Bosnia-Erzegovina. Morto Ratko Mladic, resta aperta la guerra della memoria nei Balcani

Wait 5 sec.

di Giuseppe Gagliano – Ratko Mladic è morto a 84 anni mentre era ricoverato all’Aia, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante il conflitto in Bosnia-Erzegovina. Il Meccanismo residuale delle Nazioni Unite ha disposto un’inchiesta sulle circostanze del decesso secondo la procedura prevista dalla legislazione olandese.Condannato nel 2017, Mladic aveva visto confermata definitivamente la sentenza nel 2021. Negli anni successivi erano state presentate richieste di scarcerazione per motivi di salute, sempre respinte. La sua morte chiude la vicenda personale e giudiziaria dell’ex comandante delle forze serbo-bosniache, ma riapre il confronto sulla memoria delle guerre seguite alla dissoluzione della Jugoslavia.Il nome di Mladic resta legato soprattutto al massacro di Srebrenica del luglio 1995. Dopo la conquista dell’enclave, formalmente posta sotto la protezione delle Nazioni Unite, le forze serbo-bosniache separarono migliaia di uomini e ragazzi musulmani bosniaci dalle loro famiglie. Almeno ottomila furono uccisi e sepolti in fosse comuni, mentre parte dei corpi venne successivamente trasferita nel tentativo di occultare le prove.La giustizia internazionale stabilì che non si trattò di violenze occasionali commesse da reparti fuori controllo, ma di un’operazione organizzata inserita nel progetto di espulsione delle popolazioni non serbe da determinate aree della Bosnia orientale. La conquista di Srebrenica consentiva inoltre di consolidare territorialmente le zone controllate dalle forze serbo-bosniache prima dei successivi negoziati.Il massacro evidenziò anche i limiti della presenza internazionale. Le forze delle Nazioni Unite disponevano di un mandato e di mezzi insufficienti per contrastare efficacemente le unità serbo-bosniache. La crisi contribuì successivamente al cambiamento della strategia occidentale, con l’intensificazione degli attacchi della Nato e una maggiore pressione militare e diplomatica che precedettero gli accordi di Dayton.Mladic fu anche uno dei principali responsabili militari dell’assedio di Sarajevo. Sotto il suo comando la capitale bosniaca venne sottoposta per anni al fuoco di artiglieria, mortai e tiratori scelti. Circa diecimila persone persero la vita durante l’assedio, nel quale la popolazione civile divenne uno degli obiettivi principali della pressione militare.Gli accordi di Dayton del 1995 misero fine alla guerra, ma lasciarono alla Bosnia-Erzegovina una struttura istituzionale fortemente frammentata. Entità, governi, parlamenti e amministrazioni sovrapposte hanno impedito il ritorno al conflitto aperto, consolidando però l’appartenenza etnica come elemento centrale della vita politica.Le conseguenze sono anche economiche. La complessità amministrativa rallenta le decisioni, aumenta i costi dello Stato e ostacola gli investimenti. Nel 2025 la crescita economica bosniaca si è attestata intorno al 2,1 per cento, mentre il reddito per abitante rimane nettamente inferiore alla media dell’Unione Europea. Emigrazione e invecchiamento della popolazione aggravano ulteriormente le difficoltà del Paese.La morte di Mladic ha nuovamente evidenziato le profonde differenze nella lettura del conflitto. Per le famiglie delle vittime e per il Memoriale di Srebrenica rimane un criminale condannato dalla giustizia internazionale. Una parte del nazionalismo serbo continua invece a considerarlo un comandante che avrebbe difeso il proprio popolo. Milorad Dodik ha definito la sua morte un assassinio, confermando quanto la figura dell’ex generale continui a dividere la regione.Anche la Serbia deve confrontarsi con questa eredità mentre cerca di mantenere aperta la prospettiva europea senza entrare in rotta di collisione con una parte dell’opinione pubblica nazionalista. In Bosnia, parallelamente, la negazione o la relativizzazione del genocidio continua ad alimentare le tensioni tra le diverse comunità.Mladic è morto dopo avere trascorso sedici anni da latitante prima dell’arresto e senza avere manifestato pentimento per i crimini per i quali è stato condannato. La giustizia internazionale è riuscita a processare e condannare l’uomo, ma non ha cancellato le interpretazioni contrapposte costruite intorno alla sua figura.La sua morte chiude quindi una delle principali vicende giudiziarie legate alla guerra bosniaca, ma non il conflitto sulla memoria. A più di trent’anni da Srebrenica e dagli accordi di Dayton, la capacità di costruire una lettura condivisa dei crimini commessi rimane una delle questioni irrisolte per la stabilità politica della Bosnia-Erzegovina e dell’intera regione balcanica.