«In Russia la parola “pace” è diventata un sinonimo di tradimento. Chiunque osi pronunciarla per strada viene arrestato; chi la esporta in Europa viene applaudito come un saggio statista.»— Memorial (organizzazione per i diritti umani, Premio Nobel per la Pace)Vagli Sotto è un comune di poco più di novecento abitanti sulle Apuane lucchesi. Nel giro di pochi giorni è diventato, suo malgrado, un caso di sicurezza nazionale: l’ambasciatore russo Alexey Paramonov e il console generale Kirill Ignatov vi hanno inaugurato una targa dedicata a Darya Dugina, la giornalista figlia dell’ideologo Alexander Dugin uccisa in un attentato nel 2022, in un “Parco dell’Onore” che già ospita una statua a un militare delle forze speciali russe caduto in Siria e una via intitolata “Cuore Russo”. Pochi giorni dopo, a Formello, alle porte di Roma, un convegno costruito attorno alla tradizione francescana radunerà lo stesso Paramonov con rappresentanti iraniani, cubani e venezuelani, sotto un titolo che chiede cosa debba succedere alla fine dell’“Occidens Pacis Ordo” per lasciare spazio a un “Novus Pacis Ordo”. Nello stesso arco di giorni l’ambasciata russa ha attaccato duramente l’operazione europea Irini dopo l’ispezione italiana di una petroliera della flotta ombra, e le narrative su un’esplosione industriale a Colleferro sono state risucchiate nel circuito della propaganda russa nonostante la Difesa ne abbia escluso l’origine sabotatrice.Preso singolarmente, ciascuno di questi episodi si presta a essere derubricato a folklore locale, incidente diplomatico o cronaca nera. È l’errore che la guerra cognitiva conta di indurre. Osservati in sequenza, Vagli, Formello, Irini e Colleferro non sono quattro fatti scollegati: sono quattro note della stessa partitura, eseguite da strumenti diversi ma scritte secondo uno spartito che l’intelligence sovietica ha collaudato per decenni e che oggi viene semplicemente ricalibrato sui linguaggi, i canali e le sensibilità della provincia e della politica italiane.Il manuale delle “misure attive”: la pace come arma, non come fineFin dai suoi primi decenni di vita, il potere sovietico comprese che la parola “pace” non andava trattata come un valore condiviso o un obiettivo del diritto internazionale, ma come uno strumento di pressione psicologica da rivolgere contro le democrazie liberali. È il nucleo di quelle che nel gergo dell’intelligence di Mosca venivano chiamate aktivnye meropriyatiya, le misure attive, di cui le operazioni psicologiche erano una componente essenziale. Attraverso organizzazioni di facciata come il Consiglio Mondiale della Pace, il KGB istituzionalizzò per tutta la Guerra Fredda una “lotta per la pace” costruita su un’asimmetria precisa: da un lato la mobilitazione dei sentimenti autenticamente pacifisti e democratici delle opinioni pubbliche occidentali, spinte verso il disarmo unilaterale della Nato; dall’altro l’assenza totale di reciprocità, con l’Unione Sovietica presentata come baluardo esclusivo della distensione mentre al proprio interno manteneva una militarizzazione massiccia e reprimeva senza esitazioni ogni dissenso nel blocco del Patto di Varsavia.Il punto non è mai stato semantico ma funzionale. La pace, in questo schema, non veniva invocata come cessazione delle ostilità o rispetto del diritto internazionale: veniva impugnata come leva per paralizzare la capacità di difesa dell’avversario, disinnescando dall’interno la sua coesione strategica prima ancora che intervenisse qualunque confronto militare diretto. È uno schema che, aggiornato nella dottrina russa contemporanea di guerra ibrida, si è semplicemente spostato di canale: dalle organizzazioni di facciata della Guerra Fredda alle reti locali, alle amministrazioni periferiche, alle manifestazioni culturali e ai simboli religiosi del presente. L’obiettivo resta duplice: svuotare i concetti giuridici, trasformando “pace” in sinonimo di resa strategica e di accettazione di sfere d’influenza autocratica, e polarizzare il dibattito interno dei Paesi europei nelle fasi più delicate del loro calendario elettorale, trasformando il sostegno alla sicurezza collettiva in un fattore di divisione sociale e stanchezza geopolitica.Formello come caso di scuolaSe si cercasse un’illustrazione da manuale di questo meccanismo, difficilmente si troverebbe un esempio più nitido dell’iniziativa annunciata a Formello. Il richiamo a un “Novus Pacis Ordo” che superi l’ordine occidentale della pace non è un dettaglio lessicale: è l’applicazione quasi letterale del principio per cui la parola pace viene rovesciata in sinonimo di accettazione di un ordine multipolare a trazione autocratica, con la cornice francescana — rafforzata dal patrocinio del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco — a fornire una legittimazione italiana, religiosa e umanitaria a un evento nel quale Russia, Iran, Cuba e Venezuela hanno una presenza istituzionale diretta e la critica all’Occidente occupa il centro della scena.La presenza annunciata di esponenti istituzionali italiani, dal ministro della Giustizia Carlo Nordio al senatore Maurizio Gasparri, insieme a rappresentanti delle Forze armate, colloca l’iniziativa esattamente nel punto di massima efficacia previsto da questo tipo di operazioni: quello in cui la partecipazione, anche solo formale o a titolo di cortesia istituzionale, di figure legittime rende più difficile per l’opinione pubblica distinguere un’operazione di influenza da un evento genuinamente interconfessionale e umanitario. È il meccanismo per cui la domanda posta pubblicamente dalla deputata Lia Quartapelle — cosa ci facciano un ministro, un senatore e alti ufficiali a dialogare con l’ambasciatore russo in un’iniziativa dagli intenti così ambigui — non è polemica di parte, ma la reazione fisiologica di chi riconosce lo schema mentre è ancora in corso di dispiegamento.E la cifra più coerente, e più cinica, di questo schema si misura proprio sul crinale tra proiezione esterna e realtà interna. All’estero la Russia esporta pacifismo strumentale attraverso diplomatici, emissari e reti di influenza che sponsorizzano convegni e appelli chiedendo l’interruzione degli aiuti alle nazioni aggredite. In patria, la parola stessa mir, pace, è vietata: chiunque la invochi pubblicamente, rifiuti la guerra o critichi l’apparato militare rischia l’incriminazione per “discredito delle forze armate” e pene detentive severe nelle colonie penali. Non esiste contraddizione più eloquente per chi voglia leggere questi episodi con gli strumenti giusti.A questa distanza tra linguaggio e realtà se ne affianca un’altra, ancora più stridente, e che si consuma quasi in parallelo alla stessa iniziativa di Formello. Mentre si invoca la pace francescana e un “Novus Pacis Ordo”, il capo della Chiesa ortodossa russa, il patriarca Kirill — al secolo Vladimir Gundjaev, un ex agente del KGB che secondo gli archivi Mitrokhin e diverse ricostruzioni dell’intelligence occidentale avrebbe operato per i servizi sovietici già negli anni Settanta, prima di essere promosso ai vertici della gerarchia ecclesiastica — ha benedetto ripetutamente e pubblicamente lo sforzo bellico russo in Ucraina, arrivando a definirlo in più occasioni una guerra giusta e quasi sacra a difesa della civiltà russo-ortodossa. Nello stesso periodo Mosca ha varato il nuovo Programma statale di armamenti 2027-2036, il più ambizioso piano decennale di riarmo degli ultimi trent’anni, che prevede la modernizzazione dell’intera triade nucleare, lo sviluppo di un sistema di difesa aerea “universale” e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di comando e controllo militari. Un vertice religioso legato a doppio filo all’apparato di sicurezza sovietico che benedice le armi mentre il Cremlino pianifica il più grande riarmo di una generazione non è un dettaglio marginale rispetto a un convegno che si presenta sotto l’egida di San Francesco: ne è, semmai, la prova più diretta che la pace evocata a Formello non ha nulla a che vedere con la pace che si pratica, e tutto a che vedere con la pace che si usa (Sui trascorsi del patriarca Kirill nel KGB si vedano gli archivi Mitrokhin e le successive ricostruzioni giornalistiche e di intelligence occidentali; sulle dichiarazioni pubbliche di sostegno religioso alla guerra in Ucraina, la stampa internazionale ne ha dato ampio conto negli anni del conflitto. Sul nuovo Programma statale di armamenti russo 2027-2036, presentato dal Cremlino, si vedano le comunicazioni ufficiali della presidenza russa e la stampa specialistica di settore).Un’orchestra, non un coro isolatoCiò che rende la sequenza degli ultimi giorni interessante per chi si occupa di guerra cognitiva non è però soltanto la ripetizione di un copione storico, ma la sua natura corale. Nessuno di questi episodi dipende da un unico regista visibile, e questo non è un limite dell’operazione ma la sua caratteristica strutturale. La diplomazia ufficiale inaugura targhe e partecipa a convegni; l’ambasciata amplifica narrative ostili su un’operazione europea di sicurezza; una parte della politica italiana — non necessariamente in modo consapevole o organico — presta legittimazione istituzionale a iniziative ambigue; costellazioni di commentatori, influencer e pagine social filorusse trasformano ciascuno di questi episodi in contenuto virale, spesso senza alcun coordinamento dichiarato tra loro. Ciascuno di questi attori suona il proprio strumento, con la propria partitura apparente e i propri interessi immediati — visibilità, consenso locale, posizionamento politico, semplice convinzione ideologica — ma l’effetto complessivo è quello di un’orchestra che esegue, nel suo insieme, una sinfonia coerente: normalizzare la presenza russa nel dibattito pubblico italiano, spostare la cornice concettuale della pace a favore della narrativa del Cremlino, ed erodere, episodio dopo episodio, la capacità del sistema politico di riconoscere dove finisca l’opinione legittima e dove cominci l’operazione di influenza.È questa caratteristica — la mancanza di un comando visibile, la ridondanza degli attori, la capacità di sopravvivere alla smentita o al fallimento di un singolo episodio — a distinguere le moderne operazioni cognitive dalla propaganda di stampo più grezzo. Colleferro ne è la dimostrazione più netta: il ministero della Difesa ha escluso l’ipotesi di sabotaggio, ma la smentita ufficiale non ha impedito che le immagini dell’esplosione entrassero comunque, e rapidamente, nel circuito della disinformazione filorussa. In una guerra cognitiva ben condotta, l’evento non deve necessariamente essere vero: deve solo essere utile, e disponibile abbastanza a lungo da alimentare il ciclo successivo di condivisioni prima che la smentita raggiunga lo stesso pubblico (Sullo schema storico delle misure attive sovietiche e la sua evoluzione contemporanea si veda l’analisi sistematica “La Pace a Senso Unico”).Perché conta ora, e non tra un annoIl motivo per cui questa sequenza merita attenzione immediata, e non solo un’archiviazione accademica, è temporale. L’Italia si avvicina alle elezioni politiche del 2027 in una fase in cui il rapporto con la Russia, il regime sanzionatorio e il sostegno all’Ucraina sono già pienamente dentro la competizione politica interna, utilizzati da alcune forze come strumenti di consenso e posizionamento elettorale più che come questioni di sicurezza nazionale da trattare con la dovuta cautela strategica. È esattamente la condizione in cui le misure attive rendono di più: un sistema politico già polarizzato su un tema, in cui basta amplificare le fratture esistenti anziché crearne di nuove.Il rischio concreto, se il pattern osservato nelle ultime settimane dovesse approfondirsi, non è che l’opinione pubblica italiana diventi improvvisamente filorussa in blocco. È più sottile e, per questo, più efficace: che ogni singolo episodio — una targa, un convegno, un attacco diplomatico, una narrativa non verificata — venga assorbito e consumato dalla polemica politica del giorno, letto attraverso le convenienze di parte di ciascuna forza politica, perdendo di vista il disegno che nel frattempo prende forma nel suo insieme. È esattamente il risultato che le misure attive, fin dai tempi del Consiglio Mondiale della Pace, sono state costruite per produrre: non la persuasione diretta, ma la frammentazione della capacità collettiva di vedere il quadro.Riconoscere questo schema ricorrente — fondato sulla promozione del disarmo e della “pace” altrui e sulla repressione assoluta di ogni pace autentica in patria — non è un esercizio storiografico. È, oggi più che mai con le urne del 2027 all’orizzonte, il presupposto minimo per difendere il dibattito pubblico democratico italiano da un’interferenza che non ha bisogno di essere occulta per essere efficace: le è bastato, finora, non essere riconosciuta come un’unica orchestra.