lontanissima dai riti delle antiche tarantate e allo stesso tempo conserva qualcosa di quella memoria: migliaia di persone che ballano fino all’alba, si lasciano trascinare dal ritmo e, quando tutto finisce, tornano alla propria vita. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da La Notte Della Taranta (@lanottedellataranta_official)Tarantismo nel Salento: quando la pizzica era una curaPrima della Notte della Taranta c’erano le tarantate. La tradizione raccontava che, durante il lavoro nei campi e soprattutto nei mesi estivi, alcune persone venissero morse dalla tarantola e cadessero in uno stato di profondo malessere. Apatia, convulsioni, agitazione, pianto, spasmi: il veleno doveva essere espulso e per farlo esisteva una cura singolare: la musica.Violino, fisarmonica e soprattutto tamburello accompagnavano la persona “morsa” alla ricerca del ritmo giusto. Quando finalmente la melodia sembrava riconoscere la sua taranta, il corpo cominciava a muoversi. La tarantata strisciava, si contorceva, si sollevava, cadeva e tornava a danzare fino allo sfinimento. Il rito poteva durare ore, talvolta giorni.Il fenomeno è documentato da secoli e nel Novecento fu studiato in profondità dall’antropologo Ernesto De Martino, che nel 1959 arrivò in Salento con la sua équipe per osservare da vicino ciò che restava del tarantismo. Da quella ricerca nacque La terra del rimorso, uno dei testi fondamentali per comprenderne la dimensione culturale e simbolica. Il ragno, infatti, non bastava più a spiegare tutto.Foto: Instagram @lanottedellataranta_officialLe tarantate e quella danza che rompeva il silenzioDietro il morso potevano nascondersi condizioni sociali durissime, povertà, matrimoni infelici, lutti, desideri repressi e vite trascorse dentro ruoli dai quali era quasi impossibile uscire. Non è secondario che la maggior parte delle persone osservate da De Martino fossero donne.La pizzica diventava allora contemporaneamente malattia e medicina, rappresentazione e liberazione. Per qualche ora il corpo poteva fare ciò che normalmente gli era proibito. Poteva occupare lo spazio, attirare l’attenzione, urlare il proprio disagio senza doverlo necessariamente spiegare. Era una forma primitiva e potentissima di denuncia sociale, anche quando quella denuncia non possedeva parole.La musica diventava la cura, ma anche la maschera dietro cui nascondersi. Il ritmo sfrenato concedeva una libertà che la quotidianità non permetteva e la danza trasformava ciò che non poteva essere detto in movimento.Anche la religione entrò progressivamente nel rito. San Paolo divenne la figura alla quale affidare la guarigione e il 29 giugno le tarantate raggiungevano la cappella dedicata al santo a Galatina, dove rituale pagano e devozione cristiana finivano per sovrapporsi.Come nasce La Notte della Taranta e perché Melpignano è diventata un simboloIl tarantismo, nella sua forma originaria, è progressivamente scomparso con la trasformazione economica e sociale del Salento. Ma la taranta no. Il suo spirito è rimasto nelle feste di paese, nelle ronde improvvisate, nei tamburelli, nei canti in dialetto e in quella pizzica che ha continuato a passare da una generazione all’altra. Fino alla nascita, nel 1998, del festival itinerante de La Notte della Taranta, destinato a culminare ogni estate nel grande Concertone di Melpignano.Quello che inizialmente era soprattutto un progetto di recupero e valorizzazione della musica popolare salentina ha assunto negli anni dimensioni nazionali e internazionali. Il ragno che un tempo rappresentava una condizione da cui liberarsi è diventato il simbolo stesso di una terra.Oggi non bisogna essere salentini per aspettare l’alba ballando una pizzica. A Melpignano arrivano ragazzi e famiglie da ogni regione d’Italia e sempre più spesso dall’estero. Migliaia di persone si lasciano trascinare dallo stesso ritmo che un tempo accompagnava un rito domestico e intimo, trasformandolo in un gigantesco fenomeno collettivo. È cambiato quasi tutto. Eppure qualcosa è rimasto sorprendentemente simile: la necessità di lasciarsi andare.Foto: screenshot Instagram @ermalmetamusicNotte della Taranta 2026: Ermal Meta porta il Mediterraneo sul palcoL’edizione 2026 ha costruito proprio sull’incontro fra identità e contaminazione la propria narrazione. A guidare l’Orchestra Popolare è stato Ermal Meta, maestro concertatore di un’edizione dedicata al Mediterraneo, immaginato non come confine ma come luogo di passaggio, incontro e sovrapposizione tra culture.L’apertura ha unito simbolicamente passato e presente: l’Inno d’Italia, riarrangiato da Meta e accompagnato dai tamburelli, ha celebrato gli 80 anni della Repubblica mentre sui maxischermi scorrevano le immagini del 2 giugno 1946. Poi la musica popolare ha ripreso possesso della scena.Alessandra Amoroso ha interpretato Santu Paulu meu de le tarante, riportando direttamente al cuore del mito, mentre Levante ha trasformato Beddha ci dormi in una ninna nanna malinconica. Sul palco si sono alternati, tra gli altri, Sayf, Welo, Gisela João e Maria Mazzotta, mentre le voci storiche dell’Orchestra Popolare hanno continuato a custodire il nucleo più autentico della tradizione.Meta ha portato anche la propria storia personale dentro il racconto della serata, fino a Nu simu nienti, brano in dialetto salentino dedicato alla resistenza delle comunità davanti a chi tenta di sottrarre loro terra e identità. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Rai 3 (@instarai3)Da Beyoncé a Tutte le zitelle: la Taranta tra ironia e denunciaUno dei momenti più sorprendenti della serata è arrivato con Giulia Vecchio. Dopo aver interpretato la figura della zitella ne L’acqua de la funtana, l’attrice ha giocato con Single Ladies di Beyoncé, trasformandola in una versione salentina ribattezzata Tutte le zitelle.Dietro l’ironia, però, è tornata quella funzione sociale che accompagna da sempre la musica popolare. Vecchio ha utilizzato il palco per parlare del rapporto tra il Salento e il turismo contemporaneo, chiedendo maggiore rispetto per una terra sempre più esposta agli effetti dell’overtourism e di un consumo rapido dei luoghi che rischia di cancellarne proprio ciò che li rende unici.Quasi un cortocircuito perfetto: una festa capace di attirare decine di migliaia di visitatori che, nello stesso momento, invita a non trasformare il Salento semplicemente in uno scenario da consumare durante l’estate. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da rairadio2 (@rairadio2)La ronda a telecamere spente e il cuore più autentico della TarantaForse, però, per comprendere cosa sia ancora oggi la Taranta bisogna guardare a ciò che è accaduto quando la televisione ha smesso temporaneamente di raccontarla.Durante la pausa per il telegiornale di mezzanotte, mentre le telecamere erano spente, nel prato di Melpignano è nata una ronda. Nessun grande artificio scenico: tamburelli, voci e corpi raccolti in cerchio. Enza Pagliara, Alessandra Caiulo e Antonio Muci hanno riportato per alcuni minuti la festa alla sua dimensione più essenziale. Ed è forse lì che il passato ha incontrato davvero il presente.Perché la taranta non è mai completamente scomparsa dalle terre salentine. Ha continuato a vivere nelle campagne, nelle feste, nelle parole dei nonni, nei muri bianchi arroventati dal sole e tra le foglie degli ulivi. Il ragno ha smesso di fare paura ed è diventato identità, memoria, appartenenza.Oggi il suo morso è simbolico e arriva molto più lontano del Salento. Raggiunge chi parte da Milano, Roma, Napoli o Bologna per ritrovarsi una notte d’agosto in un piccolo paese della provincia di Lecce, aspettando le prime luci dell’alba con i piedi stanchi e il suono del tamburello ancora nelle orecchie. A Melpignano, quest’anno, erano in 150mila. E quando parte la pizzica, dopo ore trascorse in piedi, con il caldo addosso e i tamburelli che continuano a suonare fino all’alba, del vecchio morso della taranta resta soprattutto questo: la voglia di ballare fino a non pensarci più. Poi arriva il mattino, la musica si spegne e, per molti salentini, anche l’estate comincia davvero a finire.Foto: screenshot Instagram @nottedellataranta_official| Da Rumors.it