Tutte le contorsioni del nuovo vangelo post-woke di Giuseppe Conte. L’analisi di Polillo

Wait 5 sec.

Problema: il centro sinistra può utilizzare gli argomenti che sono serviti al centro destra per batterlo? Sembra uno scioglilingua e invece è l’ultima ardita costruzione di Giuseppe Conte, da lui esternata in una recente lettera alla compiacente Repubblica. Ovviamente, tutto è possibile, anche se le probabilità non giocano a suo favore. Forse vincerà le primarie del campo largo, ma poi dovrà vedersela con un elettorato un po’ smarrito. Ma come – si chiederanno in molti – per anni avete predicato che la cultura “woke” rappresentava la modernità, l’estensione di quei diritti che caratterizzano la “Costituzione più bella del mondo” e ora? “Contrordine compagni”.Per un osservatore un tantino smaliziato, nessuna sorpresa. Non è la prima volta che la sinistra italiana giunge, con un ritardo abissale, agli appuntamenti della storia. E questa non sarà l’ultima. Ma per la maggior parte dei suoi elettori sarà un altro pugno nello stomaco. Forse meno forte rispetto alla caduta del muro di Berlino. Della trasformazione della “patria del socialismo” in quello spietato Paese imperialista, che uccide scientemente donne e bambini. Ma certamente l’ulteriore dimostrazione che di certe teorie, che sembravano essere scritte sul marmo, non ci si può fidare. Non è l’unica conseguenza legata alla nuova visione di Giuseppe Conte.La prima riguarda proprio il centrodestra. La critica, anche molto forte, più volte avanzata contro le teorie del “genitore uno, genitore due” non era quindi infondata. Non si trattava di un rigurgito fascista, contro il quale scendere in piazza. Per poi devastare – dato che c’erano – qualche quartiere, distruggere vetrine o bastonare gli odiati poliziotti, servi del potere. Per chi conosce la storia del Pci non può non ricordare la prudenza di Botteghe Oscure nel cavalcare quei temi. È noto che Enrico Berlinguer fosse convinto che il referendum sul divorzio, voluto da socialisti e radicali, si sarebbe trasformato in una sonora sconfitta per la parte più avanzata della società italiana.Ma – seconda questione – a soffrirne dovrebbe essere soprattutto il mondo dei 5 Stelle. Nato e sviluppatosi proprio sull’onda della dissoluzione di vecchi miti del perbenismo. Dal Pride: quella manifestazione pubblica esaltata dal movimento culturale della comunità LGBTQIA+ per celebrare l’orgoglio, l’identità e i diritti civili. Fino all’ostentazione, ai massimi livelli del governo, delle proprie diversità. Oppure un pacifismo sbandierato in ogni momento, in una dimensione assoluta. Inevitabilmente destinata a far il gioco di satrapi e autocrati. Nessun riferimento, per carità, a Vladimir Putin o Xi Jinping da Giuseppe Conte considerati sempre con una sudditanza degna di miglior causa.Nella sua new philosophy tutto ciò appartiene a un’altra era geologica, in cui dominava il “politicamente corretto“ e la “cancel culture”. Con i suoi “effetti perversi: conformismo ideologico e, in talune punte, repressione della libertà di opinione”. Ma allora la cattiva “destra” qualche ragione l’aveva nel denunciare un’occupazione del potere da parte della buona “sinistra” sull’onda di un settarismo più che interessato. E combatterne la deriva. Scelta che, ovviamente, Conte non solo non riconosce, ma è deciso a contrastare. “Non lo permetteremo” dice. E qui il tentativo di storicizzare un mito, quella cultura “woke” che, qualche secondo prima, aveva abbattuto. Equilibrismi dialettici, nel tentativo di salvare capre e cavoli.Ma soprattutto un passaggio necessario per diffondere il nuovo verbo. “Una forza progressista – questa la proposta – deve necessariamente intervenire sulle radici materiali delle diseguaglianze, assumendo quale prioritario obiettivo la riduzione (se non l’eliminazione) degli squilibri economici e delle iniquità sociali che hanno assunto un rilievo strutturale”. Ai più saranno fischiate le orecchie. Ma come è dai tempi di Adam Smith e David Ricardo, per non parlare di Carlo Marx, che una parte consistente dell’umanità si misura con questo problema, ci voleva solo la tardiva scoperta del leader pentastellato.Giudizio ingeneroso? Mica tanto. Il seguito del ragionamento, quello del “Che fare?” tanto per intenderci, è la cosa più fumosa che sia data da sentire. Abbellita, qua e là, da riferimenti dotti. Ma nel complesso, un affastellamento di ipotesi alle quale è difficile dare una minima coerenza. Si prenda in considerazione presto passaggio: “Il progresso tecnologico – (la parte più delicata del metabolismo economico, ndr) sostiene Conte – crea fratture e diseguaglianze così strutturali che dobbiamo necessariamente intervenire a monte del processo produttivo, prevenendo le disparità sin dalla fase progettuale”. Che significa? Ipotizzare una struttura centralizzata con il compito di realizzare una pianificazione integrale? E gli spazi di libertà, che sono l’essenza stessa di uno sviluppo democratico che fine fanno? Difficile rispondere.Su un punto, invece, la concretezza è massima. “Una forza progressista – continua il nostro – deve decidere come affrontare la dilagante corsa al riarmo e l’ossessione per la deterrenza militare, che contribuiscono a trasferire preziose risorse dal welfare alla spesa militare, alimentando un falso paradigma di sicurezza (sic!) che premia l’escalation invece della prevenzione, della diplomazia e della cooperazione internazionale”. E per chi non l’avesse ancora capito: “Dobbiamo recuperare risorse importanti dalla revisione delle spese militari”. Niente male: si dice che al Cremlino abbiano particolarmente apprezzato.