Non soltanto gli effetti dei social sui minori, ma soprattutto ciò che le piattaforme sapevano e avrebbero fatto per aumentare il tempo trascorso dagli utenti online. È questo il punto centrale della memoria depositata al Tribunale civile di Milano nell’ambito della prima class action “inibitoria” promossa in Italia contro alcuni dei principali colossi dei social network. Secondo i legali delle famiglie ricorrenti, gli allegati prodotti nel procedimento fornirebbero prove “documentali incontrovertibili” della consapevolezza da parte delle società dei possibili effetti dei propri servizi. Nell’atto si sostiene che le piattaforme di Meta e TikTok possano “generare e aggravare malattie della mente e di ordine comportamentale“, con conseguenze considerate particolarmente rilevanti per bambini e adolescenti.“La dipendenza non è solo conosciuta, viene ricercata”Secondo quanto scritto nella memoria, le piattaforme “non solo conoscono l’effetto della dipendenza patologica, ma lo ricercano e creano appositamente negli utenti”, perché proprio la capacità di trattenere le persone online rappresenterebbe il “centro del loro modello di business“. Da questa impostazione derivano le principali contestazioni mosse dai ricorrenti: l’assenza di sistemi realmente efficaci di verifica dell’età, la permanenza di contenuti ritenuti particolarmente “attrattivi” e potenzialmente dannosi e, infine, una presunta insufficienza delle informazioni fornite a utenti, genitori e autorità sui rischi collegati all’utilizzo delle piattaforme.Le famiglie contro Instagram, Facebook e TikTokL’azione è stata avviata da una decina di famiglie, affiancate dal Moige – Movimento Italiano Genitori e assistite dallo studio legale Ambrosio & Commodo di Torino. Nel procedimento sono chiamate in causa Meta, per Instagram e Facebook, e TikTok. Il fascicolo è affidato al giudice Nicola Fascilla. Dopo la prima udienza del 14 maggio, il prossimo passaggio è fissato per il 19 novembre, quando il procedimento entrerà in una fase decisiva.La richiesta: sospendere gli account senza verifica dell’etàTra le richieste avanzate con carattere d’urgenza c’è anche quella più drastica: sospendere gli account social fino a quando le società non introdurranno strumenti efficaci per verificare l’età degli iscritti. Una misura che, se accolta nei termini richiesti, avrebbe una portata senza precedenti in Italia. I legali stimano infatti in 3,5 milioni i bambini italiani tra i 7 e i 14 anni presenti sulle piattaforme di Meta e TikTok attraverso dati anagrafici non verificati o falsi. Secondo i ricorrenti, questi utenti minorenni sarebbero quindi esposti ai sistemi di raccomandazione e agli algoritmi delle piattaforme senza un controllo anagrafico realmente in grado di impedire l’accesso sotto l’età consentita.Il precedente di RomaSul procedimento milanese pesa però anche quanto accaduto a Roma. Nell’ambito di un’analoga azione collettiva, il Tribunale civile della Capitale ha recentemente dichiarato il “difetto di giurisdizione del giudice italiano nei confronti del giudice straniero“, indicando come competente quello irlandese, Paese in cui hanno sede le società europee dei gruppi coinvolti. Un precedente che potrebbe incidere anche sulla causa aperta a Milano. Prima ancora di entrare nel merito delle accuse rivolte alle piattaforme, il giudice dovrà infatti confrontarsi con una questione decisiva: stabilire se il procedimento possa essere giudicato in Italia oppure se debba seguire la strada indicata dal tribunale romano e spostarsi davanti alla giurisdizione irlandese.L'articolo Genitori contro Meta e TikTok in Tribunale a Milano: “Creare dipendenza è il loro business, i minori pagano” proviene da Nicolaporro.it.