di Niccolo Cerbera – I mercati finanziari sono strumenti spesso collegati ai fatti che accadono nel mondo. Basti pensare che, nel momento in cui scoppia una crisi scatenata da guerre, carestie, pandemie e così via i mercati di tutto il mondo ne risentono, e molto spesso gli effetti negativi si proiettano direttamente sui mercati finanziari. Questa caratteristica è riscontrabile soprattutto nelle crisi che coinvolgono paesi strategicamente rilevanti per il mercato mondiale. Uno dei punti più importanti in tal senso è proprio lo stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del petrolio mondiale. Il conflitto che dilaga da mesi in quell’area ha fatto sobbalzare i prezzi del carburante, generando speculazioni da parte delle compagnie petrolifere. Queste continue oscillazioni dei prezzi hanno creato un clima di incertezza che colpisce tutte le fasce di popolazione, soprattutto i ceti medio-bassi. Dietro questi cambiamenti, tuttavia, potrebbero esserci scopi attentamente calcolati, ancor prima che guerre, pandemie o crisi di ogni tipo prendano piede.Come i mercati hanno reagito alle grandi crisi: dalla bolla dot-com alla guerra in Ucraina.Si prenda in considerazione il periodo che ha dato il via al ventunesimo secolo, in particolare gli anni a cavallo tra il 2000 e il 2001, segnati da numerosi eventi che hanno contribuito a modellare il mercato. Con il termine “mercato” ci si può riferire a diversi ambiti: i mercati possono essere azionari, obbligazionari, valutari, immobiliari, delle materie prime o del credito. Nel 1994, con la quotazione di Netscape, la società che sviluppò il primo browser commerciale per internet, prese piede un nuovo ciclo economico noto come New Economy, agevolato anche dal basso costo del capitale in un contesto di tassi di interesse ridotti. Nacquero così numerose aziende del settore internet, le cosiddette Dot-com companies, e gli investitori acquistarono in massa i loro titoli, sostenendone le quotazioni fino a una marcata sopravvalutazione rispetto ai fondamentali economici reali. A marzo del 2000, i bilanci deludenti pubblicati da diverse aziende del comparto fecero emergere la scarsa profittabilità di molte di esse: iniziò una vendita di massa che fece scoppiare la bolla, con il Nasdaq che perse quasi il 9% in una settimana.Un’altra crisi rilevante, la Grande Recessione, fu una delle più gravi dai tempi dal 1929 e questa volta colpì il mercato immobiliare statunitense, esplodendo nel 2008. Le difficoltà economiche affondano le radici già nel 2003, quando iniziò a crescere in modo significativo l’erogazione di mutui subprime , concessi cioè a clienti privi di garanzie sufficienti. Le banche, potendo cedere rapidamente questi mutui trasformandoli in titoli finanziari attraverso la cartolarizzazione, erano incentivate a concederli anche a clienti poco affidabili. Quando, a partire dal 2004, la Federal Reserve iniziò ad aumentare i tassi in risposta alla ripresa economica, i mutui divennero più costosi e le insolvenze si moltiplicarono: i titoli legati ai mutui crollarono e le banche smisero di prestarsi denaro a vicenda, con effetti che si estesero rapidamente all’Europa.Nel corso degli anni Venti di questo secolo le crisi economiche sono rimaste una costante dei mercati, dalla pandemia di Covid alla guerra in Ucraina. Nel 2022, con l’inizio dell’invasione russa, i mercati europei subirono uno shock profondo dal quale, a dire il vero, non si sono ancora del tutto ripresi. Prima dell’invasione, la Russia forniva circa il 45% del gas importato dall’Unione Europea, pari a 150 miliardi di metri cubi annui; una quota rilevante arrivava anche dal petrolio russo. La chiusura economica decisa dall’UE nei confronti di Mosca ha generato profonde incertezze sul fronte import-export: nell’estate 2022 i prezzi energetici sono schizzati alle stelle, costringendo l’Europa a una corsa contro il tempo per riempire gli stoccaggi e diversificare i fornitori. Questa impennata ha alimentato una forte spinta inflazionistica sui beni alimentari, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie europee e costringendo la BCE a una serie di rialzi dei tassi molto marcati.Come si è visto, le crisi economiche sono sempre state generate da fattori diversi: pandemie, crisi finanziarie, conflitti bellici. C’è però un elemento spesso sottovalutato: la comunicazione. Quest’ultima è un fattore potente che investe ogni attività umana e può essere usata come vero e proprio strumento di controllo, si pensi alle grandi campagne di marketing con cui le aziende vendono i propri prodotti. Allo stesso modo, può diventare uno strumento di controllo dei mercati attraverso la politica: i grandi leader mondiali la utilizzano per innescare cambiamenti rilevanti nell’economia globale. Il caso più evidente è quello dell’amministrazione Trump, e da qui nasce una domanda fondamentale: nell’era Trump, il mercato reagisce solo alle misure economiche effettive, o anche alla comunicazione presidenziale, alle minacce e agli annunci pubblicati sui social?La comunicazione politica come variabile finanziaria.È fondamentale sottolineare l’importanza del fattore psicologico, sempre presente in finanza. Gli investitori spesso non agiscono sulla base di un fatto tangibile che renda un mercato positivo o negativo, ma comprano e vendono sulla base di ciò che ritengono probabile. È utile allora distinguere tra post, annuncio politico e ordine esecutivo. Il primo è rapido e immediato, e genera reazioni ad alta volatilità: si pensi ai post che il presidente Trump pubblica sul suo social Truth. Questo tipo di mosse può cambiare le previsioni su costi, ricavi e investimenti delle imprese, oppure ridurre o aumentare l’incertezza. L’annuncio politico, dal canto suo, può produrre una rivalutazione di interi settori, industriali e non, con cambiamenti rilevanti nel mercato. L’ordine esecutivo ha un effetto più strutturato, perché modifica concretamente regole e costi. Comunicazione e politica non sono la stessa cosa, ma la prima può anticipare, rendere incerta o amplificare la seconda.Nel corso del primo e del secondo mandato, Trump ha utilizzato i social per intervenire attivamente sulla politica mondiale, in particolare sui dazi verso le importazioni cinesi, ed è stato osservato che la sua comunicazione era in grado di influenzare i rendimenti azionari, con i messaggi più negativi spesso associati a cali visibili nei titoli delle imprese coinvolte. Nel 2025, l’annuncio di dazi reciproci da parte degli Stati Uniti ha portato a una massiccia rivalutazione di azioni e tassi di cambio: il 3 aprile l’S&P 500 è sceso di circa il 5% e gli investitori si sono rifugiati in beni più sicuri, come l’oro. Uno studio di JPMorgan, ripreso da Reuters, ha però rilevato che solo il 10% dei 126 post pubblicati da Trump su temi sensibili come dazi, relazioni estere ed economia ha prodotto movimenti chiari sui mercati valutari, con i post sui dazi come principali motori di questi movimenti. Ne emerge un quadro chiaro: i post possono muovere il mercato, ma il loro impatto dipende in modo diretto dall’argomento trattato e dalla credibilità del messaggio. Le Borse, in altre parole, si muovono soprattutto per il timore di una guerra commerciale e di un rallentamento dell’economia mondiale, più che per il singolo post in sé.Il potere, limitato, della comunicazione presidenziale.Quanto descritto nei paragrafi precedenti è un chiaro indicatore del potere della comunicazione. In un mondo costantemente connesso, ricco di informazioni e contenuti che entrano spesso anche in ambiti dove i social media non dovrebbero avere tanto rilievo e questo accade con frequenza crescente, basti pensare ai contenuti generati con l’IA che hanno ritratto Trump nell’atto di colpire militarmente l’Iran. Va però sottolineato che, se da un lato i post presidenziali generano un effetto reale sugli asset economici mondiali, dall’altro il loro ruolo resta comunque marginale rispetto a quanto riescono a determinare le decisioni politiche vere e proprie o gli ordini esecutivi di governo.