Odisseo, Eumeo e la cura “divina” di chi sta agli ultimi posti

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Nel 2012 fu pubblicato un mio libro, L’umanesimo di Omero, che un amico, docente di Greco in un Liceo Classico di Torino, volle subito presentare nella sua scuola. Contrariamente a quanto i relatori seri fanno in questi casi, quel giorno arrivai senza appunti da leggere, nonché senza slide da proiettare, nella personale convinzione, che tuttora mantengo, che in certi contesti l’esposizione a braccio – soprattutto se animata da domande, che invito sempre gli studenti a rivolgere, qualora lo desiderino – costituisca la modalità migliore. Nei minuti precedenti l’incontro, in cui ero seduto al mio posto attendendo la persona che avrebbe dovuto presentarmi, vidi nella prima fila della sala, vicino a quella che poteva essere la “sua” insegnante di sostegno, un ragazzo con verosimili difficoltà psicofisiche.In quell’epoca non erano molti gli studenti liceali con disabilità marcate, per l’infelice opinione, purtroppo non scomparsa, secondo cui i disabili dovrebbero iscriversi tutti a scuole facili, tendenzialmente agli Istituti professionali, poiché i Licei sono troppo difficili per loro.In ogni caso, non avendo fogli da far scorrere, né computer da collegare, in quei pochi minuti che mi separavano dalla lezione mi misi, cercando di non farmi notare troppo, ad osservare. Il ragazzo era arrivato un po’ prima degli altri, e si era seduto subito dopo la porta d’ingresso. Le decine di studenti entrati in seguito dovettero dunque, inevitabilmente, passargli davanti per trovare posto. Ne vidi transitare molti, anche verosimilmente suoi compagni di classe, ma nessuno si fermò a rivolgergli nemmeno un saluto. Il ragazzo vedeva ciò che avveniva, ed i suoi occhi esprimevano il suo stato d’animo. Pensava forse, tra sé, nel guardare i gruppetti di rientro dall’intervallo, parole come queste: “Ma dai, chiedetelo anche a me se ieri sera ho visto la partita, che l’ho vista, e mi è piaciuta. Dai, ditelo anche a me se quando finisce andiamo a mangiare un panino, che oggi c’è il rientro pomeridiano. Dai, su, domandatelo pure a me se mi va qualcosa al distributore di bevande, che ci andiamo insieme prima che inizi”.Non lo so, naturalmente, se questi furono davvero i suoi pensieri. Solo una volta si volse verso di me, ma senza, come ovvio, alcun interesse verso questo tizio venuto lì a fare non si sa bene che cosa. Lui pensava giustamente ai suoi compagni, ai quali, tuttavia, risultava indifferente. Valutai allora di variare un po’ la scaletta dell’intervento che avevo programmato, e di soffermarmi, in maniera specifica, su un episodio dell’Odissea.Credo sia noto a molte persone uno degli eventi finali del viaggio di Odisseo di rientro dalla guerra di Troia, ossia il ritorno ad Itaca. Accompagnato in nave dai Feaci, che lo lasciarono in una zona impervia dell’isola, vicino ad una grotta dove poté nascondere i tesori che gli stessi gli avevano donato, Odisseo iniziò a pensare a cosa fare per rientrare in possesso della sua dimora. La casa era infatti occupata da un centinaio di Proci, ossia di possidenti locali che ormai, da anni, cercavano di farsi sposare dalla di lui moglie, Penelope, per ereditare il regno. Odisseo, per quanto fosse un valoroso guerriero, non avrebbe potuto recarsi alla reggia da solo, affrontandoli tutti insieme. Occorreva pertanto un piano.Atena, dea della sapienza e della giustizia, nonché sua protettrice – in quel libro cercavo di mostrare come Odisseo, nell’opera omerica, non fosse principalmente un astuto mentitore, come troppo spesso è stato interpretato dalla tradizione, bensì soprattutto un uomo sapiente e giusto –, lo “trasformò” allora, per preservarlo dai pericoli, in un anziano mendicante, in modo tale che egli si potesse recare indisturbato sul posto per studiare la situazione. Odisseo necessitava tuttavia di alleanze. La prima che gli venne in mente fu quella col proprio vecchio guardiano dei porci, Eumeo, che era sempre stato persona buona e fedele. Si recò allora alla sua capanna, e lo trovò intento al lavoro che quotidianamente i Proci gli impartivano, ovvero allestire loro un banchetto di carni da preparare allo spiedo.Immaginiamoci la scena. Eumeo, preso dalla sua attività, vede venire avanti questo vecchio mendicante, che sicuramente gli avrebbe chiesto qualcosa: cibo, ospitalità, supporto. Invece di reagire come avrebbero fatto molti di noi, ossia, nella migliore delle ipotesi, con indifferenza – come, appunto, fecero i compagni dello studente di cui sopra, che peraltro non aveva chiesto nulla –, il guardiano, che era di nobili origini, sospese tutto quello che stava facendo e lo accolse. Non riprendo le parole testuali del libro XIV dell’Odissea, che ciascuno può andare a rivedere, ma il loro senso. Eumeo, infatti, prima che il vecchio potesse domandare qualcosa, gli disse subito che, nonostante la sua povertà, tutto quello che aveva lo avrebbe condiviso con lui: un po’ di pane, un po’ di carne, un po’ di vino, un giaciglio per riposarsi. Solo dopo, e soltanto se avesse voluto, gli avrebbe detto chi era, e come avrebbe potuto essergli di aiuto.Odisseo, rinfrancato dall’aver trovato la stessa persona, nell’animo, che aveva lasciato vent’anni prima, provò a ringraziarlo, ma Eumeo lo interruppe, affermando che poveri, stranieri, supplici, in genere tutte le persone in difficoltà, sono care agli dei. Anzi: potrebbero essere gli dei stessi, venuti a misurare la nostra umanità, per cui è doveroso trattare con cura queste persone.Chiesi allora agli studenti: per quale motivo, secondo voi, gli dei misurano il nostro grado di umanità dal modo in cui trattiamo chi occupa gli ultimi posti della scala sociale? Attesi qualche secondo, ma non ci fu risposta. Dissi allora che, a mio avviso, per Omero la nostra umanità dipende da questo, perché chi sa donare, in modo rispettoso, senza volere nulla in cambio, come si fa appunto con chi è povero, lo fa per il semplice piacere di dare insito nella nostra natura comunitaria, per cui si rivela umano al massimo grado. Per tale ragione Eumeo, tra i non aristocratici, risulta l’unico personaggio, nell’Odissea, ad essere definito “divino”. Una lezione di quasi tremila anni fa, su cui tuttavia molte persone, ancora oggi, potrebbero riflettere.luca.grecchi@unimib.it